
Il cavallo e la città. Chi doveva esserci a Roma
6 Maggio 2026
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6 Maggio 2026I centri di potere a Siena. Appunti per una mappa — II
di Pierluigi Piccini
La politica come scenografia
In questo quadro, cosa fa la politica? Fa quello che fa la scenografia in un teatro: definisce il fondale, organizza l’entrata e l’uscita degli attori, dà al pubblico l’impressione che quello che vede sia il dramma principale. Il Comune designa quattro membri su quattordici nella Deputazione Generale della Fondazione MPS. È una quota reale ma non determinante. Il sindaco inaugura, taglia nastri, risponde alle interrogazioni. Ma le grandi scelte si decidono altrove, in stanze dove il voto non entra.
Non è sempre stato così. C’è stata una stagione — non lontanissima, ma già sepolta sotto strati di cronaca e di disfatte — in cui la politica a Siena aveva un peso specifico reale. In cui il Comune era davvero il centro, non per decreto ma per capacità: capacità di leggere la città, di mediare tra i suoi poteri, di dare a ciascun attore la sensazione di essere ascoltato senza cedere a nessuno la direzione complessiva. Era una politica che sapeva stare nei sodalizi storici senza esserne catturata, che sapeva parlare con la Banca senza diventarne il portavoce, che sapeva onorare le Contrade senza trasformare il Palio in uno strumento di consenso. Era, detto altrimenti, una politica che conosceva la città reale e ne governava la complessità.
Quella stagione è finita. Non per colpa della politica soltanto — le condizioni strutturali sono cambiate, la Banca ha perso la testa, il sistema nazionale dei partiti si è dissolto, la fiducia nelle istituzioni è crollata ovunque. Ma la politica senese, invece di adattarsi alla nuova complessità, ha scelto la via più comoda: ha continuato a recitare la parte di chi comanda in una commedia di cui non controllava più il copione. Ha prodotto aspettative che non poteva soddisfare e risentimenti che non sapeva gestire. Ha confuso la visibilità con il potere, la presenza nei comunicati stampa con la capacità decisionale.
Il risultato è quello che vediamo: una politica che presidia la scena senza governare il retroscena, che si occupa dell’ornamento senza toccare la struttura, che cambia i nomi sulle porte degli uffici senza cambiare nulla nelle stanze che contano.
Quando i fili stavano insieme
C’è stato un tempo — e parlo di un tempo che ho vissuto in prima persona — in cui qualcuno riusciva a stare contemporaneamente dentro e fuori da questi circuiti: a usare la legittimità politica del mandato elettorale per dare direzione alle energie che si agitavano nelle stanze notabilari, e a usare il consenso notabilare per dare sostanza alla politica.
Erano gli anni in cui Siena trasformava Santa Maria della Scala da ospedale secolare in istituzione culturale, ospitava Giovanni Paolo II, riformava il Palio nel nome del rispetto per i cavalli, stringeva un gemellaggio con Weimar che non era protocollare ma filosofico — una città della cultura che si riconosceva in un’altra. Erano gli anni in cui era ancora possibile sedersi con il Monte dei Paschi ancora solido, con le Contrade ancora fiduciose nelle istituzioni, con un’Università in espansione e una città che credeva nel proprio futuro.
Non era facile. Tenere insieme quei fili significava essere presenti in tutte le stanze senza appartenere definitivamente a nessuna, saper leggere i segnali che venivano dai sodalizi storici prima che diventassero pressioni formali, saper usare il mandato elettorale come leva senza trasformarlo in un salvacondotto. Era un equilibrio permanente, non riproducibile per decreto, dipendente da condizioni storiche irripetibili e da una capacità personale che non si delega e non si insegna.
È durato fino ai primi anni del nuovo secolo. Poi i fili si sono allentati uno dopo l’altro — prima quelli bancari, poi quelli culturali, poi quelli identitari — e nessuno li ha ripresi tutti insieme. Non perché nessuno ci abbia provato. Ma perché le condizioni che lo rendevano possibile si erano dissolte, e nessuna volontà individuale è sufficiente a ricostituire da sola un sistema che si regge sulla fiducia collettiva.
La scenografia che si crede il dramma è destinata a restare vuota. E una città che non sa distinguere tra le due rischia di applaudire a lungo davanti a un palcoscenico su cui non succede niente di reale.
(continua)





