
Trump’s pardon economy
28 Aprile 2026
Il Pnrr sta finendo: è stato un tampone
28 Aprile 2026La Nota
di Massimo Franco
È chiaro che la richiesta di Matteo Salvini di disdire unilateralmente il patto di Stabilità non ha possibilità di essere accolta. Forza Italia ha già fatto sapere di essere contraria a uno strappo con la Commissione europea guidata dalla popolare Ursula von der Leyen. E, per quanto più possibilista, la stessa premier Giorgia Meloni evita di sbilanciarsi, temendo contraccolpi negativi. Rimane la realtà di un’economia che non cresce, come la produttività; e di un governo preoccupato dalla fine dei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa. Sarebbe ingeneroso attribuire la responsabilità della crisi solo all’esecutivo di destra: sono oltre vent’anni che l’Italia è inchiodata a un tasso di crescita bassa e di debito crescente, sintomi di un cronico difetto di dinamismo. Ma solleva perplessità il fatto che in quasi un quadriennio di stabilità, accompagnato dai generosi finanziamenti europei, la situazione non sia migliorata. È chiaro che non basta limitarsi a scaricare la colpa sugli effetti dello sciagurato Superbonus edilizio approvato durante i governi guidati dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. La stortura è di sistema, e dunque più profonda. E la maggioranza si ritrova esposta a una gragnuola di attacchi da parte di opposizioni pronte ad approfittare delle difficoltà. Le divisioni nella coalizione di Giorgia Meloni acuiscono le tensioni. Il vicepremier Salvini ieri ha ufficializzato l’ipotesi di un’uscita unilaterale dell’Italia. «Rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo del gasolio, della luce e del gas. Se Bruxelles non permetterà a tutti di investire per aiutare famiglie e imprese, chiederemo di poter aiutare gli italiani. Lo diciamo da settimane…». Confrontate con le affermazioni dell’altro vicepremier, Antonio Tajani, le divergenze spiccano. «Sono contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente dal patto di Stabilità. Serve più Europa e non meno Europa», ha avvertito il capo di Forza Italia. Ed è arrivato a evocare uno dei tabù della destra: l’uso dei fondi del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, teso a garantire i Paesi dell’euro che arrancano. Finora, l’Italia si è rifiutata di sottoscriverlo, a differenza delle altre nazioni. «Se noi aumentiamo il debito pubblico mettiamo un altro fardello sulle spalle degli italiani», fa notare il vicepremier, proponendo in alternativa «semmai un altro Pnrr come quello del Covid». Il tema, tuttavia, va oltre lo scontro dentro la coalizione, peraltro non nuovo. L’incognita riguarda la forza che un governo reduce dalla sconfitta referendaria sulla giustizia, e orfano del Pnrr, ha nell’Ue. Dunque se e come possa ottenere misure straordinarie senza vedersi additato di nuovo come il «malato d’Europa». Per di più in un anno elettorale.





