
La Posta Letteraria OFF e il libro di Donatella Stasio “L’amore in gabbia”
11 Marzo 2026Parte II
Il tempo che si decide
Le fiaccole di Abbadia San Salvatore — renovatio mundi e fuoco cosmico
Pierluigi Piccini
Il tempo che si decide
Nelle culture arcaiche il tempo non è lineare ma ciclico e fragile. Ogni anno si consuma, rischia di non ricominciare. I riti del solstizio non celebrano un passaggio: lo eseguono. La fiaccola non commemora la luce — la richiama. È la renovatio mundi di cui parlava Eliade: il mondo non si rinnova da solo, ha bisogno di essere rifatto. Il rito ripete l’atto cosmogonico originale, riaccende il fuoco primordiale, rimette in moto il tempo. Per noi il 24 dicembre è una data nel calendario. Per chi abita quel rito, è il momento in cui il tempo si decide.
Questa concezione del tempo non appartiene a una civiltà sola. È una struttura del pensiero umano che attraversa culture lontanissime, e che nessuna teologia ha mai del tutto sostituito — perché risponde a qualcosa che la teologia non riesce a contenere: il senso fisico, corporeo, che il mondo possa davvero non ricominciare. Il buio del solstizio non è una metafora. È un’esperienza. E il fuoco che vi si accende dentro non è un simbolo: è una risposta.
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Il fuoco prima degli dèi
Il fuoco precede tutte le narrazioni che lo hanno incorporato. Prima che esistessero templi, dogmi o calendari liturgici, il fuoco era già al centro dei gesti umani più seri. Non come strumento — come presenza. Un’entità che non si produce ma si libera, non si fabbrica ma si custodisce.
I Romani custodivano il fuoco sacro di Vesta nel cuore della città: la sua estinzione era un presagio di catastrofe per l’intera comunità. I Celti accendevano fuochi rituali sulle colline nelle notti di passaggio stagionale, per purificare e ricostituire l’ordine che il tempo aveva consumato. In Persia, il fuoco di Ahura Mazda ardeva ininterrotto nei templi come incarnazione visibile del principio divino — non simbolo del dio, ma il dio stesso nella sua forma più pura. La forma cambia, la struttura no: il fuoco non illumina il sacro — il fuoco è il sacro.
Ciò che accomuna questi gesti non è la credenza, ma la struttura: il fuoco è il punto in cui il mondo umano e il mondo cosmico si toccano. È la soglia resa visibile. Per questo ogni cultura che ha voluto fondare qualcosa — una città, un anno, un ordine — lo ha fatto con il fuoco. E per questo le fiaccole di Abbadia non sono una curiosità folklorica: sono l’ultimo anello di una catena lunghissima.
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Quando l’astronomia è diventata teologia
La sovrapposizione con il Natale cristiano non è casuale ma strutturale. Il dies natalis Solis Invicti — la festa del Sole Invitto, celebrata il 25 dicembre nell’Impero Romano — è stata assorbita dal calendario cristiano, che ha trovato in quella data la sua collocazione definitiva. Non fu una sostituzione violenta: fu un riconoscimento. Il cristianesimo ha capito, consapevolmente o no, che quella data custodiva qualcosa che non si poteva ignorare.
Il sole si ferma tre giorni e poi risorge. Cristo muore, scende agli inferi, risorge al terzo giorno. La struttura è identica. Il Natale e la Pasqua replicano lo stesso schema cosmico — la luce che si arresta, la discesa nell’oscurità, il ritorno. Il cristianesimo ha compiuto un’operazione di straordinaria potenza: ha preso la struttura impersonale del cosmo e l’ha incarnata in una storia personale. Il sole che torna è diventato un uomo che risorge. L’astronomia è diventata teologia.
Ma il fuoco bruciava prima che arrivassero gli dèi romani, e continua a bruciare dopo che le chiese hanno smesso di spiegarsi. Le fiaccole di Abbadia bruciano esattamente in quel punto di cerniera: nel momento in cui il cosmo e la fede si rivelano come variazioni dello stesso gesto antico. Non si tratta di scegliere tra le due letture — si tratta di riconoscere che la seconda cresce dalla prima, e che entrambe crescono da qualcosa di più antico ancora.
- Fine della seconda parte · Nella terza: la forma della fiaccola, il bosco che si offre, la montagna che custodisce il fuoco.





