
What we learned
12 Aprile 2026
Reading (and Shopping) with Angela McRobbie
12 Aprile 2026
Cinque giorni, cinque testi, cinque voci che non si somigliano — eppure tengono insieme, se le si guarda da una certa distanza, qualcosa di preciso: il rapporto tra parola e potere, tra racconto e sopravvivenza, tra lucidità e sconfitta.
Si comincia il 6 aprile con Tacito, Trump e il potere su Gli Stati Generali. Convocarlo per leggere Trump non è un vezzo accademico: è un gesto di onestà intellettuale. Tacito sapeva che il potere non si capisce guardandolo in faccia — si capisce nei suoi effetti, nelle silenziose complicità, nelle retoriche che sembrano nuove e sono antichissime. Ogni volta che qualcuno scrive “questo non era mai successo” a proposito di Washington, Tacito sorride, da qualche parte.
Il 7 aprile, Nazione Indiana ospita quello che il titolo definisce senza mezzi termini: cinismo contemporaneo e malinconia anacronistica. Opinioni di un disadattato. Il disadattato come figura epistemica, non come lamento: chi non si adatta vede le cuciture, i meccanismi, le finzioni condivise che il ben-adattato ha imparato a non vedere più. C’è una lunga tradizione in questo — da Cioran a Bernhard, passando per certi pamphlet italiani anni Settanta che nessuno vuole ricordare. La malinconia anacronistica non è nostalgia: è il dolore di chi sa che certi strumenti per leggere il presente sono stati dismessi troppo in fretta.
L’8 aprile, minima et moralia porta uno scrittore scozzese — John Niven — e la questione dell’ICE, la polizia immigrazione americana, con la sua violenza amministrativa e la sua capacità di rendere invisibili le persone. La letteratura distopica anglosassone ha questo dono particolare: non inventa mostri, descrive procedure. Il mostro non ha la faccia deformata — ha un modulo da compilare, un database, una giacca con un logo. Prevederlo significa averlo già capito prima che accadesse. La domanda che rimane è sempre la stessa: perché ascoltiamo i romanzieri solo dopo.
Il 9 aprile, Il Giornale su Christa Wolf e la sua Cassandra. Eccola ancora, la veggente che non viene creduta. Wolf la scrisse nel 1983 dalla DDR — e non era solo un romanzo sulla caduta di Troia, era una meditazione sul linguaggio del potere, sulla profezia come forma di solitudine, sulla donna che sa e non viene ascoltata. Che Il Giornale — non proprio la testata di Wolf, ideologicamente parlando — le dedichi uno spazio dice qualcosa: certi libri escono dai loro contesti d’origine e diventano proprietà comune. Cassandra non appartiene né alla destra né alla sinistra. Appartiene a chi ha imparato che dire la verità in anticipo è una condanna, non un privilegio.
Il 10 aprile, Studio Sun chiude la settimana con qualcosa di diverso per materia, ma non per tema: il lavoro di Valerio Callieri nell’AS3, il carcere di massima sicurezza femminile di Rebibbia. Raccontarsi per esistere. Non è una formula terapeutica — è una affermazione ontologica. Nel luogo in cui lo Stato riduce al minimo la soggettività, il racconto di sé è un atto di resistenza elementare. Non richiede pubblico. Richiede solo la possibilità di dire: io c’ero, io pensavo questo, io ero così. La scrittura in carcere non è letteratura applicata — è qualcosa di più urgente e più antico.
Cinque pezzi, dunque. Tacito e Trump, il disadattato lucido, il romanziere profetico, Cassandra dalla DDR, e le voci dal fondo del sistema penale. Non è un caso che stiano bene insieme: parlano tutti di chi sa leggere il presente quando il presente non vuole essere letto.
Buon ascolto, buone letture.





