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14 Marzo 2026GLI IMPERI DELLA DISPERAZIONE
Joseph Roth e Stefan Zweig, uniti dal pessimismo e dall’odio per la politica, nell’Europa sull’orlo del suicidio
di
Erano
preveggenti. Ma presbiti, incapaci di vedere il loro presente. Comunque del tutto impotenti a fronteggiare la catastrofe. Odiavano la politica del loro tempo. Erano l’uno e l’altro ebrei. In realtà volevano essere solo europei. Mentre la loro Europa si stava suicidando. “Chi non è disgustato dalla politica? Lei ha ragione, l’Europa si sta suicidando, e la lentezza e crudeltà di questo suicidio dipendono dal fatto che l’Europa è un cadavere, un cadavere che commette suicidio”. Così scriveva Joseph Roth a Stefan Zweig il 23 ottobre 1930.
E’ solo una delle centinaia di lettere che i due scrittori si scambiarono negli anni Trenta. Alcune scritte a mano, altre dettate agli assistenti che le battevano a macchina. Molte si sono perse, tra guerre e traslochi. Un’ampia scelta di quelle che rimangono escono ora, tradotte in italiano, in uno spesso volume edito da Adelphi, con un titolo che suggerisce la sostanza: Ombre folli. Lettere 1927-1938. Un apparato di note, e una densa postfazione di Heinz Lunzer, aiutano a districarsi nella fitta giungla epistolare. Una sola avvertenza: è una lettura che mette una grande tristezza. Per loro. Ma anche per tutto quanto somiglia ai fatti nostri, del nostro tempo.
Il suicidio dell’Europa fu in effetti lento. Non era affatto impercettibile. Pochi si rendevano però conto della sua dinamica. Ci sarebbero voluti altri tre anni perché Hitler fosse nominato cancelliere. Ancora quasi dieci anni perché si arrivasse alla guerra mondiale. Nessuno aveva idee chiare su chi fossero gli istigatori del suicidio. Si sprecavano, da destra, le lamentele sul tramonto dell’occidente. E, dal lato opposto, le false speranze sul sol dell’avvenire che avrebbe dovuto inevitabilmente sorgere sulle ceneri del capitalismo.
“Questo tramonto ha una diabolica somiglianza con una psicosi. Così si presenta il suicidio di uno psicotico. E’ davvero il diavolo a governare il mondo. Ma continuo a non capire gli estremisti di entrambe le ali, sono ancora troppo contemporaneo di Francesco Giuseppe, e in mezzo a questo fango continuo a odiare l’estremismo; è la lingua di fuoco più ardente e disgustosa di questa fiamma”. Così prosegue la lettera di Roth a Zweig. Il dichiarato amore per Franz Joseph non è una battuta: deluso dalla sinistra e dalla destra, Roth si sarebbe fatto monarchico, sostenitore attivo del ritorno dell’imperatore asburgico a Vienna. Col senno di poi verrebbe da dire che si era bevuto il cervello. Zweig avrebbe continuato sino quasi alla fine a barcamenarsi nelle sue illusioni moderate, nell’ideale impossibile di un mondo pacificato dall’umanesimo e dalla reciproca tolleranza degli intellettuali.
Roth e Zweig sono all’inizio degli anni Trenta scrittori all’apice della loro fama. Pubblicano e vendono. Soprattutto in Germania. Vengono tradotti in diverse lingue europee. Non sanno forse ancora che sarebbero finiti suicidi, come la loro Europa, e il loro mondo, saranno costretti anche loro stessi a suicidarsi. Roth sarebbe crollato per strada a Parigi nel maggio 1939, consumato dall’alcool e dalla vita in esilio, divenuta troppo dispendiosa in seguito al prosciugarsi delle fonti di entrata del lavoro giornalistico e di scrittore. Zweig si sarebbe suicidato, nel febbraio 1942, assieme alla seconda moglie e assistente Lotte Altmann, in una camera di albergo a Petropolis, cittadina di montagna vicino a Rio de Janeiro. Li trovarono abbracciati sul letto. Prima si era avvelenato lui, poi lei.
