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Se c’è un filo che attraversa la settimana italiana, è quello di un paese che si scopre esposto su più fronti contemporaneamente — militare, diplomatico, politico, persino sportivo — senza che nessuno di questi fronti mostri segni di stabilizzazione.
La notizia più concreta, e per certi versi più inquietante, è arrivata giovedì dal Libano. Un razzo ha colpito la base di Shama, quartier generale del contingente italiano e del settore Ovest di Unifil, senza causare feriti tra i militari italiani. ANSA Ma “senza feriti” non può diventare una formula di rassicurazione automatica: nell’ultima settimana sono stati superati i cento lanci quotidiani di razzi da parte di Hezbollah e i trecento dell’IDF, costringendo i militari italiani a raggiungere i bunker quotidianamente. ANSA La missione Unifil, a guida italiana da qualche mese, si trova in un contesto che non è più di peacekeeping ma di vera e propria esposizione al fuoco incrociato. E sullo sfondo si apre già la questione di cosa fare a giugno, quando il Consiglio di sicurezza dovrà decidere se confermarla, riformarla o chiuderla.
Lo stesso giorno, Giorgia Meloni ha sentito al telefono il premier britannico Keir Starmer. I due leader hanno convenuto sull’importanza di ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, osservando come gli ostacoli attuali imposti dall’Iran al traffico commerciale navale stiano producendo costi significativi per l’economia mondiale. Il Giornale L’Italia era presente anche al vertice virtuale presieduto dal ministro degli Esteri britannico Cooper, con la partecipazione di Antonio Tajani tra i rappresentanti dei circa trentacinque paesi riuniti per cercare una soluzione diplomatica al blocco dello stretto. È la postura tipica dell’Italia in questi frangenti: presente nei tavoli, cauta nelle scelte, attenta a non esporsi militarmente più del necessario. Una posizione che finora ha retto, ma che la presenza dei nostri caschi blu in Libano rende ogni giorno più difficile da gestire.
Sul fronte interno, la settimana è stata dominata da una vicenda che, partita come gossip, ha finito per rivelare qualcosa di strutturale sul governo Meloni. In una videointervista a Money.it, la giornalista Claudia Conte ha rivelato di avere una relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi — una dichiarazione che ha circolato nelle chat dei parlamentari fin dal primo mattino e che è diventata rapidamente un caso politico, maneggiato con cautela a Palazzo Chigi. ANSA Meloni ha convocato il ministro e ne ha ricevuto rassicurazioni, ma il problema non è la relazione in sé: è la traiettoria degli incarichi ottenuti dalla donna nel perimetro del Viminale — dall’insegnamento nell’Alta Scuola di Polizia a un ruolo di consulente nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie Radio Popolare — e soprattutto la domanda su chi abbia interesse a far emergere ora questa vicenda, e perché attraverso un conduttore organicamente legato ad ambienti di Fratelli d’Italia. Nessuno ha dimenticato il caso Sangiuliano-Boccia, e le conseguenze che ebbe sulla stabilità dell’esecutivo. The Social Post La Lega, intanto, gioca con i silenzi: fonti del partito precisano di non voler rilanciare il tema per rispetto di Piantedosi, ma chiariscono che se si aprisse una riflessione sulla squadra di governo, la loro priorità sarebbe il Viminale. ANSA Un messaggio di pace che suona come una rivendicazione.
E poi c’è il calcio, che in Italia non è mai solo calcio. Il presidente federale Gabriele Gravina si è dimesso, nonostante al termine della gara che aveva sancito la terza eliminazione di fila degli azzurri dai Mondiali sembrasse orientato a temporeggiare. ANSA Poco dopo, anche Gigi Buffon ha lasciato il ruolo di capo delegazione azzurro, con un post sui social in cui ha scritto di aver voluto dimettersi “un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia”, definendolo un atto impellente che gli “usciva dal profondo”. Fanpage Le elezioni per il nuovo presidente federale sono fissate per il 22 giugno — in pieno svolgimento dei Mondiali, paradosso tutto italiano. I nomi in lizza sono quelli di Malagò, Abete, Marani; il futuro del ct Gattuso è segnato. La terza esclusione consecutiva dal torneo più importante del mondo è un dato che parla da solo, e che rimanda a problemi strutturali — la scarsità di giovani italiani nei club di vertice, la governance della Federazione, il rapporto tra calcio e denaro — che nessun commissario tecnico da solo avrebbe potuto risolvere.
Letta insieme, questa settimana italiana racconta un paese che non è in crisi acuta ma in una condizione di affaticamento diffuso: esposto militarmente in uno scenario che si deteriora, coinvolto diplomaticamente in una crisi energetica globale che non ha prodotto, politicamente consumato da scandali di palazzo che si ripetono con variazioni minime di copione, e sportivamente umiliato da una nazionale che non riesce a qualificarsi ai Mondiali per la terza volta di fila. Non è una catastrofe. È qualcosa di più strisciante e, per questo, più difficile da affrontare.





