
De Gregori: “Da anni non sento ribollire l’ispirazione, ma continuerò a suonare”
27 Maggio 2026Nota dell’autore
Qualcuno mi ha chiesto di tornare su ciò che avevo scritto domenica mattina a San Martino — su Dio, sulla persona, sull’essere. L’ho fatto. Il risultato è quello che segue.
Prima di continuare, una avvertenza onesta: questo testo non è per tutti. Non perché contenga verità esoteriche o richieda iniziazioni particolari — non ne ha. Ma perché è lungo, è lento, e non porta da nessuna parte che non si potesse già intuire alla fine dell’articolo di partenza. Chi cerca una sintesi troverà delusione. Chi cerca un colpo di scena non lo troverà. Chi vuole essere sorpreso farebbe meglio a leggere altro.
Questo è un testo per chi ha tempo da perdere nel senso più serio della parola — cioè per chi sa che certe domande non si guadagnano in fretta, e che la noia, quando è onesta, è spesso più vicina alla verità di quanto non lo sia l’intrattenimento.
di Pierluigi Piccini
Parte prima — L’essere e il Logos
Il punto di partenza è una domanda che sembra semplice e non lo è: cos’è Dio? La risposta più comune è che Dio è il creatore, l’onnipotente, il padre. Sono risposte su ciò che Dio fa, non su ciò che Dio è. Il Vangelo di Giovanni comincia in modo diverso da tutti gli altri vangeli. Non comincia con una nascita o con un racconto. Comincia con una parola filosofica: “In principio era il Logos.” Logos in greco significa ragione, parola, struttura intelligibile del reale. E poi Giovanni aggiunge: “e il Logos era Dio.” Dio non è quindi un ente potente che sta da qualche parte nel cosmo. Dio è l’essere stesso — la dimensione dentro cui tutto esiste e ha senso. Non una cosa nel mondo: il fondamento di tutto ciò che è. Tommaso d’Aquino lo dirà con la precisione della Scolastica: Dio è l’ipsum esse subsistens, l’essere stesso che sussiste, non un ente tra gli enti ma la condizione di tutti gli enti.
Ma l’essere, da solo, non basta. Ed è qui che il ragionamento compie il suo primo passo decisivo. Immagina una stanza buia. Le cose ci sono — il tavolo, le sedie, i libri. Esistono. Ma nel buio non hanno forma, non hanno distinzione, non si relazionano tra loro. Poi accendi la luce. Non hai creato le cose: erano già lì. Ma ora sono riconoscibili, distinte, portatrici di senso. Il Logos è questa luce. Le cose esistono anche senza di lui — ma senza di lui esistono mute, opache, senza struttura. L’essere come essere — come reale intelligibile, come mondo che ha senso — richiede il Logos che lo pensa. Senza di lui ci sarebbe solo esistenza muta. Non essere: semplice ammasso di cose. Agostino nel De Trinitate lo dice con precisione straordinaria: il Verbo non è una delle cose illuminate — è la condizione dell’illuminazione stessa. Prima che tu pensi, il pensiero ti pensa. Prima che tu parli, la parola ti parla.
Questo apre la conseguenza più importante, quella che tutto il ragionamento porta con sé. Chi accende la luce? Chi pensa l’essere? Chi nomina le cose e nel nominarle le porta alla luce? Noi. L’essere umano è il luogo in cui il Logos si pensa nel mondo. Non lo inventiamo — lo riceviamo. Non lo produciamo — lo abitiamo. Ma senza di noi — senza questo essere vivente che nomina, che pensa, che dice questo è bello, questo mi manca, questo lo amo — il Logos non avrebbe dove dirsi nel creato. Le cose esisterebbero. Ma il mondo come totalità di senso richiederebbe qualcuno che lo pensasse. Noi siamo quel qualcuno.
E questo significa che siamo già fatti della stessa sostanza del Logos — della stessa sostanza di Dio. Non per merito, non per conquista, non per ascesi: per costituzione originaria. Il Concilio di Nicea nel 325 usa la parola greca homoousios — della stessa sostanza — per dire che il Figlio è della stessa sostanza del Padre. La stessa parola vale per noi, in senso derivato e partecipato: siamo stati plasmati della stessa argilla del divino. La Genesi lo dice con due parole ebraiche diverse — tselem e demut, immagine e somiglianza. L’immagine è strutturale: siamo fatti così, non possiamo non esserlo. La somiglianza è dinamica: siamo chiamati a realizzarlo pienamente nel tempo. I Padri greci lo dicono con la categoria della theosis — la divinizzazione. Atanasio di Alessandria lo formula con una frase che la tradizione ha trasmesso intatta: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio.” Gregorio di Nissa precisa che l’anima umana è naturalmente capace di Dio perché porta in sé l’immagine del Logos. Massimo il Confessore — il più preciso di tutti — dice che l’uomo è microcosmo e mediatore: concentra in sé tutto il creato e ha la vocazione strutturale di ricongiungerlo a Dio. Non è una possibilità acquisita: è la struttura stessa dell’essere umano. Meister Eckhart la chiama Fünklein — la scintilla dell’anima — quel punto più profondo dell’uomo in cui la creatura tocca la Deità, l’abisso silenzioso che precede anche il Dio personale. Non è mistica vaga: è ontologia precisa.
A questo punto qualcuno obietterà: questo è panteismo — tutto è Dio. No. È esattamente il contrario. La pietra esiste. Il verme esiste. La stella esiste. Ma la pietra non pensa. Il verme non nomina. La stella non dice io sono. Se tutto fosse Dio indifferentemente, Dio sarebbe la stanza al buio — piena di cose, ma senza luce, senza relazione, senza amore. Perché l’amore richiede due che si riconoscono — e il riconoscimento richiede il pensiero. L’uomo non è Dio. Ma è il luogo in cui Dio si pensa nel mondo. Questa non è una differenza di grado: è una differenza ontologica, che riguarda la struttura stessa dell’essere. La consustanzialità non è identità: è partecipazione. È relazione ontologica originaria. Come il figlio è fatto della stessa sostanza del padre ma non è il padre. Come il raggio è fatto della stessa sostanza della luce ma non è la fonte della luce.





