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La macchina si stringe
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di Pierluigi Piccini
C’è un equivoco di fondo nel modo in cui il dibattito pubblico — incluso quello più avvertito, come quello che si svolge sulle pagine di Avvenire — affronta la questione dell’intelligenza artificiale. L’equivoco è questo: si ragiona come se la trasformazione fosse ancora davanti a noi, come se ci fosse tempo per predisporre regole, formare mediatori, costruire equilibri. Come se la società potesse ancora scegliere come accogliere la macchina.
Ma la macchina è già dentro. Non sta bussando alla porta — è seduta al tavolo da anni, e ha già ridisegnato la stanza.
Gramsci lo capì con straordinaria lucidità a proposito del fordismo, e lo scrisse in carcere, in condizioni in cui la lucidità costava cara. Americanismo e fordismo — uno dei quaderni più densi e meno frequentati — non è un testo sull’organizzazione della fabbrica. È un testo su come un modo di produrre ridisegna un modo di vivere, di desiderare, di stare insieme. Il fordismo non chiese il permesso alla società americana. La produsse. Produsse il lavoratore standardizzato, la famiglia nucleare funzionale alla riproduzione della forza lavoro, il tempo libero come riposo funzionale alla produzione, il consumo di massa come collante ideologico. Produsse, in sintesi, un tipo umano.
La domanda che Gramsci pose allora è la stessa che nessuno vuole porre oggi: quale tipo umano sta producendo l’IA?
Non è una domanda sulla tecnologia. È una domanda sulla società che viene dopo — o meglio, che viene con — la macchina. Perché la tecnologia non si limita mai a ottimizzare i processi esistenti: li dissolve e ne costruisce di nuovi, portando con sé una intera ecologia di comportamenti, aspettative, gerarchie, forme di attenzione e di oblio. Il taylorismo non aveva semplicemente reso più efficiente il lavoro artigiano: lo aveva abolito come forma di vita, sostituendolo con qualcosa di strutturalmente diverso. L’IA non sta rendendo più efficiente il lavoro cognitivo: lo sta ridefinendo dalle fondamenta, e con esso sta ridefinendo cosa significa sapere, decidere, essere responsabili.
Eppure il dibattito pubblico si ostina a restare in superficie. Si discute di regolamentazione — l’AI Act europeo, i codici etici, i comitati di sorveglianza — come se il problema fosse normare una tecnologia che altrimenti funzionerebbe bene. Si discute di mediatori, di nuove professioni, di riqualificazione. Si discute, con buona volontà, di come governare qualcosa che nel frattempo sta già governando noi, ridisegnando silenziosamente le forme della nostra vita associata.
Cosa sta succedendo fuori dalla macchina? Questa è la domanda che manca.
Fuori dalla macchina, la soglia di attenzione si è contratta fino a rendere difficile la lettura di un testo lungo. Fuori dalla macchina, la capacità di tollerare l’incertezza — che è la condizione di ogni giudizio maturo — si sta erodendo, sostituita dall’aspettativa di una risposta immediata e definitiva. Fuori dalla macchina, le piattaforme hanno già riscritto le regole della visibilità pubblica, del riconoscimento, della vergogna e del prestigio. Fuori dalla macchina, intere generazioni costruiscono la propria identità attraverso dispositivi che non sono neutri ma sono progettati per massimizzare il tempo di esposizione, cioè per rendere dipendente.
Tutto questo non è fantascienza: è già accaduto, è documentato, è misurabile. Ed è precisamente ciò di cui non si parla quando si parla di IA.
Gramsci notava che il fordismo aveva dovuto fare i conti con l’alcol — il vizio che minacciava la disciplina corporea del lavoratore standardizzato — e che Ford aveva risposto con una politica paternalistica sul comportamento privato dei suoi operai. Sembrava una stranezza. Era invece la dimostrazione che il modo di produzione non si ferma ai cancelli della fabbrica: vuole il lavoratore intero, vuole il suo corpo, le sue abitudini, il suo sonno. L’IA non è diversa. Vuole l’attenzione intera. Vuole l’utente sempre connesso, sempre responsivo, sempre dentro il flusso. E ottiene ciò che vuole non con la coercizione ma con il desiderio — che è una forma di potere molto più profonda.
La società che l’IA sta imponendo — non domani, adesso — è una società in cui la velocità è diventata un valore morale, in cui la lentezza è inefficienza, in cui il dubbio è un difetto del sistema da correggere con più dati. È una società in cui la conoscenza tende a separarsi dall’esperienza, perché la macchina può “sapere” senza aver mai vissuto nulla. È una società in cui la responsabilità — quella vera, quella che implica un soggetto che risponde con la propria faccia di ciò che ha fatto — tende a dissolversi nella catena opaca degli algoritmi, dei modelli, delle decisioni distribuite.
Questo è il terreno su cui bisognerebbe lavorare. Non le regole — o non solo le regole. La sostanza antropologica della trasformazione. Il tipo di uomo, di relazione, di comunità che la macchina porta con sé come conseguenza non negoziata.
Gramsci concludeva che il fordismo americano aveva prodotto una “civiltà nuova” — e lo diceva senza nostalgia per quella vecchia, ma con la consapevolezza che una civiltà nuova porta con sé una nuova egemonia, cioè un nuovo sistema di valori che si presenta come naturale, inevitabile, ovvio. L’egemonia funziona quando smette di essere percepita come potere e diventa buon senso.
L’IA sta costruendo la sua egemonia. Non attraverso la propaganda — attraverso la pratica quotidiana, l’abitudine, la dipendenza gentile. E quando qualcuno prova a nominarla, la risposta è sempre la stessa: “Non esageriamo, è solo uno strumento.”
È esattamente quello che dissero del fordismo.





