
I fantasmi del potere
12 Maggio 2026
Buddy Holly & The Crickets “Peggy Sue” on The Ed Sullivan Show
12 Maggio 2026
Una lettura di L’Orient-Le Jour, 12 maggio 2026
Ci sono paesi che vivono nell’emergenza, e paesi che hanno imparato a fare dell’emergenza il loro modo di esistere. Il Libano appartiene alla seconda categoria da così tanto tempo che è difficile dire dove finisce la resilienza e dove comincia la rassegnazione. Questa mattina L’Orient-Le Jour traccia, in filigrana, il ritratto di un paese che si affretta a vivere — l’espressione è del fotografo Gilles Khoury — prima della prossima catastrofe. È una formula bella e terribile. Dice tutto.
Cominciamo dalla Siria, perché ciò che accade a Damasco ha ripercussioni dirette su Beirut. Ahmed al-Chareh — l’uomo che ha preso il potere dopo la caduta di Assad — avvia un rimpasto ministeriale. L’obiettivo dichiarato: mettere a tacere le critiche. È il gesto classico del potere fragile: si cambia qualcosa in superficie per non cambiare nulla in profondità. Eppure il segnale conta. Un governo siriano che si preoccupa delle critiche è già qualcosa di diverso da quello che c’era prima. Nel frattempo Visa e Mastercard tornano in Siria — fatto apparentemente tecnico, in realtà politico: il reintegro nei circuiti finanziari internazionali è la prima forma di normalizzazione. I soldi arrivano sempre prima della democrazia.
L’editoriale di Anthony Samrani pone la domanda che tutti evitano: è possibile una terza via per il Libano, né Hezbollah né Israele? La domanda è giusta. La risposta è sospesa nel vuoto da trent’anni. Il Libano è un paese che ha strutturalmente bisogno di una soggettività politica propria, ma che non riesce a costruirla perché ogni attore interno è legato, per sopravvivenza o per scelta, a uno dei poli regionali. La cronaca del giorno lo conferma in modo quasi didascalico: da un lato l’inchiesta esclusiva del giornale sul villaggio di Rmeich, dove un combattente di Hezbollah e un ufficiale israeliano incarnano la scelta impossibile imposta agli abitanti — stare con chi, contro chi, a quale prezzo. Dall’altro il “piano Dermer”, l’ipotesi israeliana di dividere il Libano in tre zone distinte, che il giornale analizza con la cura riservata alle cose che sembrano fantapolitica finché non diventano realtà. Dividere il Libano non è un’idea nuova. È un’idea che torna ogni volta che qualcuno pensa di poter semplificare con la geografia ciò che la storia ha reso irrisolvibile.
I villaggi del Libano del Sud distrutti da Israele occupano un lungo reportage fotografico. Non sono soltanto case abbattute: sono memorie, identità, radici di famiglie disperse in tutto il mondo che in quei luoghi riconoscevano se stesse. La distruzione sistematica di un territorio non è mai solo militare — è anche culturale, antropologica. Si cancellano i luoghi per cancellare le persone che in quei luoghi si riconoscevano. Il giornale lo sa, e lo dice.
Sul fronte politico interno, Adib Abdel Massih entra nel blocco Kataëb — un accordo descritto come “do ut des”, con tutto il cinismo che quella formula latina porta con sé. La politica libanese è da sempre una geometria variabile di convenienze reciproche, dove le appartenenze ideologiche cedono regolarmente il passo ai calcoli di sopravvivenza. Non è una critica: è una descrizione. In un sistema confessionale che distribuisce il potere per quote comunitarie, la fedeltà ai principi è un lusso che pochi possono permettersi a lungo.
La Banca del Libano stringe i freni sulla lira, ma le pressioni si accumulano. È la storia di sempre: la stabilità monetaria come illusione gestita, come promessa che tiene finché tiene. Il Libano ha già vissuto il collasso. Sa che può tornare. Vive con quella consapevolezza nel corpo, come una malattia cronica che non si cura ma si impara a portare.
Chiude una nota di colore che è anche una nota di cultura. Una giornalista di L’Orient-Le Jour si occupa del caso Anne Hathaway: l’attrice americana ha pronunciato “inshallah” in un’intervista e il web ha reagito come sempre reagisce — una parte commossa, un’altra indignata per l’appropriazione culturale, una terza ironica su entrambe le prime. È una storia minore, ma non del tutto. “Inshallah” è forse la parola araba più diffusa nel mondo, portata dalla diaspora, dalla musica, dall’Islam europeo, dal cinema. Che arrivi sulle labbra di un’attrice di Hollywood senza che nessuno si scandalizzi troppo dice qualcosa sul posto che quella parola ha ormai conquistato nella cultura globale. Significa “se Dio vuole”. Nel Libano di oggi, suona come un programma politico.





