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di Pierluigi Piccini
L’assemblea di Confindustria 2026 ha offerto ieri lo spettacolo consueto: la grande platea, i ministri in fila, il presidente che tuona contro la burocrazia europea, Meloni che riallaccia il filo con gli industriali dopo le tensioni degli ultimi mesi. Tutto perfetto, tutto atteso. E proprio per questo, tutto insufficiente.
Orsini ha ragione quando denuncia il rischio di deserto industriale, quando chiede salari più alti, quando punta il dito contro Bruxelles. Ma c’è qualcosa di comodo, quasi di rituale, in questo gesto. Parlare dell’Europa è facile. È lo sfondo ideale per ogni discorso che voglia sembrare coraggioso senza esserlo davvero. Bruxelles è lontana, i burocrati europei non votano nelle assemblee di Confindustria, e il refrain anti-Ue trova sempre consenso trasversale, dai palchi di destra a quelli che un tempo si definivano progressisti.
Quello che manca, e che nessuno ha detto con chiarezza nella grande sala dell’Assemblea, è un’analisi impietosa della situazione italiana. Perché il deserto industriale non nasce solo dalla burocrazia europea. Nasce da decenni di politica industriale assente, da un sistema bancario che ha finanziato la rendita più che l’impresa, da una fiscalità che schiaccia il lavoro dipendente e lascia ampi spazi di arbitraggio ai grandi patrimoni, da una formazione tecnica e professionale che il paese ha sistematicamente umiliato in nome di un’idea retorica di università per tutti.
Orsini chiede salari più alti — sacrosanto — ma Confindustria ha passato trent’anni a resistere ad ogni meccanismo di indicizzazione salariale, a sostenere la moderazione salariale come leva di competitività, a fare del costo del lavoro il principale campo di battaglia contrattuale. Non è una contraddizione veniale. È una contraddizione strutturale che nessun applauso della platea può dissolvere.
Meloni che “riallaccia il filo con gli imprenditori” è la notizia politica della giornata, presentata come un segnale positivo. Ma anche qui vale la pena fermarsi. Cosa ha fatto concretamente questo governo per l’industria manifatturiera? Il Piano Transizione è rimasto incompiuto, il PNRR sconta ritardi seri sull’attuazione, la politica energetica è ancora priva di una strategia coerente di lungo periodo. Il filo riallacciato è un filo politico, non industriale. È il segnale che Confindustria resta un interlocutore utile nella partita elettorale che questo governo — come tutti i precedenti — gioca permanentemente.
Mattarella in platea, undici ministri, banchieri e manager da Padoan a Descalzi: la fotografia del potere italiano che si riunisce e si mostra compatto. È una liturgia necessaria, nessuno lo nega. Ma la liturgia non è la politica. E nel frattempo la deindustrializzazione avanza, il gap salariale con la Germania rimane di 8-10 punti percentuali, e le imprese italiane continuano a fare i conti con un costo dell’energia strutturalmente più alto rispetto ai concorrenti europei — problema che non si risolve né con un discorso a Bruxelles né con un applauso a Roma.
Il vero coraggio, a quella platea, sarebbe stato dire che la questione salariale italiana non si risolve con la contrattazione ma con una riforma fiscale che redistribuisca il carico in modo diverso. Che la competitività non si recupera comprimendo i diritti ma investendo in ricerca, in formazione, in infrastrutture digitali. Che il modello delle piccole e medie imprese familiari, che ha fatto grande il made in Italy, mostra oggi limiti evidenti di capitalizzazione e di successione generazionale che richiedono risposte strutturali, non sussidi.
Nessuno lo ha detto. Perché dirlo avrebbe diviso la platea invece di unirla. E le assemblee, si sa, amano gli applausi più delle verità scomode.





