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C’è una regola non scritta della politica americana: per essere davvero potente, devi essere odiato. Nancy Pelosi lo sapeva — o meglio, lo ha imparato suo malgrado — quando i repubblicani hanno cominciato a usare la sua faccia negli spot elettorali come se fosse un simbolo del Male cosmico, anni prima che diventasse speaker. Funzionava. Raccoglieva soldi, mobilitava elettori, condensava in un volto tutto ciò che la destra americana voleva combattere.
Oggi quel volto non c’è. Né da una parte né dall’altra.
Mike Johnson guida la Camera repubblicana. Hakeem Jeffries guida i democratici all’opposizione. Miliardi di dollari verranno spesi nei prossimi mesi per decidere chi dei due avrà la maggioranza in autunno. Eppure, stando a una ricognizione sistematica degli spot già in circolazione, i due leader sono praticamente assenti dalla comunicazione elettorale di entrambi gli schieramenti. Johnson non compare in nessun annuncio democratico. Jeffries è citato in una manciata di spot repubblicani, quasi sempre come comprimario. I veri protagonisti delle campagne sono altri: Trump, ovunque; Alexandria Ocasio-Cortez, come spauracchio per la destra; Zohran Mamdani, il sindaco di New York, nuovo simbolo della sinistra radicale secondo i repubblicani; e poi i soliti noti — Sanders, Pelosi, Newsom, Harris — come icone negative da evocare.
Johnson e Jeffries, nel frattempo, galleggiano in una zona grigia. Troppo nuovi, troppo cauti, troppo poco carismatici nel senso deteriore del termine — quello che in politica significa visibili, divisivi, capaci di accendere reazioni viscerali. I democratici hanno persino adottato la strategia di presentare Johnson non come un leader autonomo ma come il “vice-speaker” di Trump, un comprimario del vero potere. È un modo per aggirare il problema: se non puoi attaccarlo come figura, attacca la figura di cui è ombra.
Sullo sfondo, una storia che racconta bene le contraddizioni di questo momento. Il Senato repubblicano si trova a dover votare un miliardo di dollari in fondi per la sicurezza presidenziale, collegati alla costruzione di una nuova sala da ballo alla Casa Bianca — il famoso ballroom che Trump vuole aggiungere al complesso del 1600 di Pennsylvania Avenue. Il leader della maggioranza John Thune ha cercato di riformulare la questione: non è una sala da ballo, è sicurezza. “Ci sono stati tre tentativi di assassinio contro questo presidente in due anni”, ha detto ai giornalisti. Un argomento difficile da contrastare frontalmente.
Ma i repubblicani moderati non sono convinti. Susan Collins ricordava che Trump aveva detto che la sala sarebbe stata finanziata da donazioni private. Rand Paul chiede che si torni a quel principio. Thom Tillis aspetta di vedere i dettagli. E Chuck Schumer, con la sintesi brutale che la politica americana sa produrre nei momenti giusti, ha liquidato i colleghi dell’altra parte con quattro parole: “Sono diventati i repubblicani della sala da ballo.”
È una battuta, ma funziona perché tocca qualcosa di reale: il Partito Repubblicano del 2026 è un partito che ha imparato ad abitare le contraddizioni di Trump senza risolverle, a votare cose che non avrebbe mai votato prima giustificandole con argomenti nuovi. La sala da ballo diventa sicurezza. Il miliardo diventa protezione presidenziale. La logica si piega, e i moderati imparano a convivere con la piega.
Quello che emerge, guardando insieme queste due storie — i leader invisibili e il ballroom presidenziale — è il ritratto di una politica americana sempre più centrata su una sola figura. Trump non è solo il presidente: è il campo gravitazionale attorno al quale tutto orbita. I democratici lo mettono in ogni spot, anche quelli contro candidati repubblicani locali che con Trump hanno poco a che fare. I repubblicani lo evocano per giustificare spese che altrimenti non passerebbero. Johnson è il suo vice perché nessuno, in questo momento, riesce a essere altro.
Pelosi era odiata perché rappresentava qualcosa di autonomo, un potere alternativo con una sua visione. Johnson e Jeffries non rappresentano ancora nulla di così netto. Sono gestori, non simboli. E nella politica dello spettacolo che l’America ha perfezionato negli ultimi dieci anni, chi non è un simbolo non esiste davvero.
I miliardi verranno spesi. Gli spot gireranno. E al centro di quasi tutto, come sempre, ci sarà lui.





