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Piccini fa la sua analisi dell’opera di Lorenzetti «E’ molto di più di un manifesto politico»
Siena
E’ Pierluigi Piccini ad entrare nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico, per parlare davanti al ciclo di Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti. «Si continua a commettere un errore – scrive l’ex sindaco di Siena –: lo si legge come un manifesto politico. È molto di più. È una teologia della città. L’intuizione è semplice, ma radicale: il Buon Governo non rappresenta una città ben amministrata. Rappresenta una città salvata. Basta guardare meglio. Il Duomo di Siena non domina la scena. Non è il centro visivo, non organizza lo spazio. In una città medievale questo è quasi inconcepibile. Eppure accade. Perché il tempio non è più un edificio. Il tempio è la città stessa quando è ordinata dalla giustizia. Lorenzetti compie uno spostamento decisivo: la sacralità non è concentrata, è diffusa. Non è nella pietra, ma nella relazione tra i cittadini. Non è nel rito, ma nell’equilibrio delle azioni quotidiane. La danza, il lavoro, il commercio, la costruzione: tutto è armonia, tutto è misura. È la forma visibile di una città che vive dentro un ordine più grande. Questa idea ha una radice precisa. In De civitate Dei, Agostino d’Ippona definisce la pace come tranquillitas ordinis: la quiete che nasce dall’ordine giusto. Non è assenza di conflitto, ma armonia delle relazioni. È esattamente ciò che vediamo. Nella riflessione di Tommaso d’Aquino, la giustizia non è solo una virtù individuale, ma il principio che struttura il bene comune. La comunità politica è un corpo ordinato, e la legge è giusta solo se orientata alla vita di tutti. La città del Buon Governo è precisamente questo: un organismo in cui ogni parte trova il suo posto perché esiste una misura condivisa». «È difficile non leggere in questa immagine una trasposizione della Gerusalemme celeste — continua Piccini – non come promessa ultraterrena, ma come possibilità storica. Nell’Apocalisse di Giovanni si dice che nella città finale non vi è tempio, perché Dio stesso è il suo tempio. Significa che la presenza del divino non è più concentrata in uno spazio separato, ma coincide con l’intera realtà redenta. Il Duomo può arretrare, perché ciò che rappresenta è già diffuso nella città giusta. La giustizia diventa il vero luogo della presenza. Dall’altra parte, il Cattivo Governo non è semplicemente il contrario. Non è una cattiva amministrazione. È una caduta. Le figure si deformano, i corpi si irrigidiscono, i volti si animalizzano. La Tirannide sfiora il demoniaco. Gli animali e le ibridazioni appartengono all’immaginario dell’Apocalisse: quello delle bestie che emergono quando l’ordine si spezza e il potere si separa dalla giustizia. Quando la giustizia viene meno, l’uomo perde forma. Quando perde forma, perde relazione. Quando perde relazione, la città si dissolve. Il contrasto tra le due pareti è perciò assoluto. Da una parte la misura, la proporzione, la vita che scorre. Dall’altra la rottura, la violenza, il ritorno al bestiale. Non è una differenza di grado. È una differenza di natura. Lorenzetti non sta dicendo che governare bene è utile. Sta dicendo che è necessario per restare dentro l’ordine che rende possibile l’umano. La domanda, allora, non riguarda il Trecento. Riguarda noi. E a Siena pesa più che altrove — perché qui, una volta, qualcuno ha avuto il coraggio di mostrare che la giustizia non è un principio astratto, ma la condizione stessa della realtà condivisa. Questa città ha già saputo pensare se stessa in grande. Lo ha scritto sulle pareti. Senza giustizia non c’è città. Senza città non c’è comunità. Il resto viene dopo. O non viene affatto».





