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23 Febbraio 2026I dolori dei giovani uomini, sempre più soli, fragili e stretti fra l’imperativo dell’aggressività e l’assenza di nuovi modelli
di
Il
ragazzo di diciannove anni che pochi giorni fa ha ucciso Zoe, di diciassette, ha confessato dicendo “non so perché l’ho fatto”. Gli uomini non stanno bene, hanno perso la loro sicurezza ontologica, non sanno più chi sono. Quel che resta degli uomini, edito da nottetempo, è l’ultimo libro uscito sulla crisi del maschio di cui si parla da tempo, ma l’autore Manolo Farci, sociologo della comunicazione, docente di Studi culturali e di genere all’Università di Urbino, riesce a darci una lettura fuori dagli specialismi, mettendosi in gioco lui stesso. Intreccia infatti la sua storia di giovane uomo (“al primo sgambetto che ti fanno i compagni più grandi impari che c’è sempre qualcuno più forte di te”) con quella dei suoi studenti. “Molti ragazzi oggi si sentono persi, spaesati, senza punti di riferimento. Non sanno bene cosa voglia dire essere un uomo,” dice Manolo Farci. “La mascolinità è un valore prezioso, ma labile. E’ l’elefante nella stanza che i maschi devono continuamente domare ma che non possono mai totalmente addomesticare. E per farlo si aggrappano al gruppo dei pari, cercando nella complicità maschile la sicurezza che il singolo non può assicurare. E’ così che la socialità maschile si trasforma da risorsa in prigione, alzando confini sempre più netti tra il mondo degli uomini e quello delle donne. Nessuno può dirsi realmente al sicuro. Pierre Bourdieu la definisce ‘illusione virile’: lo sforzo incessante di essere all’altezza di un modello maschile idealizzato e la sofferenza che nasce dal sentirsi manchevoli nel raggiungerlo”.
La mascolinità, di fatto, è uno dei campi di battaglia simbolici delle guerre culturali contemporanee, sostiene Farci. “Mentre le destre cavalcano il malessere maschile per rilanciare immagini regressive e rassicuranti di una virilità d’altri tempi, dall’altra parte se ne parla con un linguaggio che riduce tutto a colpa o a privilegio, senza riuscire a offrire alternative credibili e coinvolgenti. In molti ambienti se ne discute utilizzando un lessico faticoso da comprendere. Espressioni come ‘decostruire la propria virilità tossica’, sono analiticamente raffinate, teoricamente solide e orientate alla giustizia di genere, però rischiano di suonare astratte e lontane dalla vita concreta di un ragazzo che non sa come muoversi nel mondo, o di un uomo adulto che attraversa un momento di fragilità. Sono discorsi che parlano degli uomini, ma non agli uomini”. Insomma, sembra dirci l’autore, l’analisi strutturale di genere non basta. Quando hai davanti un ragazzo che respinge la definizione di “maschio tossico” – perché dovrei cambiare, non picchio nessuno, non molesto le ragazze – quello che colpisce non è tanto il modo brusco ma il suo sguardo lontano e chiuso in sé. Lo stesso probabilmente del ragazzo che fa il bullo rispondendo alla domanda “cos’è per te la sessualità”: “Boh, forse trovare una tipa in discoteca e sfondarla fino a che i genitori non la riconoscono…”. La domanda fa parte, tra le tante, dal format “Manutenzioni-Uomini a nudo”, progettato della giornalista, psicologa e formatrice Monica Lanfranco e tratto dal suo libro Uomini che (odiano) amano le donne: una pièce teatrale interpretata da volontari sempre diversi, che va incredibilmente in scena con successo in giro per l’Italia dal 2013. Di fatto l’unica iniziativa femminista con gli uomini protagonisti.
I giovani maschi oggi sono rappresentati dai media stretti tra due estremi, quelli con il coltello a serramanico in tasca comprato su Amazon, che si muovono in bande e si fanno forti con gli stupri di gruppo, e quelli che si chiudono in camera alla maniera degli hikikomori giapponesi. Entrambi, diventati ormai stereotipi, si nutrono e si rafforzano sui social, dove la violenza comunicativa è sovrana. Ma si devono confrontare con ragazze che si presentano più sicure e in una relazione tra di loro più solidale e costruttiva. “L’identità maschile è ancora troppo spesso definita in opposizione sistematica al femminile. Si regge su dinamiche di sorveglianza tra pari, rituali di gruppo, linguaggi ironici o aggressivi, e su una costante necessità di ribadire il confine che separa noi da loro”. E qui l’autore dice una cosa importante: tutto ciò non influisce soltanto sui rapporti tra i due sessi, né si limita ad alimentare meccanismi di sopraffazione e violenza. Fa male anche agli uomini. I segnali sono palesi e difficili da ignorare: abbandono scolastico, isolamento sociale, dipendenze, suicidi, comportamenti violenti o autodistruttivi. La risonanza internazionale – 142,6 milioni di visualizzazioni – della miniserie britannica Netflix Adolescence, storia di Jamie, tredicenne senza amici che davanti a un post derisorio di
una compagna di scuola prende un coltello e la uccide, sconvolgendo famiglia e scuola, dimostra come sia una ferita aperta. Incel, ovvero celibe involontario, è l’insulto con cui Jamie era stato bullizzato da Katie. Non degno di essere notato, tantomeno desiderato. (Su questa serie ha scritto un’analisi interessante lo psicoterapeuta Andrea Arrighi, Adolescence, il lato oscuro delle video-immagini, pubblicato in Rivista di psicologia analitica, vol. 111/2025. “E’ il silenzio emotivo che isola i ragazzi nella loro fragilità di maschi, e che non trova voce né ascolto nella disconnessione tra padri e figli, con i millennial costretti a rendersi conto di non essere genitori migliori”).
