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Antonio Debenedetti parlava, Francesco Lioce ascoltava, e nel dialogo prendeva appunti (almeno mentali). Ora quest’ultimo ha raccolto i propri scritti sullo scrittore romano (1937-2021) in un volume pubblicato dall’editrice mantovana Casa Nuvolari con il titolo La cicatrice di Antonio Debenedetti (pagine 104, euro 15,00). Figlio del grande critico letterario Giacomo (1901-1967), Antonio è stato giornalista (a lungo inviato per le pagine culturali del “Corriere della Sera”) e autore di romanzi e racconti. È innegabile, nel lavoro letterario debenedettiano, uno stretto nesso tra testi ed esperienze personali, a partire da quelle dei primi anni di vita, in cui il futuro scrittore «ha scontato su di sé gli avvenimenti angoscianti di un’epoca intera: dittatura, leggi razziali, il secondo conflitto mondiale». Forse è per questo – scrive Lioce – che «i suoi personaggi non erano mai scritti a freddo, ma vissuti da una materia creata per discorrere».
Lioce si sofferma in particolare sulla narrativa breve dello scrittore romano, nella quale rintraccia una cifra di notevole originalità, che lo studioso identifica, sulla scorta delle indicazioni dell’autore stesso, in «una terra fascinosamente compiuta tra il romanzo e la poesia». Da Racconti naturali e straordinari (1993), con la sua capacità di costruire personaggi
storicamente credibili, ad Amarsi male (1998), che evidenzia l’«innata predisposizione alla visionarietà dell’autore», da E fu settembre (2005), con i personaggi che di fronte ai drammi del Novecento vivono la tentazione della rinuncia, fino a In due (2008), silloge che «è da considerarsi un punto di arrivo per la fisionomia dello scrittore anche da un’angolazione squisitamente teorica». Per ogni raccolta, lo studioso sceglie di analizzare in dettaglio alcuni testi: un approccio che è già una forma di interpretazione e, insieme, una chiave di accesso, per via di sineddoche, all’opera nella sua interezza. Un capitolo della monografia è dedicato a Giacomino (2019), romanzo autobiografico e memoriale, incentrato sulla figura del padre dello scrittore, la cui casa romana era frequentata dai maggiori letterati del tempo: Saba, Montale, Moravia, Gadda, Morante, Ginzburg e molti altri.
Il figlio Antonio rievoca le figure di questi giganti della letteratura italiana, riportandole alla dimensione quotidiana dei suoi ricordi di infanzia e delle memorie paterne, in un gustoso racconto che tiene insieme la dimensione pubblica e quella privata, restituendo così tutta l’umanità di alcuni “mostri sacri” delle patrie lettere. Attraverso la lettura dei suoi testi narrativi ma anche, come si diceva in apertura, a partire da una frequentazione personale (più che decennale), Lioce restituisce anche un ritratto umano dello scrittore con la sua «cultura»
e il suo «stile di un altro tempo», una «forma spontanea di compostezza signorile, frutto di un carattere riservato, certo, ma anche di salde matrici familiari».
E aggiunge: «Antonio è stato un sacerdote laico della religione letteraria, un fedelissimo che ha offerto con dedizione assoluta tutto il proprio esistere alla scrittura».