La vita stessa è già tanto in questi giorni, è il titolo della traduzione italiana del volume che raccoglie le Ultime lettere dall’esilio Americano di Stefan e Lotte Zweig, da New York e poi dal Brasile (Castelvecchi 2022). In un certo senso è un sequel al carteggio tra Zweig e Roth che si era interrotto nel 1938. I curatori, Darién J. Davis e Oliver Marshall indagano il contesto del suicidio. Non erano in miseria. In Brasile c’era una dittatura di destra. Ma non erano direttamente minacciati dai nazisti. Lei soffriva di asma, e di denti. Ma soprattutto erano entrambi depressi. Sono lontani dall’Europa, dai familiari. Lui lamenta che essere lontano dai suoi libri gli impedisce di lavorare. Sono stanchi “della guerra di tutti contro tutti nella nostra Europa suicida”. Sono sopraffatti da pessimismo e solitudine. Sono anche afflitti dal senso di colpa per essersela tutto sommato cavata mentre in Europa tanti soffrono. “Questa nuova guerra […] significa di nuovo la distruzione della vita e della felicità di innumerevoli individui, porterà alla fame milioni di persone, e gli ebrei […] soffriranno come mai prima d’ora”, scriveva ai familiari da New York. “Ci si vergogna di vedere qui l’abbondanza di cibo e di ogni cosa […]. E pensare che andrà sempre peggio per l’umanità – voi siete molto più giovani e vedrete dopo la vittoria un mondo migliore, ma io con le mie tre vite [il titolo provvisorio dell’autobiografia cui stava lavorando] sento che la mia generazione è diventata superflua”. In queste circostanze “andarsene così è la cosa migliore per Stefan e per me”, si legge nell’ultima lettera di Lotte alla famiglia in
Europa.
Losers, perdenti, direbbe di loro Donald Trump. Avrebbero avuto entrambi ragione da vendere di essere disperati in quel momento. Se non ché, per una di quelle terribili ironie della storia, avevano anche torto. Torto marcio. Bastava pazientassero ancora un pochino, qualche anno ancora, e il loro sogno si sarebbe avverato: l’Europa unita sarebbe divenuta quello che loro avevano sempre sperato, un faro di civiltà, di democrazia e benessere, un luogo senza più guerre tra nazioni, un crogiolo di popoli che parlano lingue diverse, un bastione della cooperazione internazionale, della tolleranza e dell’accoglienza. Avrebbe continuato ad esserlo per un periodo significativamente lungo. Tre quarti di secolo. Quanto durò l’Unione sovietica. Continua, bene o male, ad esserlo ai giorni nostri. Cosa che sconsiglia dal disperare, o per lo meno dal disperare per impazienza.
“Gli ebrei sono proprio stupidi. Solo gli antisemiti, ancora più stupidi di loro, possono credere che gli ebrei siano pericolosamente intelligenti. Dopo duemila anni non sono ancora riusciti a diventare simpatici, e sono così stolti da ritenere se stessi e l’ebraismo al centro del mondo […] Com’è stupido e meschino tutto questo – e come ci si ritrova all’improvviso liberi da qualsiasi legame: non sono più capace, e me ne rammarico, di riconoscermi in questo ebraismo che continua a sconfessare sé stesso…”, scriveva Roth a Zweig il 15 dicembre 1932. Ce l’ha con le fazioni dell’ebraismo in cagnesco tra di loro. Soprattutto ce l’ha con gli editori e i direttori di giornali ebrei con cui ha a che fare. Ce l’ha con quelli che si barcamenano, pensano che ancora in Germania ce la si possa cavare, si possa continuare a pubblicare con un po’ di acquiescenza. Ce l’ha con il quietismo degli altri grandi scrittori tedeschi che, Thomas Mann in testa, pensano di poter continuare come prima. “Detto tra noi [Thomas Mann] sarebbe capace di riconciliarsi con Hitler. Non lo fa solo perché al momento gli è impossibile. E’ una di quelle persone che accettano tutto con la scusa di comprendere tutto” (lettera del 31 agosto 1933). Ce l’ha, è evidente, anche con il suo interlocutore epistolare, il suo carissimo amico Stefan Zweig, troppo accomodante coi nazisti. Zweig evita di esprimere giudizi sul nazismo con l’amico musicista viennese Richard Strauss, nel timore che si guastino i buoni rapporti e le prospettive di futura collaborazione. Continua imperterrito a illudersi che nel Terzo Reich manterrà un’audience per i suoi libri e i suoi articoli, che la buriana passerà e che prima o poi tornerà il sereno.