I giovani uomini oggi sembrano prigionieri delle dinamiche tossiche della manosphere, crescono immersi in un immaginario carico di risentimento, in cui la misoginia diventa norma di vita e il fallimento personale viene visto come la prova schiacciante di una guerra dichiarata tra i sessi. (Per chi come me non lo sapesse, la manosphere è una bolla di siti web, blog e forum, una sorta di tribunale maschile immaginario che fornisce un solo capro espiatorio: le donne, e soprattutto le femministe, sono la causa della perdita del proprio status di maschi bianchi eterosessuali. L’idea era venuta a un certo Ian Ironwood nel 2013 sull’onda di Star Wars, dove un Luke Skywalker qualunque, anziché alla Forza, chiama al Risveglio maschile). Prova di questo cortocircuito comunicativo e relazionale è un test che ripropone da anni un sociologo americano, Michael Kimmel, chiedendo agli studenti cosa voglia dire per loro essere uomo o donna. Le ragazze, sulla spinta dell’empowerment, rispondono: “Posso essere quello che voglio”, alle spalle hanno la forza simbolica della lotta di nonne e madri. I maschi, secondo l’imperativo “sii un vero uomo!”, al primo posto mettono “non piangere”, seguito da “non mostrare i tuoi sentimenti”, “non mollare mai”, “sii forte, aggressivo”, “non avere pietà”, “fai più sesso che puoi”, “diventa ricco”… In una società che celebra l’autodeterminazione, i giovani maschi sembrano ancora intrappolati nelle aspettative rigide dei loro bisnonni, finendo per coincidere con quel rilancio dei valori dell’America Maga di Trump. “La mascolinità sta tornando”, dice il maschio alfa Elon Musk. “I grandi uomini stanno emergendo. Giusto in tempo. Ne avremo bisogno”. E allora trionfano la manipolazione aggressiva, i muscoli, i soldi, lo status sociale. Per Manolo Farci è importante lavorare sui modelli da proporre. Oggi, di contro ai ragazzi che si fanno trascinare da personaggi come l’ex campione di kickboxing Andrew Tate (dieci milioni di follower) e dai suoi video misogini e violenti, c’è anche chi si riconosce in attori come Paul Mescal, immagine di un maschile più gentile e dialogante. “Molti uomini che seguono Andrew Tate lo fanno anche perché incarna un modello di successo, forza e riconoscimento sociale desiderabili”, dice Manolo Farci. “Questo segnala un vuoto: la mancanza di figure di riferimento capaci di combinare quei tratti considerati attraenti con una visione sana e non regressiva delle relazioni e della società. Una figura come HasanAbi, streamer politico statunitense noto per le sue posizioni socialiste e progressiste, può rappresentare un’alternativa interessante. Hasan ha attributi associabili all’idea di maschio alfa – è bello, benestante, ha auto di lusso. Proprio questa combinazione gli consente di intercettare i giovani attraverso i simboli a loro familiari di successo e status, per poi accompagnarli verso una revisione critica delle loro convinzioni”.
