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Un Paese in bilico tra longevità e irrilevanza
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C’è una fotografia mentale di questo 13 maggio 2026 che vale più di mille analisi: Donald Trump a bordo dell’Air Force One diretto a Pechino, mentre la CIA fa esplodere auto sulle autostrade messicane, l’Iran riarma i suoi missili, un fedelissimo di Zelensky finisce sotto inchiesta per corruzione, la Bosnia rischia di sgretolarsi, il Kommersant di Mosca parla di “rallentamento con accelerazione” dell’economia russa, e Wall Street comincia a tremare davanti al fantasma dell’inflazione strutturale. Il mondo non aspetta i vertici. Il mondo brucia, ribolle, si riorganizza per conto suo.
Partiamo dall’esclusiva CNN, che è la notizia più deflagrante della giornata anche se rischia di passare in secondo piano per colpa del teatro diplomatico sino-americano. Dall’inizio della primavera, operativi della CIA hanno partecipato direttamente ad attacchi letali contro membri, per lo più di medio livello, dei cartelli messicani. “La letalità delle loro operazioni è stata seriamente intensificata”, ha dichiarato una delle fonti. “È una significativa espansione di ciò che la CIA è stata disposta a fare dentro il Messico.” Il caso più emblematico: il 28 marzo, Francisco “El Payin” Beltran, accusato di essere un esponente del Cartello di Sinaloa, è stato ucciso insieme al suo autista dall’esplosione di un ordigno nascosto nel loro veicolo, in pieno giorno su una delle arterie più trafficate del Paese, appena fuori dalla capitale. CNNCNN
La strategia, secondo le fonti, consiste nello smantellare intere reti dei cartelli: non soltanto eliminando i vertici, ma individuando le vulnerabilità lungo tutta la struttura organizzativa e colpendo sistematicamente i livelli intermedi che fungono da ingranaggi nel traffico. Il manuale operativo non è molto diverso dalle missioni antiterrorismo concepite per distruggere organizzazioni in Medio Oriente e altrove nel mondo. CNN
Le operazioni possono essere illegali secondo la legge messicana: senza il permesso espresso del governo federale, agenti stranieri non possono partecipare ad operazioni di polizia ai sensi della Costituzione messicana. La presidente Claudia Sheinbaum cammina su un filo sottilissimo: sa, tace in parte, protesta quando la cosa diventa pubblica. Dopo l’incidente del Chihuahua — dove due operativi CIA sono morti in un incidente stradale — Sheinbaum ha dichiarato che non era stata informata in anticipo e ha affermato che non possono esserci agenti di nessuna istituzione governativa statunitense a operare sul territorio messicano. Ma il silenzio tattico è anche questo: tenere Trump lontano dall’opzione militare diretta, che sarebbe assai peggio. CNNCNN
Sullo sfondo di questa guerra ombra nell’emisfero occidentale, il presidente americano atterra a Pechino per un vertice che le grandi firme internazionali descrivono con aggettivi che avrebbero fatto ridere solo cinque anni fa: “ridimensionato”, “distratto”, “impantanato”. Il WSJ scrive di una Cina sempre più sicura di sé, che mantiene posizioni rigide sui nodi fondamentali del disaccordo con Washington nonostante le difficoltà interne. Il NYT parla di ambizioni ridimensionate da ambo le parti. Il Financial Times svela l’elemento più destabilizzante: Trump intenderebbe portare al tavolo con Xi la questione della vendita di armi a Taiwan, cosa che sta già rattling — letteralmente scuotendo — gli alleati asiatici.
Eppure il Global Times apre la giornata con Xi che riceve i leader del Tagikistan, del Brunei e dell’UNESCO. Non Trump. Non il vertice. Xi tratta l’incontro con il presidente americano come uno dei tanti appuntamenti di un’agenda diplomatica in piena espansione. L’editoriale del Global Times suona come un mantra sapientemente calibrato: il mondo attende che Cina e Stati Uniti realizzino insieme risultati importanti, concreti, positivi. La forma gentile del “siamo noi ad avere il vantaggio strutturale”. Pechino non ha bisogno di vincere oggi. Ha imparato ad aspettare.
Mentre Trump e Xi si siedono, l’altra gamba del triangolo mediorientale si muove in direzione inquietante. L’intelligence americana — riportano il NYT — documenta che l’Iran mantiene capacità missilistiche significative, nonostante le pressioni. E dall’Arab Times arriva una notizia che passerà inosservata ma non dovrebbe: agenti dei Guardiani della Rivoluzione iraniana avrebbero pianificato operazioni di infiltrazione contro l’isola di Bubiyan, in Kuwait. Il Kuwait. Un alleato del Golfo, Paese membro della GCC, in equilibrio delicato tra il colosso saudita e la pressione iraniana. Se la notizia è fondata, siamo in presenza di una proiezione operativa iraniana che non accenna a fermarsi, negoziato nucleare o meno.
E poi c’è l’Europa che vacilla. Da Kiev, il Kyiv Independent e Politico.eu riportano che Andriї Yermak, per anni braccio destro operativo di Zelensky, è stato formalmente incriminato nell’ambito di una grande inchiesta per corruzione. Lo scandalo rischia di compromettere il percorso europeo dell’Ucraina nel momento peggiore possibile: quando Bruxelles aveva cominciato a guardare a Kiev come a un candidato serio, non solo simbolico. La corruzione è il cuneo che i nemici dell’adesione useranno senza pietà.
E poi la Bosnia. Il Guardian riporta le parole di Christian Schmidt, l’Alto Rappresentante in procinto di lasciare l’incarico: la Bosnia-Erzegovina è resa vulnerabile dallo scontro politico con gli Stati Uniti, e la nazione multietnica potrebbe disgregarsi sotto le pressioni congiunte di Washington e Mosca. È la frase più inquietante della giornata su un teatro che l’Europa ha sempre preferito non guardare troppo da vicino, convinta che i fantasmi di Sarajevo fossero davvero sepolti.
In Russia il Kommersant titola con una formula che sa di ironia involontaria: “Rallentamento con accelerazione”. Il Ministero dell’Economia ha aggiornato le previsioni macroeconomiche a medio termine. L’economia russa rallenta, ma in modo accelerato. È la sintassi della guerra di logoramento applicata ai numeri: tutto regge finché regge, poi crolla tutto insieme.
E infine, last but not least, il dato che tocca più da vicino la pancia politica americana. Il WSJ documenta che i prezzi alla pompa di benzina stanno annullando gli aumenti salariali: i salari orari crescono, ma l’inflazione cresce di più. Wall Street è sempre più ansiosa sull’inflazione strutturale di lungo periodo. L’impennata dei prezzi energetici ha spinto le aspettative inflazionistiche degli investitori ai massimi degli ultimi anni. Questo è il paradosso trumpiano: dazi, guerra commerciale, corsa al petrolio, pressione sui mercati finanziari. Il ceto medio americano che aveva votato Trump per “far tornare i soldi in tasca” rischia di scoprire che la tasca si svuota lo stesso, solo per ragioni diverse.
Il mondo è in uno di quei momenti in cui tutto accade insieme e nessun centro di decisione riesce a tenere il passo con la velocità degli eventi. La CIA combatte in Messico senza dirlo al governo messicano. La Cina sorride e aspetta. L’Iran si muove sotto traccia. L’Ucraina arranca sotto il peso della corruzione interna. La Bosnia torna a tremare. E Trump vola a Pechino con un’agenda ridotta, su un aereo che porta il peso di un mondo che ha imparato a fare a meno di lui come arbitro.





