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Bruno Valentini ha rimesso sul tavolo una proposta che circola da tempo negli ambienti che seguono le vicende della Fondazione Monte dei Paschi: cambiare il nome. Togliere “Monte dei Paschi” e mettere “Siena”. Un’operazione che lui stesso definisce come il taglio dell’ultimo cordone ombelicale con la banca. E che io trovo, al tempo stesso, giusta nella diagnosi e insufficiente nella terapia.
Partiamo dalla diagnosi. È vero che tenere “Monte dei Paschi” nel nome della Fondazione quando il rapporto con l’istituto bancario si è ridotto a quello di un azionista tra molti — peraltro minoritario in una compagine sempre più privatistica e lontana dal territorio — è un’operazione che sa di nostalgia mal governata. Il nome produce confusione, come dice Valentini, e la confusione non è innocente: alimenta aspettative che non possono essere soddisfatte, mantiene viva una identificazione simbolica che la realtà ha già smentito. Su questo Valentini ha ragione piena.
Ma la terapia che propone — cambiare il nome — non è di per sé una cura. È al massimo un atto di onestà. Che però può diventare un gesto vuoto, o peggio un gesto equivoco, se non è accompagnato da una riforma sostanziale.
Vorrei fermarmi su un punto che trovo sottovalutato nel dibattito. Il Monte dei Paschi non è solo una banca. È un’idea di governo del territorio che risale al 1472, quando la Repubblica di Siena creò uno strumento di credito fondato sul pascolo della Maremma. Quella storia non è un accessorio decorativo. È la genealogia dell’istituzione. Toglierla dal nome significa dichiarare pubblicamente che quella storia è conclusa. Il che è probabilmente vero. Ma dichiararlo è un gesto che va fatto con piena consapevolezza, non per sottrazione. Il nome Monte dei Paschi è ancora profondamente presente nel tessuto del territorio: è un riferimento identitario che attraversa generazioni, che i senesi portano con sé come parte della propria storia collettiva, indipendentemente da ciò che la banca è diventata e da ciò che la Fondazione ha smesso di essere. Liquidarlo con una delibera significa fare i conti senza l’oste. E l’oste, in questo caso, è una comunità intera.
Non regge nemmeno il confronto con altri casi. La Fondazione Cassa di Risparmio di Pisa è diventata Fondazione Pisa in un contesto in cui il legame con la banca conferitaria era già formalmente risolto e il territorio poteva identificarsi con un nome nudo senza residue ambiguità. A Siena la situazione è strutturalmente diversa. “Fondazione Siena” rischia di suonare non come un approdo ma come una resa. E la differenza tra i due non è irrilevante sul piano della legittimità pubblica.
Il punto più solido nell’analisi di Valentini riguarda la protezione del patrimonio. Quei circa seicento milioni di patrimonio libero sono un bene comune che va difeso da logiche predatorie con strumenti statutari precisi, non con il cambio di insegna.
Prima di discutere il nome, varrebbe la pena fare due cose nell’ordine giusto. La prima: ripensare lo statuto da capo, perché quello vigente fu scritto per un ente che controllava una grande banca e oggi quella Fondazione non esiste più. Esiste un soggetto diverso, con una missione diversa, che ha bisogno di regole adeguate alla funzione che deve svolgere. La seconda: applicare finalmente un regolamento sulla distribuzione degli utili che disciplini in modo rigoroso le erogazioni e protegga il patrimonio — e a tal fine varrebbe la pena dare una buona occhiata a quello che fu elaborato alla nascita della Fondazione e che non fu mai applicato. Qualcuno evidentemente preferì lasciarlo nel cassetto. Sarebbe interessante sapere perché.
Prima lo statuto nuovo, poi il regolamento sugli utili, e poi — semmai — il nome. Non il contrario.
C’è una vecchia corrente filosofica, il nominalismo, che fa discendere le cose dal nome. È un’idea medievale. E medievale rischia di essere anche questo dibattito, se si continua a pensare che cambiare l’insegna equivalga a riformare l’istituzione. Perché allora tutta questa fretta? Perché proprio adesso, con una nuova presidenza appena insediata, il primo tema che affiora è quello nominale? Chi ha interesse a spostare l’attenzione dalla sostanza — il patrimonio, le erogazioni, le regole — alla forma? La storia delle istituzioni insegna che quando si ha fretta di seppellire un nome si ha spesso fretta di seppellire anche le domande che quel nome porta con sé. Cinquecentocinquant’anni di storia non sono un ingombro da rimuovere con una delibera. Sono, se lo si sa leggere, un vincolo morale verso la comunità senese. E i vincoli morali, a differenza dei nomi, non si cambiano per votazione.