Al cuore del conflitto tra uomini e donne resta esasperato e irrisolto il nodo centrale della disparità emotiva tra i generi, riconfermato dalle dinamiche di ogni femminicidio che puntualmente si ripresenta. “Una danza macabra a due passi” l’ha definita Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, nel suo recente Farsi male. Variazioni sul masochismo, edito da Einaudi. “E’ il mondo binario che in tempi che cambiano e in conflitti che esplodono finisce per rovesciarsi: uomini violenti perché si scoprono fragili di fronte a donne non più dipendenti; donne violentate perché si scoprono forti di fronte a uomini che, svelando la loro dipendenza, le vorrebbero ancora sottomesse. Maschi che si sentono privati di un ruolo dominante e che, spodestati dalla storia, reagiscono con l’arma paranoide del controllo. A volte le donne, per non farsi male, devono diventare diagnoste di rapporti malati”. E’ evidente che le donne si sono stancate di portare sulle spalle il fardello emotivo delle relazioni, definito da molte ricercatrici come mankeeping, l’impegno invisibile e non riconosciuto di prendersi cura di un uomo, gestirne le vulnerabilità, mediare i suoi silenzi. E’ il peso residuale del modello della divisione patriarcale dei ruoli: all’uomo responsabilità sociale e razionalità, alle donne la solidità affettiva ed emozionale della coppia e della famiglia. Perché stupirsi allora se molte ragazze oggi scelgono di concentrarsi sul loro percorso di autonomia e realizzazione, piuttosto che sulla crescita emotiva di un giovane uomo?
A questo punto ci si chiede perché il femminismo parli così poco agli uomini. Lo chiediamo a Stefano Ciccone, sociologo dell’Università di Tor Vergata, promotore nei lontani anni Ottanta dei primi gruppi di autoascolto maschile, fondatore dell’associazione “Maschile Plurale”. Diventata rete nazionale dal 2006, è formata oggi da circa cinquanta gruppi, un migliaio di uomini che si confrontano, vanno nelle scuole a parlare con gli studenti, collaborano con i centri antiviolenza, promuovono periodici incontri nazionali, gli ultimi nel 2025 a Milano e a Bologna, anche con altri partner, come l’Osservatorio maschile “Hey Men!”. Ciccone ha all’attivo due libri, Essere maschi. Tra potere e libertà, e Maschi in crisi? Oltre la frustrazione e il rancore, entrambi pubblicati da Rosemberg & Selllier. Amico delle donne, con la femminista storica Lea Melandri ha avuto negli anni un rapporto proficuo, raccolto nel dialogo a due Il legame insospettabile tra amore e violenza (C&P Adver Effigi). Lea Melandri ha poi riproposto il tema in Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, uscito nel 2011 per Bollati Boringhieri. Nei suoi libri Ciccone si confronta con la critica e l’elaborazione teorica del femminismo italiano e internazionale, da Luisa Muraro a Judith Butler. Come non chiedere proprio a lui un bilancio? “Non siamo riusciti ad arrivare a un vero riconoscimento reciproco: la richiesta era di affidarci all’autorità femminile tout court”, ammette Stefano Ciccone. “Hanno anche pesato le divisioni tra femminismi: a fronte della nostra impossibile scelta di campo abbiamo continuato a confrontarci con donne di generazioni e orientamenti diversi”. Molte limitazioni, insomma. E qualche problema è emerso anche con i centri antiviolenza dopo la loro resistenza a riconoscere il ruolo dei centri che lavorano con uomini maltrattanti. “Possiamo discutere le metodologie adottate, ma se diciamo che non si può ridurre la violenza a patologia o devianza non si può non riconoscere la necessità e la possibilità di promuovere un cambiamento anche in chi agisce violenza. Con le nuove generazioni, invece, le ragazze di Non Una di Meno per capirci, che si richiamano alla intersezionalità e al transfemminismo, si sconta una diffidenza verso i maschi eterosessuali, cisgender detentori di un privilegio… Ci vedo una malintesa concezione della radicalità, che non vuol dire tagliare con l’accetta, ma andare alla radice delle cose, affrontare le contraddizioni, le complicità. Il femminismo mi ha insegnato che bisogna provare a cambiare il mondo cambiando sé stessi, senza mai pensarsi innocenti”. Allora qual è la verità della differenza maschile? “Il coinvolgimento nelle rivendicazioni del femminismo e del movimento lgbt+ si è limitato a una sorta di alleanza nel contrasto alla violenza, o solidarietà contro le forme di discriminazione sociale e l’uso del potere nelle relazioni dei sessi. La cultura progressista, da parte sua, non riesce ad affrontare il revanscismo maschile perché non è sufficiente fermarsi alle regole e ai diritti. Oggi ci vuole qualcosa di più. Dobbiamo costruire, per noi uomini, le risorse simboliche per pensarci in un mondo nuovo. Ma per farlo serve un lavoro personale e collettivo ancora fragile”. Perché diciamolo, gli uomini non hanno da buttar giù nessuna Bastiglia, se non dentro di sé, mentre le donne ce l’avevano.
Il sociologo Manolo Farci, nel suo saggio “Quel che resta degli uomini”, indaga la crisi del maschio fornendo una lettura fuori dagli specialismi
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Le donne sono stanche del cosiddetto “mankeeping”, l’impegno invisibile di prendersi cura di un uomo e gestirne le vulnerabilità “Non è sufficiente fermarsi alle regole e ai diritti”. E’ necessario “costruire le risorse simboliche per pensarci in un mondo nuovo”





