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La fotografia che emerge dalla cronaca senese di questi giorni è quella di una città che ha imparato a simulare il cambiamento attraverso le forme del cambiamento. Il tavolo, la sala storica, i rappresentanti di tutte le categorie, il sindaco che dichiara soddisfazione, i sindacati che la confermano. Tutto quadra. Tutto è al suo posto. E proprio per questo qualcosa non torna.
Il problema non è il metodo. È che il metodo è diventato il contenuto. “Fare rete” non è un obiettivo: è una premessa. Una città che nel 2026 deve ancora scoprire che le istituzioni devono parlare con le categorie produttive non sta innovando — sta recuperando un ritardo che altrove è già stato colmato vent’anni fa. Eppure la cronaca lo presenta come un’iniziativa, quasi una svolta.
Il punto di rottura logica sta in un dettaglio registrato con precisione dalla Nazione: il Comune ha “richiesto riflessioni e proposte con un arco temporale di cinque anni”. Cinque anni. Il mandato scade nel 2028. Chi siede a quel tavolo sa perfettamente che le proposte con orizzonte quinquennale non saranno realizzate da questa amministrazione — e probabilmente nemmeno valutate. L’arco temporale non è una scelta tecnica: è una schermatura politica. Si costruisce un’agenda che per definizione appartiene a chi verrà dopo, e intanto si occupa il presente con il format della concertazione. È già campagna elettorale, condotta con gli strumenti dell’amministrazione.
Questo rovesciamento è la chiave di tutto. L’amministrazione convoca le categorie e chiede a loro di proporre. Chi governa non porta un’agenda — porta un foglio bianco e chiede agli altri di riempirlo. È una forma sofisticata di deresponsabilizzazione: se le proposte vengono dal basso, il fallimento successivo non ha un indirizzo politico preciso. La partecipazione vera presuppone che qualcuno arrivi al tavolo con una proposta già formata, la esponga, la sottoponga alla critica, la corregga, e poi se ne assuma la responsabilità politica e finanziaria. Qui invece il tavolo stesso produce le proposte, il che significa che nessuno le possiede, nessuno le difende, e nessuno risponde se non si realizzano.
Sul merito, il nodo del commercio — che è il nodo della città — viene aggirato con eleganza. Si chiede una verifica del regolamento sul centro storico, un testo che prevede già di suo una revisione dopo dodici mesi. La proposta “coraggiosa” avanzata al tavolo è dunque applicare ciò che il regolamento stesso impone. Non è proposta. È adempimento minimo presentato come apertura. I negozi sfitti nel frattempo restano sfitti. Le aperture non si registrano.
Il piano strutturale “in via di definizione” è l’unico elemento che lascia intravedere una direzione amministrativa concreta — ma viene menzionato di passaggio, quasi come sfondo. Se esiste un piano strutturale, le proposte sul commercio e sull’occupazione dovrebbero derivare da scelte urbanistiche già orientate. Invece i due piani sembrano procedere in parallelo senza raccordo esplicito.
E poi c’è l’assenza più rumorosa: nessuna posta di bilancio, nessuna cifra, nessun impegno quantificato. In una discussione che riguarda il futuro economico della città non compare un solo numero. Il commercio si salva con le esenzioni, con la riduzione dei canoni pubblici, con incentivi all’insediamento — strumenti che hanno un costo e richiedono una scelta. Quella scelta non è stata né annunciata né discussa. Il mandato che scade nel 2028 ha già consumato i suoi anni migliori senza lasciare traccia in nessun bilancio, in nessuna variazione di spesa orientata allo sviluppo economico della città.
Si parla di “due diverse velocità”: interventi immediati e progetti a lungo termine. È la struttura retorica classica di chi non vuole scegliere. L’immediatezza si annuncia, il lungo termine si consegna al successore, nel mezzo il linguaggio fa il resto: “auspichiamo”, “riteniamo necessario”, “abbiamo ribadito la centralità”. Verbi di posizione, non di azione. Frasi in cui il soggetto collettivo dichiara valori condivisi senza che nessuno si assuma una responsabilità individuale.
C’è infine una questione di simboli che vale la pena nominare. Il Santa Maria della Scala — sottratto alla sua funzione assistenziale e restituito alla città come spazio culturale in una delle stagioni più coraggiose della storia amministrativa senese — viene usato come scenografia. La sala Sant’Ansano dà lustro all’incontro. Ma il contenuto non è all’altezza della cornice. C’è qualcosa di involontariamente ironico in questo: il luogo che fu oggetto di una scelta radicale ospita oggi una riunione in cui le scelte radicali vengono sistematicamente rinviate.
Il tavolo ha prodotto un verbale. Non una politica. E il tempo, quello vero, è già scaduto.





