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28 Aprile 2026RICORDI Addio allo storico e prestigioso critico letterario morto all’età di 85 anni
Un cane morto. È quello che mi appare sullo schermo quando sul maledetto uozzap occhieggia il messaggino di xxx che mi dice, mai senza faccetta d’ordinanza, che «è morto Romano». Ingoio una smorfia e googlo «morte Luperini», ma la notizia non è ancora divulgata; spunta invece uno scritto brevissimo dello stesso Romano: non lo conoscevo, lo leggo, non riesco a non commuovermi. S’intitola appunto Morte di un cane, e per questo lo ha suggerito il Grande Altro dietro lo schermo. Risale, leggo, al giugno del 2017. Cerco di mettere a fuoco la data, almeno l’epoca del nostro ultimo incontro; dev’essere stato proprio allora, anno più anno meno. Dunque quasi dieci ne sono passati, senza che ci siamo più sentiti. Mi arrivavano ogni tanto, dagli xxx di turno, notizie sempre peggiori del suo decadimento fisico – e della depressione abissale che gli preesisteva, la concausava forse, certo ne era micidialmente aggravata.
Con la scusa di una corvée a Siena, dove Romano Luperini aveva insegnato quarant’anni e dove ci eravamo conosciuti, ero andato a trovarlo nella grande casa rustica isolata, un po’ troppo isolata, nella Toscana profonda che tanto gli apparteneva: in una località, «Orgia», dal nome invece tanto inappropriato a quella sua solitudine. Romano ne fu contentissimo; m’invitò a pranzo in una locanda dove era ormai di famiglia. Ma capivo a fatica le sue parole: un’operazione alla carotide gli aveva deformato la bocca e rovinato la voce. Che ricordavo bassa e gentile, invece, dalla lieve rotacizzazione toscana (mi colpiva come, parlando in pubblico, stringesse gli occhi fino a chiuderli del tutto, come ripassando la struttura del suo argomentare; in privato non lo faceva). E allora ho pensato – lo stesso m’era successo con un altro maestro amato, Andrea Zanzotto – che chi soffriva in quel modo si vergognava a mostrarmelo. Più probabile, invece, che chi si vergognava fossi io. Fatto sta che non ci siamo visti più.
ERA PIÙ O MENO ALLORA, dunque, che Romano scriveva del suo cane – «da tempo era ammalato, anch’io lo ero, e così ci facevamo compagnia» – che s’era deciso, alla fine, a portare dal veterinario per un’iniezione pietosa. «L’ho deposto nell’auto sul sedile accanto al mio. Durante il viaggio gli ho tenuto sempre la mano sulla testa, lo accarezzavo ma non deglutiva più. Ogni tanto però levava il capo e mi guardava con gli occhi dolcissimi». Alla fine il suo corpo, «materia bruta, una cosa già estranea», viene cremato. E chi scrive si dice: «perché non si può morire tutti così? In dieci minuti, senza tante cerimonie e sofferenze. Io lo farei subito, anche oggi. Poi mi sono accorto che dicevo a voce alta: Mamma, mamma. Non essere ridicolo, mi sono rimproverato, sentivo un vuoto, la mancanza di una mano fra i capelli». Fine.
Il pezzo, meno d’una pagina, si legge su un blog molto seguito, La letteratura e noi, al quale Luperini ha dato vita cogli ultimi allievi e con l’aiuto dell’editore, Palumbo, della sua storia letteraria per le scuole, attraverso la quale s’era intrecciata una rete di rapporti che, anche nella malattia, Romano ha tenuto saldi – accorrendo ovunque lo chiamassero a discutere, a insegnare, a leggere insieme: quel soggetto plurale, così umile e orgoglioso, che non a caso aveva voluto nel nome della testata.
Ed era proprio questo – solo ora lo capisco – ad averci allontanato. Il tono del pezzo che sto scrivendo adesso, per esempio, lo avrebbe disgustato. Nel comunque promuovermi a un concorso aveva tenuto a stroncare, a fini didattici, un mio libro a suo dire troppo «rapsodico»: cioè scritto troppo in prima persona.
