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di Pierluigi Piccini
C’è una scena che Gramsci avrebbe riconosciuto immediatamente. Due dichiarazioni, una del sindaco e una della presidente della Provincia, sostanzialmente intercambiabili, quasi scritte dallo stesso ufficio stampa cosmico che governa il linguaggio della politica italiana nei momenti in cui non sa cosa dire ma deve dire qualcosa. «Fase nuova», «dialogo», «collaborazione istituzionale», «interesse delle comunità locali». E dall’altra parte, speculare e complementare: «istituzioni locali unite», «governance autorevole e competente». Si potrebbe invertire la firma sotto ciascuna delle due dichiarazioni e non cambierebbe nulla. Questo è il primo dato politico della vicenda: quando il linguaggio diventa perfettamente fungibile, vuol dire che la politica ha già finito il suo lavoro e sta solo gestendo la comunicazione del risultato.
Il risultato, nel caso delle nomine alla Fondazione Monte dei Paschi, era scritto nei rapporti di forza reali. Il centrosinistra non aveva i numeri per imporre un proprio nome. Il centrodestra non aveva i numeri per imporre il proprio, ma li aveva per bloccare qualsiasi cosa non gli andasse a genio. In queste condizioni l’accordo non è una virtù, è un’aritmetica. E l’aritmetica, a differenza della retorica, non mente mai.
Gramsci parlava di egemonia come di qualcosa di molto più sottile della semplice forza: è la capacità di far percepire come interesse generale quello che è invece il punto di equilibrio tra interessi particolari. Il notaio Riccardo Coppini incarna alla perfezione questa funzione: figura gradita a entrambe le parti, dunque figura che nessuna delle due parti può rivendicare come propria vittoria, dunque figura che entrambe presentano come trionfo dell’interesse collettivo. Il circo Barnum non è il caos — è il contrario: è lo spettacolo perfettamente orchestrato in cui ogni numero sembra improvvisato e invece segue un copione scritto settimane prima.
La gestione del caso Fabrizi è in questo senso istruttiva. Lanciare un nome con troppo anticipo in una trattativa politica non è generosità, è ingenuità — o forse è qualcosa di peggio, cioè la confusione tra la logica della candidatura pubblica, dove il consenso si costruisce nel tempo, e la logica della designazione istituzionale, dove il consenso si costruisce nell’ombra. Fratelli d’Italia aveva già detto no mesi prima. Eppure il nome è rimasto in pista fino a quando è stato lo stesso Fabrizi a toglierlo. Quarantotto ore di Mauro Rosati, apprezzamenti e contrarietà, e poi il nome giusto sbuca in zona Cesarini come se fosse una scoperta improvvisa, un colpo di genio dell’ultimo momento. In realtà era il nome che doveva uscire dall’inizio, una volta esauriti i tentativi obbligatori di ciascuno schieramento.
L’unica voce fuori dal coro è stata Siena Ideale, che sperava in qualcosa di diverso. Ma alla fine Alessandro Piccini ha votato con tutti gli altri. Il che è, in fondo, la conferma più eloquente di quanto il sistema sia solido: non perché tutti la pensino allo stesso modo, ma perché il perimetro del possibile è così ben definito che anche chi avrebbe voluto qualcosa di diverso finisce per votare il nome condiviso. Non è acquiescenza, è realismo. O almeno così si chiama quando si è dalla parte di chi vota.
Contento il centrosinistra, «forse ancor di più» il centrodestra, che per la prima volta non si sente sconfitto senza colpo ferire. La Fondazione Monte dei Paschi ha un nuovo presidente. Siena ha un nuovo spettacolo di equilibrismo istituzionale da ammirare. E il linguaggio della politica locale ha arricchito il suo repertorio di almeno due dichiarazioni perfettamente interscambiabili, buone per ogni occasione futura.
Barnum avrebbe applaudito. E il pubblico, come sempre, ha pagato il biglietto.





