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C’è una frase, nell’unico romanzo che Luperini abbia pubblicato con un editore grande — Sellerio, 2008, L’età estrema — che mi è rimasta addosso per anni senza che riuscissi a sistemarla: “Invecchiando, la vita perde valore.” La ricordo perché mi aveva disturbato. Non per la sua brutalità — quella la capivo, anzi la rispettavo — ma perché veniva da un uomo che aveva costruito tutta la sua esistenza intellettuale sul contrario esatto: sull’idea che la letteratura servisse, che la critica militante avesse un senso, che lo studio dei testi potesse essere — parole sue — una palestra di democrazia. Come si tengono insieme queste due cose? Come si crede per cinquant’anni che la cultura cambi il mondo, e poi si scrive che la vita, col tempo, perde valore?
Forse si tengono insieme benissimo. Forse è proprio questa tensione irrisolta il nucleo più onesto del suo lascito.
Luperini l’ho incrociato, come tutti quelli della mia generazione che hanno avuto a che fare con Siena e con la letteratura italiana del Novecento, soprattutto attraverso il manuale — quello scritto con Cataldi e altri, per Palumbo, la cui prima edizione risale al 1996 e che nelle scuole italiane è ancora vivo. La scrittura e l’interpretazione, poi diventato Noi e la letteratura: il cambio di titolo dice molto. Dalla tecnica alla comunità. Dalla procedura all’appartenenza. Era un uomo che si era formato nel marxismo più esigente — non quello del Pci ma quello che stava a sinistra del Pci, quello che sul ’68 pisano ci aveva creduto davvero — e che tuttavia non aveva mai abdicato alla forma, ai testi, alla struttura interna delle opere. Questo è il punto che i necrologi rischiano di appiattire nella formula del “rigore scientifico e passione civile”: come se fossero due cose che coesistono pacificamente. In Luperini non coesistevano pacificamente. Erano in tensione. E quella tensione era produttiva, era il motore.
Il suo Verga non è il Verga della scuola elementare, il pittore di poveri. È il Verga che smonta dall’interno le illusioni del Risorgimento, che incarna una visione tragica e non consolatoria della storia meridionale. Il suo Montale non è il Montale del Carpe diem liceale. È il poeta della negatività come forma di resistenza — e il saggio su Montale, del 1972 ormai, resta uno dei pochi testi della nostra critica che abbia detto qualcosa di vero su come si costruisce un pessimismo che non sia resa. Il suo Fortini, infine — e qui siamo al cuore di tutto — è il Fortini della coerenza come scelta etica, del rifiuto di farsi assorbire dal sistema culturale dominante anche a costo dell’isolamento.
Questo pantheon non è casuale. È un autoritratto per interposta letteratura.
Dico questo perché mi sembra importante, nel momento della morte, non cedere alla commemorazione benevola che dissolve i contorni. Luperini era scomodo. Era uno di quegli intellettuali che non si lascia arruolare, che non fa il gioco della circolarità accademica, che non scrive per piacere ai colleghi.
E Siena — la Siena accademica, la Siena istituzionale — con lui ha avuto il rapporto che questa città riserva ai suoi intellettuali scomodi: li incorpora lentamente, li neutralizza con la distanza cortese, poi li celebra quando non possono più rispondere. Conosco questo meccanismo da vicino, l’ho visto funzionare su figure diverse in stagioni diverse. Non è malevolenza, è qualcosa di più sottile e più difficile da nominare: una forma di autopreservazione culturale, il modo in cui una città-istituzione gestisce chi la abita senza appartenerle davvero. Luperini era lucchese, era pisano di formazione, era marxista di una specie che Siena non ha mai prodotto spontaneamente. Lo ha tenuto, lo ha usato — i suoi studenti, il suo nome, il suo manuale nelle librerie scolastiche di mezza Italia. Ma riconoscerlo fino in fondo, mentre era vivo e in piena forma, avrebbe significato fare i conti con quello che diceva. Ed era più comodo aspettare.
L’ultimo aspetto che voglio nominare è quello che i comunicati stampa citano di sfuggita: la tenuta fino alla fine. Segnato dalla malattia, ha continuato a leggere, scrivere, intervenire nel dibattito pubblico. Non è eroismo, o almeno non solo. È consequenzialità. Se credi — come lui ha creduto — che la critica letteraria abbia una funzione pubblica, allora non smetti di esercitarla finché puoi tenere una penna in mano. Il pessimismo sulla propria vita non contraddiceva la fedeltà al proprio compito. Anzi, forse lo radicalizzava: proprio perché la vita perde valore col tempo, bisogna fare presto, bisogna continuare, bisogna non sprecare il tempo che resta in comodità o in silenzio.
Romano Luperini ci lascia un’eredità difficile da maneggiare: quella di un intellettuale che ha scelto il conflitto come metodo, la negatività come strumento critico, la scrittura come forma di resistenza. In questi anni di accademia performativa e critica ornamentale, era uno dei pochi che aveva ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non è poco. Non è quasi niente.