MA IL NOI della convenzione accademica, o nel suo caso della comunità di compagni e pari, proprio non mi riusciva di pronunciarlo. E così quando nei suoi ultimi vent’anni, a sorpresa, ha cominciato a scrivere narrativa – prima affiancando e poi sostituendo la disciplina cui aveva votato la sua vita anteriore, l’interpretazione e la storia della letteratura – per lo più aveva insistito a trasporre quell’io, che finalmente reclamava la sua attenzione, in un personaggio dal velo di finzione sin troppo esile. Per esempio nel romanzo più ambizioso – La rancura, pubblicato dieci anni fa – il rapporto col padre, ex partigiano titanico e soffocante, si sforza di trasporre, distanziare, alludere a una materia ribollente (in parallelo invece confessata in un’intervista ad Antonio Gnoli) che tanto avrebbe guadagnato, mi pare, dall’essere affrontata senza quei velami. Parlava chiaro, del resto, il nome della più importante fra le riviste che aveva fondato e diretto (e che resta tuttora un punto di riferimento della critica più agguerrita), «Allegoria».
PER LA GENERAZIONE di Luperini, e per l’ethos squisitamente suo, «io» semplicemente non aveva diritto di parola. Nell’altro romanzo pubblicato l’anno dopo, L’ultima sillaba del verso, il suo avatar resta sgomento dal disincanto di un mentore come Sebastiano Timpanaro, per il quale «non esiste più un noi».
Ma il suo libro da scrittore che più mi era piaciuto era stato il primo, I salici sono piante acquatiche: quello che s’era risolto a pubblicare, confessando la vergogna del caso, in una collana da lui stesso diretta per l’editore amico Piero Manni. Era quello più «in prima persona», che rompeva un interdetto e azzardava un’autoanalisi in pubblico – quasi uno strip-tease psichico.
Altri, più addentro in questa storia, potranno meglio di me raccontare, dopo il critico e lo scrittore, il terzo Luperini (ma primo in ordine cronologico): il militante che ancora studente, all’inizio degli anni Sessanta, frequenta Raniero Panzieri nei «Quaderni rossi» e che subito dopo, a Pisa insieme a Franco Petroni e Gianfranco Ciabatti, fonda la rivista «Nuovo impegno», fra le voci più rilevanti della «nuova sinistra» alla vigilia del Sessantotto. Quella stagione Romano ha voluto raccontare nel suo ultimo libro, Il Sessantotto e noi (Castelvecchi 2024), che torna al prediletto soggetto plurale – non a caso scegliendo di scriverlo in dialogo con un compagno di lotte, Beppe Corlito, psicoterapeuta reduce di Potere Operaio.
Rileggendo L’ultima sillaba del verso, però, mi sono reso conto dello slittamento che rendeva segretamente autobiografico, pure, il suo ultimo memorabile saggio: quello dedicato alla novella di Musil Compimento dell’amore nel suo libro più nuovo e più bello, L’incontro e il caso, pubblicato nel 2007.
NON ERA UN CASO SE, nel suo stile intellettuale tardo, Romano Luperini avesse affiancato un riferimento nostrano, e tanto meno metodologicamente agguerrito, ai suoi maestri precedenti: dal padre-padrone Franco Fortini (che tanto l’aveva incoraggiato, ma tanto aveva provato a indottrinarlo) al giovane Lukács, sino al Benjamin memorabilmente commentato (e «usato») nell’epocale Allegoria del moderno (1990). Quel modello era Giacomo Debenedetti: il critico-scrittore che leggeva le grandi allegorie del moderno – da Verga a Svevo, da Pirandello a Proust – quali segni d’un destino tanto collettivo che individuale.
Alla Morte di un cane, sul suo blog, solo un commento: non so chi sia a ricordare a ragione, fra i modelli, tanto la pietas di Gadda che la spietatezza di Lampedusa. Ma quella sua ultima allegoria ancor più doveva, per la misura breve e il lampeggiare animale, a due degli autori più cari a Debenedetti, ma anche a Romano Luperini: il Tozzi di Bestie e il Kafka di Indagini di un cane.
Solo come un cane è chi contempla l’orizzonte della fine, solo come tutti noi: soli come quel cane che in un certo quadro di Goya, alzando il capo, guarda il nulla che ci attende.




