
Rassegna delle cose che contano, 18 luglio 2026
18 Luglio 2026
Il nome e la sostanza
18 Luglio 2026L’offerta che vale meno del suo oggetto
L’OPAS non è fallita, e sarebbe scorretto dirlo: non è ancora entrata nella fase di adesione. Quello che è accaduto il 16 luglio è un passaggio interlocutorio, ma pesante.
Il consiglio di Rocca Salimbeni, presieduto da Cesare Bisoni, ha diffuso una nota di otto pagine con le prime valutazioni degli advisor, e il giudizio è tutt’altro che favorevole. L’operazione, secondo Siena, presenta elementi di incertezza rilevanti, con profili antitrust tutt’altro che risolti, compreso il nodo della quota in Generali. Critiche al premio, inferiore alla media delle operazioni comparabili nel settore, e alle sinergie prospettate, ritenute troppo elevate e da verificare. Il dato che pesa più di ogni argomentazione è aritmetico: il premio del 12,5% sul prezzo del 5 giugno si confronta con una media di circa il 30% nelle offerte bancarie italiane comparabili, e sui prezzi del 15 luglio il corrispettivo esprime addirittura uno sconto del 3,3%, che sale al 6,2% considerando il dividendo interim che Intesa distribuirà a novembre. Un’offerta pubblica di acquisto che vale meno del titolo che pretende di acquistare è una contraddizione in termini, e il mercato l’ha certificata prima ancora del consiglio. A questo il cda ha aggiunto un rilievo che, per chi guarda dall’Amiata, non è affatto secondario: la divisione della rete tra Intesa e Unipol potrebbe indebolire il modello di banca di prossimità e le capacità decisionali radicate nei territori.
Contestualmente il board ha ribadito la validità del piano stand-alone fondato sull’integrazione con Mediobanca — sedici miliardi di distribuzioni cumulate fra il 2026 e il 2030, CET1 al sedici per cento, tre miliardi di capitale in eccesso — e ha confermato che proseguiranno gli approfondimenti sulla proposta di fusione fra pari avanzata da Banco BPM, ritenuta meritevole di ulteriori analisi anche, e soprattutto, perché non prevede la disaggregazione del gruppo e del marchio MPS.
La strategia di Messina, di fronte a tutto questo, è di scavalcare il consiglio e parlare direttamente al capitale. Noi parliamo con gli azionisti, ha detto a margine dell’assemblea dell’ABI, indipendentemente dalle valutazioni del board. Il rilancio è escluso: c’è un prezzo oltre il quale non si può andare, e nessuna disponibilità a entrare in un’asta al rialzo. Sul piano operativo, intanto, la macchina procede senza esitazioni. Il documento di offerta è già depositato in Consob; il 10 settembre è convocata l’assemblea straordinaria per l’aumento di capitale fino a 5,7 miliardi di azioni a servizio dell’operazione. Restano in piedi i due presìdi costruiti a giugno, che sono poi l’architettura vera della partita: l’accordo con Unipol per il passaggio a BPER del marchio MPS e di circa seicentotrentacinque filiali, congegnato per disinnescare le obiezioni antitrust, e l’acquisto del 3,01% di Generali, definito meramente finanziario e temporaneo. Sul fronte azionario Messina ha parlato di ottimi rapporti con Delfin e Caltagirone, dicendosi fiducioso in un loro atteggiamento positivo — pur ammettendo di non averci ancora parlato.
Gli analisti, per parte loro, un rilancio se lo aspettano: un aumento della componente in contanti risolverebbe almeno alcune delle questioni sollevate, e le trimestrali saranno decisive. Le date da tenere sono due. Il 7 agosto, semestrale di MPS, oltre la quale la passivity rule restringe sensibilmente gli spazi per un accordo con Banco BPM. E il 10 settembre. Sullo sfondo, due movimenti silenziosi che peseranno più delle dichiarazioni: l’uscita del MEF dal residuo 4,8%, cioè la rinuncia dello Stato a orientare l’esito proprio nel momento in cui avrebbe potuto, e la posizione di Crédit Agricole, primo azionista.
Non è fallita, dunque. Ma non è più la passeggiata che sembrava a giugno.