Sono entrambi conservatori. Sono nostalgici di un mondo che fu. Roth, del mondo dello shtetl nell’Europa dell’Est, che pure in gioventù ha abbandonato per venire a Vienna, della tolleranza nei confronti degli ebrei, e della convivenza di tutte le altre minoranze nell’impero austro-ungarico. Sono ebrei erranti, ma in cerca disperata di punti fermi, di riferimenti. Zweig ha una nostalgia struggente per la civiltà e la cultura della Vienna in cui è nato in una famiglia benestante. Continuerà a crederci per tutta la vita. L’ultimo e più famoso dei suoi libri, Il mondo di ieri, è uno struggente amarcord di un’Europa che non c’è più. L’essersi reso conto che quel mondo era in buona parte solo immaginario, e comunque non sarebbe mai più tornato, è forse una delle ragioni che l’avrebbero spinto al suicidio.
L’uno e l’altro diffidano delle sirene estreme del loro tempo: la palingenesi comunista e la palingenesi nazista. Entrambi diffidano anche della promessa rappresentata dal sionismo. Non li convince, come non convinceva Franz Kafka, il padre di tutti i pessimisti. Il loro ebraismo si è dissolto da generazioni in un sogno diverso, quello dell’assimilazione nella cultura e nella civiltà europea. Gran parte della loro generazione sarebbe naufragata sugli scogli del comunismo o del sionismo. Tra gli ebrei del Novecento, chi credeva davvero, voleva davvero cambiare il mondo, aderiva al socialismo o aderiva al sionismo. Trovavano uno scopo nella vita, una patria, un ideale. Riuscivano così a sopravvivere alla crisi, anche alle peggiori delusioni, alle persecuzioni, comprese le persecuzioni subite dalla propria parte. Un appiglio è sempre un appiglio, anche se vacilla. Roth e Zweig non ebbero questa fortuna. Diffidavano degli estremismi, dei fanatismi, credevano nella ragione, nell’universalismo, nell’umanesimo dell’Europa del passato e del futuro. Erano aristocratici dell’intellighenzia. C’è chi li ha addirittura tacciati di essere dei “sicofanti spirituali”. Non nutrivano simpatia per il popolo e per le masse, tanto meno per i politici, i partiti, i sindacati. Predicavano l’indipendenza dalla politica. Anzi disprezzavano la politica in quanto tale. Finirono col rimanere soli, col finire sommersi dai marosi.
Roth e Zweig scrivono, ciascuno a modo suo, con straordinaria maestria, di vicende umane. Di politica spicciola capiscono invece poco o nulla. Peccano entrambi di strepitose ingenuità, anche se di segno opposto. Il che non impedisce però che ogni tanto la azzecchino. O vadano vicinissimo ad azzeccarla. Ecco quello che Roth scrive a Zweig poco dopo la nomina a cancelliere di Hitler: “Ecco la mia opinione: a) durerà quattro anni; b) Hitler finirà con il disastro o con il ritorno della monarchia; c) noi non intratterremo rapporti di sorta con il Terzo Reich; d) fra cinque mesi non ci saranno più editori, librai, autori della nostra specie; e) bisogna rinunciare a qualsiasi speranza, definitivamente, con risolutezza, con forza, come si conviene. Tra noi e lui [Hitler] c’è la guerra. Qualsiasi pensiero sul nemico sarà ripagato con la morte. Tutti gli scrittori di un certo rilievo che sono rimasti in Germania andranno incontro alla morte letteraria; f) finché siamo messi al bando, non è il caso di fare causa comune con ‘quelli di sinistra’ […] Il nostro destino è anche colpa loro. Sono il partito dei cretini arroganti”. (Roth a Zweig, 22 maggio 1933).
