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25 Ottobre 2026Lo dicevamo da settimane: le offerte di Lovaglio non hanno i numeri. Il tempo perso a Siena è quello della trattativa con Intesa
Pierluigi Piccini
Quello che si scriveva da settimane è ormai sotto gli occhi di tutti. Il cuore del piano difensivo di Lovaglio, cioè le offerte su Banco Bpm e Banca Generali e il dividendo straordinario, non ha i numeri per superare l’assemblea di giovedì. Lo avevano detto Iss e Glass Lewis, lo avevano detto i grandi soci, e ora lo ripete Norges. Il fondo norvegese, con quasi il 3% del capitale, voterà contro le due offerte, contro la maxi distribuzione, contro la scissione a favore di Widiba e perfino contro la fusione con Mediobanca, su cui i consulenti dei fondi avevano invece raccomandato il sì. La motivazione è sempre la stessa: le operazioni devono massimizzare il rendimento per gli azionisti. È la grammatica di chi detiene la maggioranza di Rocca Salimbeni. Con i due terzi necessari sulle delibere straordinarie, salvo sorprese, la partita è chiusa prima di cominciare.
Il punto, allora, non è più l’esito. È quanto è costato a Siena fingere di non conoscerlo. Per settimane le istituzioni locali hanno discusso il voto come se potesse cambiare qualcosa. La deputazione generale della Fondazione ha dato un indirizzo favorevole al piano. Il presidente Coppini, che aveva aperto a Intesa, è stato di fatto smentito dal proprio organo. La decisione finale è stata rinviata a mercoledì, ventiquattro ore prima dell’assemblea, forse in attesa della Bce. Regione, Comune e Provincia si sono riuniti per fare il punto e hanno scritto alla Commissione Europea sull’identità e l’integrità del Monte. Tutti atti comprensibili, nessuno decisivo. Una Fondazione con una quota intorno allo 0,2% non sposta l’assemblea: può solo dare un segnale. E un segnale a favore di offerte destinate alla bocciatura non protegge nessuno.
Nel frattempo, chi aveva le idee chiare ha usato il tempo. Intesa ha costruito il proprio percorso con le autorità, ha raccolto consensi tra i soci decisivi del Monte e ora tratta con l’Antitrust le misure correttive sulla quota indiretta in Generali. Il presidente dell’Autorità ha chiesto che quella partecipazione resti un puro investimento finanziario, senza capacità di influenza sulla compagnia. È un passaggio che conta: dimostra che le condizioni di questa operazione si negoziano ancora, e che chi si presenta al tavolo con richieste precise le ottiene. Generali ci è riuscita attraverso l’Antitrust. Siena, finora, non ha nemmeno messo sul tavolo le proprie.
Eppure le richieste erano chiare. Il comunicato di Intesa del 3 ottobre conteneva impegni su sede, occupazione, funzioni e presenza sul territorio. Per settimane si poteva lavorare a renderli vincolanti: scriverli nel Documento di Offerta, fissarli in un accordo formale con gli enti locali e la Fondazione, con scadenze, numeri di addetti verificabili e funzioni di direzione che restino davvero a Siena. Ogni giorno speso a discutere un voto già deciso è stato tolto a questo lavoro.
Non si tratta di schierarsi con Intesa o contro Lovaglio, né di cercare colpevoli. Si tratta di riconoscere che amministrare significa guardare i rapporti di forza per quello che sono e agire per tempo, non rincorrerli. Il tempo che resta è poco, ma non è finito. Da giovedì sera la sola domanda seria sarà quali garanzie scritte Siena riuscirà a ottenere prima della chiusura dell’offerta. Bisognava porla prima; meglio ora che mai.





