
Nouvelle réunion libano-israélienne jeudi à Washington : la trêve prolongée ?
21 Aprile 2026
MPS, il ritorno del risanatore — Lovaglio riprende le redini del Monte
21 Aprile 2026
ovvero: cinque modi di perdersi e ritrovarsi nell’epoca della disgregazione
C’è una domanda che ritorna, in forme sempre diverse, in quasi tutto ciò che vale la pena leggere in questo periodo: è possibile salvare qualcosa? Una reputazione, un file corrotto, una posizione politica, un gatto danzante, una voce umana che scriveva a mano su carta gialla? La domanda non è retorica. È la domanda della nostra stagione.
Kelefa Sanneh si interroga su Michael Jackson con la precisione chirurgica di chi sa che il paziente è già morto ma che l’operazione continua comunque, per ragioni che riguardano i vivi più che il defunto. Antoine Fuqua — il regista di Training Day, film che già trattava di redenzione impossibile e di potere che corrompe le sue stesse vittime — si trova a costruire un biopic su un uomo che era insieme il più grande performer del Novecento e, secondo molte testimonianze credibili, un predatore di bambini. Come si filma questo? Come si tiene insieme la Moonwalk e il verdetto morale? Sanneh ci guida attraverso il paradosso con la sua consueta eleganza analitica: la redenzione, ci suggerisce, non è un giudizio finale ma un processo aperto, una negoziazione perpetua tra l’opera e la vita, tra il palcoscenico e la stanza buia. Jackson non può essere assolto. Ma forse non è nemmeno possibile — né onesto — cancellarlo dalla memoria collettiva come se non avesse plasmato, con le sue anche e le sue urla, qualcosa di essenziale nella coscienza estetica di tre generazioni. Il regista di Training Day conosce bene questo territorio: anche Alonzo Harris era un mostro con una logica interna devastante.
Mentre Fuqua gira, Julian Lucas ci porta in un territorio più silenzioso e altrettanto perturbante: quello degli specialisti del recupero dati. Sono figure quasi mitologiche — figure che aprono hard disk come si aprirebbero bare, in camera sterile, con strumenti da neurochirurgia — e il loro lavoro è una forma laica di resurrezione. Lucas li segue con attenzione antropologica, e quello che emerge è qualcosa di più ampio di una storia tecnologica: è una riflessione sulla fragilità della memoria digitale, sulla brutalità silenziosa con cui scompariamo quando i nostri dispositivi smettono di funzionare. I nostri archivi di vita — foto, messaggi, documenti, conversazioni notturne — sono tenuti in esistenza da circuiti che si usurano, da magneti che perdono orientamento, da transistor che si bruciano. La vita digitale è più precaria della vita biologica perché almeno il corpo si decompone con una certa dignità, mentre un SSD che muore porta con sé tutto senza lasciare traccia. Gli specialisti di Lucas operano alla frontiera tra il lutto e la tecnica: sanno che non sempre riescono, che a volte la perdita è definitiva, e che la loro funzione ha qualcosa del sacerdozio e qualcosa della medicina forense.
Da qui — dalla perdita, dalla salvezza, dalla negoziazione con il passato — il passo verso Nikhil Krishnan è quasi obbligato. Krishnan difende la moderazione politica con argomenti che il nostro tempo fatica ad ascoltare, abituato com’è alla purezza delle posizioni estreme. La tesi è semplice nella forma e complessa nella sostanza: il compromesso non è viltà, è epistemologia. Chi è disposto a cedere terreno su un punto lo fa perché riconosce che la realtà è più complicata della propria mappa di essa. Chi non cede mai — né a sinistra né a destra — vive in un mondo ideale che assomiglia pericolosamente a una fortezza. Krishnan non è un teorico dell’inerzia: sa che ci sono momenti in cui la linea non si può spostare, in cui il compromesso diventa tradimento. Ma sa anche che quei momenti sono molto meno frequenti di quanto le retoriche combattenti vogliano farci credere. In un’epoca in cui la politica si è trasformata in performance identitaria — e qui il cerchio con Jackson e con i gatti si chiude, come vedremo — la moderazione è un atto di resistenza culturale prima ancora che una posizione programmatica.
John McPhee, intanto, scrive della vita dello scrittore. Che è dire: della vita tout court, per chi scrive. McPhee è ormai una figura quasi ultraterrena nel panorama della saggistica americana — ha costruito, nel corso di decenni, un’opera che è insieme archivio geologico, enciclopedia sentimentale e manuale di percezione. Quando scrive del mestiere, lo fa con la modestia di chi conosce davvero la propria materia: sa che scrivere è aspettare, è perdere tempo in modo produttivo, è accettare che la frase giusta arrivi quando vuole e non quando si ha fretta. C’è qualcosa di profondamente non digitale in McPhee — non per snobismo tecnologico ma per fedeltà a un ritmo di elaborazione che il digitale tende a distruggere. I suoi pezzi richiedono anni. Anni. In un’epoca in cui si pubblica in tempo reale, McPhee è una forma di resistenza quieta e assoluta.
E poi ci sono i gatti. Emily Nussbaum su Cats: The Jellicle Ball — che immagino sia l’ennesima reincarnazione dello spettacolo più incomprensibilmente duraturo della storia del teatro musicale — ci offre probabilmente il momento più liberatorio dell’intero insieme. Perché i gatti di Lloyd Webber sono, in fondo, il grande test della capacità umana di sospendere il giudizio, di abbandonarsi a qualcosa di irrazionale e sfacciatamente kitsch senza vergogna. Nussbaum — critica di rara lucidità — sa che il suo compito di fronte ai Jellicle non è smontare l’illusione ma capire perché l’illusione funziona, perché milioni di persone continuano a voler sapere chi sarà il gatto scelto per rinascere in una nuova vita Jellicle. Anche questa è redenzione, in fondo. Anche questa è la domanda che tiene insieme tutti questi pezzi: chi merita di ricominciare? Jackson, i file perduti, le posizioni compromesse, la frase che non riuscivi a scrivere, il gatto che aspetta sulla scena.
Non c’è risposta. C’è solo l’atto di continuare a chiedere.