In dissenso su molte cose, Roth e Zweig condividono un pessimismo cosmico. Che esplode nel 1933. La Russia di Stalin, i comunisti che vogliono fare la rivoluzione, i socialdemocratici, gli fanno orrore quasi quanto l’estrema destra e i nazisti. “Abbiamo tutti sopravvalutato il mondo: l’ho fatto pure io, che pure sono un incorreggibile pessimista. Il mondo è molto, molto stupido, è bestiale […] Tutto: principi umanitari, civiltà, Europa, persino il cattolicesimo: una mandria di buoi è più assennata” (Roth a Zweig da Parigi, 28 aprile 1933). Zweig, l’ottimista incorreggibile tra i due, gli fa eco poco dopo. “Il mio pessimismo politico è sconfinato. Credo che la guerra sia prossima, come altri credono in Dio”, gli scrive nel giugno 1934. A metterli finalmente d’accordo è stato Hitler al governo.
Zweig si trova in quel momento in Inghilterra (“Ogni mattina ringrazio il cielo di essere libero”). Annuncia all’amico di voler tornare in Austria “per sistemare alcune cose”, dopo di che partirà per il Sud America o il Nord America”. In una lettera successiva, dell’agosto 1934, Zweig afferma di “aver raggiunto il proprio “personale traguardo”: “Proprio come Erasmo vengo attaccato ugualmente da destra e da sinistra”. Ce l’ha con un’opposizione che, anche dopo l’arrivo al potere di Hitler continua a litigare con sé stessa (“la stampa nazista sta sogghignando sotto la museruola e prova una gioia incontenibile al pensiero che ancora oggi, nel 1934, gli ebrei continuino ad accapigliarsi”). Ce l’ha con i fuoriusciti che si illudono che Hitler possa essere fermato ed estromesso dalle forze armate. “Se solo i giornali degli emigrati lo capissero, se capissero che quando acclamano la Reichswehr [le forze armate tedesche] come salvatori […] distruggono tutto il potere di cui semmai dispongono. Che quando acclamano Schleicher [il generale che aveva preceduto Hitler nella veste di cancelliere] quale eventuale candidato alla successione, finiscono comunque per assassinarlo”. Strano miscuglio di politica da bar (oggi diremmo da sito social) e sorprendenti intuizioni: effettivamente di lì a poco Schleicher, possibile rivale militare a Hitler, sarebbe stato assassinato dalle SS nella Notte dei lunghi coltelli.
Sia Roth che Zweig sono stakanovisti della scrittura. Scrivono per vivere, per mantenersi. Ma, al tempo stesso, vivono per scrivere. L’uno o l’altro producono a ritmo vorticoso. Sfornano libri, articoli, racconti a tutt’andare. Roth ha continuamente bisogno di soldi. A un certo punto ne chiede anche al suo amico Zweig. All’inizio la scusa è che ne ha bisogno per curare la moglie, malata di schizofrenia. Poi diventa un modo per continuare a vivere al di sopra dei propri mezzi, e, al tempo stesso, poter essere generoso con tutti. Roth è alcolizzato. Ha bisogno di bere per scrivere, di scrivere per bere. Zweig è un lavoro-dipendente, workaholic della scrittura direbbero gli anglosassoni. Potrebbe anche rallentare, ha già accumulato abbastanza per vivere comodamente anche in esilio, e pure continuare ad aiutare gli amici in difficoltà. Ma per lui scrivere e pubblicare sono un imperativo morale. Quando i suoi libri vengono proibiti in Germania e poi nella sua Austria, chiudono o passano sotto controllo nazista, uno dopo l’altro i giornali e la case editrici per cui scriveva, non è solo che si prosciugano le fonti di reddito che gli davano di che vivere, gli viene meno la ragione, la voglia di vivere. Toglietemi ciò per cui vivo e mi togliete la vita, avrebbe detto lo Shylock di Shakespeare.
Centinaia di lettere, di cui molte sonoandatepersetraguerraetraslochi.
Ora tradotte in italiano nel volume “Ombre folli” edito da Adelphi “L’Europa è un cadavere”,scriveva
Roth a Zweig il 23 ottobre 1930. Ci volevano quasi dieci anni perché si arrivasse alla guerra mondiale Avrebbero avuto ragione di essere disperati. Ma bastava pazientassero qualche anno, e il loro sogno, l’Europa unita, si sarebbe avverato Sono entrambi conservatori, nostalgici di un mondo che fu.
Ebrei erranti, ma in cerca disperata di punti fermi, di riferimenti





