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27 Ottobre 2026Venticinque tribunali contro il Melonellum: la legge elettorale torna davanti ai giudici perché la politica non sa scriverla
Lunedì, nello stesso giorno e sulla stessa traccia, sono stati depositati ricorsi in venticinque tribunali italiani, quelli sede di corte d’appello, contro la nuova legge elettorale. La chiamano Stabilicum i suoi autori, Melonellum gli oppositori. È la legge 180 del 2026, in vigore dal 24 ottobre. A promuovere l’iniziativa è la Rete per un voto libero e uguale, coordinata da Roberto Zaccaria, che riunisce una trentina di associazioni. I ricorrenti sono oltre trecento. Tra loro c’è Romano Prodi. La prima udienza è fissata a Trento il 16 dicembre. L’obiettivo dichiarato è portare la legge davanti alla Corte costituzionale prima delle elezioni politiche del 2027.
Conviene ricordare cosa prevede. Un sistema proporzionale corretto da un premio fisso: settanta deputati e trentacinque senatori a chi supera il 42 per cento in entrambe le Camere. Preferenze, ma con i capilista bloccati. Soglie di sbarramento. Il nome del candidato premier indicato dalla coalizione ma assente dalla scheda. I punti contestati sono sei. Il premio, per la sua entità e per il meccanismo del numero fisso. I capilista bloccati, che rendono incerto per l’elettore l’effetto reale del suo voto. L’equilibrio di genere, perché nulla impedisce che i capilista siano tutti uomini. Il numero altissimo di firme richiesto ai nuovi partiti, che di fatto sbarra la porta a chi non è già in Parlamento.
C’è un precedente che pesa. Il Porcellum fu abbattuto nel 2013 proprio così: un cittadino ricorse al giudice, la Cassazione mandò gli atti alla Consulta, la Consulta dichiarò la legge incostituzionale. Da allora sappiamo che il diritto di voto può essere difeso in tribunale come qualunque altro diritto. È una conquista. Ma è anche il segno di una sconfitta. Da vent’anni l’Italia non riesce a darsi una legge elettorale che non finisca davanti ai giudici. Porcellum, Italicum, Rosatellum, ora il Melonellum: ogni maggioranza scrive la regola pensando alla propria prossima vittoria, e ogni volta tocca alla Corte rimettere i limiti.
Qui sta il punto che la polemica di questi giorni nasconde. Una legge elettorale non è uno strumento di parte. È il patto con cui una comunità decide come trasformare i voti in potere. Quando chi gioca scrive da solo le regole del gioco, la regola perde la sua natura e diventa una mossa. La destra ha fatto questo, e l’ha fatto con un premio pensato su misura per le proprie percentuali. Ma l’opposizione non può presentarsi come vergine. In questi mesi non ha avanzato una proposta organica. Il Rosatellum, con i suoi listini bloccati e i parlamentari nominati, le andava benissimo. Si è risvegliata quando la regola è cambiata a suo svantaggio.
Il risultato è che la società civile raccoglie il testimone che la politica ha lasciato cadere. È un bene che lo faccia. Ma una democrazia in cui la difesa della rappresentanza passa dai partiti alle associazioni e dai Parlamenti ai tribunali è una democrazia che ha smarrito il luogo in cui si decide. Il Parlamento resterà un’assemblea di nominati, scelti dalle segreterie, legati a chi li ha messi in lista e non a chi li ha votati. La domanda vera non riguarda il 42 o il 40 per cento. Riguarda il rapporto tra l’eletto e chi lo elegge. Finché questo rapporto resterà spezzato, qualunque formula sarà un meccanismo che gira a vuoto.





