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28 Aprile 2026Parte seconda. Costruire con le macerie
di Pierluigi Piccini
L’Assemblea Costituente si aprì il 25 giugno 1946. I 556 deputati eletti portavano con sé storie che non erano comparabili: c’era chi aveva fatto anni di carcere, chi era tornato dall’esilio, chi aveva perso fratelli o figli nella Resistenza, chi aveva aspettato. E portavano tradizioni politiche che si erano formate in condizioni di clandestinità, di esilio, di elaborazione sotterranea — non in aule universitarie o in congressi, ma nelle prigioni, nei fienili, nelle tipografie nascoste. Quella formazione, quella scuola del rischio, era nel testo che stavano per scrivere anche quando non si vedeva.
Il paradosso è che proprio la divisione tra i grandi blocchi — democristiani, socialisti, comunisti, con le formazioni minori a fare da cerniera — rese possibile una Costituzione più profonda di quanto chiunque si aspettasse. Se uno solo avesse avuto la maggioranza per scrivere da solo, avremmo avuto un testo di parte. Invece nessuno aveva i numeri. E questo costrinse tutti a negoziare — non su tutto, non sempre in buona fede, ma abbastanza da produrre qualcosa che nessuno avrebbe scritto da solo.
La Commissione dei 75 era un microcosmo di quella negoziazione. Dossetti — lo stesso che aveva letto Maritain e Mounier in anni in cui farlo era un atto di resistenza culturale — lavorava con un’intensità che aveva qualcosa di ascetico, convinto che la posta in gioco fosse la forma della convivenza civile. La dignità della persona, che per lui non era un principio astratto ma un’origine teologica con conseguenze politiche concrete, diventava nell’articolo 2 un fondamento che nessuna maggioranza avrebbe potuto toccare. Togliatti interveniva con la precisione di chi sa che ogni parola scritta oggi sarà interpretata domani — e che i margini di ambiguità sono risorse politiche. Era lo stesso Togliatti che aveva firmato l’amnistia, lo stesso che aveva scelto di entrare nelle istituzioni invece di combatterle: la Costituzione era per lui il terreno su cui costruire l’egemonia che la rivoluzione non avrebbe potuto dare. Calamandrei portava il lutto per la sconfitta del Partito d’Azione e la trasformava in rigore — ogni cedimento sul piano dei principi era per lui un tradimento di chi era morto per quei principi. Persone che venivano da mondi diversi, che si fidavano poco l’una dell’altra, che avevano visioni del futuro incompatibili su molti punti. E che tuttavia riuscirono a scrivere insieme qualcosa che nessuna di loro avrebbe scritto da sola — perché avevano attraversato, ciascuno a modo proprio, la stessa esperienza del limite.
Il risultato porta dentro di sé le contraddizioni da cui nacque — e quelle contraddizioni non sono un difetto ma una caratteristica. L’articolo 3, secondo comma, è il testo più radicale che sia mai stato scritto in un documento costituzionale: lo Stato non solo garantisce l’uguaglianza di fronte alla legge, ma si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza. È un mandato alla trasformazione sociale, scritto con il linguaggio del diritto. L’articolo 1 — “fondata sul lavoro” — non era una formula retorica: era la risposta a un paese in cui per vent’anni il lavoro era stato celebrato nei manifesti e umiliato nella realtà. E poi c’erano gli articoli sulla libertà personale, sulla libertà di pensiero, sul giusto processo: non principi in astratto, ma cicatrici trasformate in norma. Ogni riga aveva un’origine concreta. Ogni garanzia era la risposta a una violazione che era accaduta.
Il nodo più difficile non fu il lavoro, né i diritti sociali. Fu la Chiesa. I Patti Lateranensi — firmati da Mussolini nel 1929 — vennero incorporati nella Costituzione all’articolo 7. Fu la scelta più controversa, osteggiata dai laici, accettata dai comunisti in cambio di altre concessioni. Togliatti votò a favore. La sua logica era fredda: fare dell’anticlericalismo una battaglia costituzionale significava spaccare il paese sul terreno che più interessava alla DC, perdere il voto dei cattolici del Sud, sacrificare l’unità su un principio che poteva essere difeso in altri modi. Aveva torto o ragione? La storia non dà risposte a domande di questo tipo. Dà solo le conseguenze.
La Costituzione fu promulgata il 27 dicembre 1947. Ci vollero decenni perché molti degli articoli diventassero diritto vivente — la Corte Costituzionale nacque nel 1956, le Regioni nel 1970, lo Statuto dei Lavoratori nel 1970, il diritto di famiglia riformato nel 1975. Fu applicata con fatica, contro resistenze. Ma fu applicata. E questo, in un paese con la storia dell’Italia, non era scontato.
Quello che rimane, guardando indietro, non è un’epopea. È qualcosa di più difficile da raccontare: la storia di persone che avevano ragioni diverse, storie diverse, nomi diversi — molti dei quali non sono mai entrati nei libri di testo — e che trovarono un modo di costruire insieme qualcosa che nessuna di loro avrebbe costruito da sola. Non perché fossero diventate migliori. Perché avevano attraversato qualcosa che le aveva costrette a fare i conti con il limite — il proprio e quello degli altri.
Forse è questo il senso del 25 aprile. Non la celebrazione di un’idea in astratto, ma il riconoscimento che quella idea ha dei nomi. Che dietro ogni articolo della Costituzione c’è qualcuno che ha scelto, che ha rischiato, che ha pagato. E che recuperare quei nomi — anche uno solo, anche cinquant’anni dopo — non è un gesto sentimentale. È il modo in cui una comunità dimostra di meritare quello che ha ereditato.
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