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Il 27 giugno il pavimento del Duomo di Siena tornerà a mostrarsi, e resterà scoperto — con la pausa del Palio — fino al 15 novembre, prolungato quest’anno per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco. L’insegna scelta è Il Sommo Bene. Conviene prenderla sul serio: non è un titolo di stagione, ma il nome esatto di ciò che quel marmo dice da secoli.
A insegnarcelo è stato Roberto Guerrini, il filologo che più di ogni altro ha reso leggibile il commesso senese. Seguendo le iscrizioni e risalendo alle fonti — su tutte le Divinae Institutiones di Lattanzio — ha mostrato che il pavimento non è una collezione di figure ma un cammino. Si entra da Ermete Trismegisto, soglia della prisca theologia; si attraversano le Sibille, il colle della Sapienza, i profeti; e si sale, navata dopo navata, verso i misteri sacrificali del presbiterio. È, tradotta in pietra, l’ascesa neoplatonica che l’umanesimo aveva riportato alla luce. Quel vertice porta un nome antico: il Bene al di là dell’essere. Platone gli dedica una sola riga della Repubblica; sarà Plotino a farne un mondo — l’Uno che coincide col Bene, principio da cui ogni cosa discende e a cui l’anima ritorna, nella «fuga del solo verso il Solo». Il pavimento mette in scena, lastra dopo lastra, esattamente quel ritorno.
Il titolo di quest’anno, però, ha una provenienza più precisa, e cristiana: «Il Sommo Bene» sono le parole che Francesco pronunciò alla Verna, dopo le stimmate — «Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene… Tu sei sapienza». Lungi dal contraddire la lettura filosofica, la sigilla: il Bene-Sapienza invocato dal santo è il medesimo termine verso cui Plotino fa salire l’anima e verso cui il marmo, secondo Guerrini, fa camminare l’umanità. Intitolare al Sommo Bene la scopertura non aggiunge nulla di estraneo: dà al pavimento, con la voce di Francesco, il nome che già portava.
E qui accade la cosa che vale tutto il resto. Il Bene più alto è collocato in basso: sul Sommo Bene si cammina. In Plotino l’anima ascende, solleva lo sguardo, tende verso l’Uno; il pavimento capovolge il gesto e depone quello stesso Bene sotto la pianta del piede. La salita si fa passo. Non è irriverenza, è teologia incisa nel marmo: il sommamente alto non ci sovrasta come un oggetto da afferrare, ma ci sorregge come suolo, come strada. Marion direbbe che l’idolo trattiene e acceca lo sguardo, mentre l’icona lo apre sull’invisibile e si sottrae al possesso: il pavimento è un’icona orizzontale, che obbliga ad abbassare gli occhi e a mettersi in cammino. Non lo si guarda da fuori, frontalmente, come una tela. Lo si percorre. Il Sommo Bene, qui, non si contempla: si attraversa.
Ed è un’immagine intimamente francescana. Colui che si volle minore, che baciò il lebbroso e chiamò sorella la terra, sa riconoscere il bene più grande proprio dove lo si calpesta. Porre il Sommo Bene sotto i piedi non significa sminuirlo: è il modo di Francesco di onorarlo. L’Uno di Plotino siede al culmine dell’ascesa; il Bene di Francesco si lascia incontrare in basso, lungo la via che si percorre scalzi.
Di qui viene ciò che il pavimento può ancora insegnare a noi. Chiede un indugio che abbiamo quasi disimparato: una sosta, un rallentamento, un’attenzione che nessuna visita di corsa riesce a cogliere — lo ammettono gli stessi promotori. Contro la fretta dei nostri giorni, propone una relazione che ha bisogno di tempo per accadere. Persino l’antica distinzione di Walter Benjamin fra valore cultuale e valore espositivo trova qui un corpo: per gran parte dell’anno il pavimento resta coperto, latente, sottratto allo sguardo, e il suo svelarsi conserva qualcosa di liturgico. La cosa da custodire è che lo scoprirlo — il calendario, il tema, il pubblico — non consumi quella latenza, e che rimanga il sentimento di un mostrarsi che insieme trattiene. Un’arte che si calpesta, in fondo, si difende da sola: una strada non si fotografa come si fotografa un volto. Bisogna entrarci.
In questa luce anche il concorso internazionale di arte contemporanea, appena annunciato, può diventare cosa vera, a un patto: che accolga la grammatica del pavimento. Discesa, lentezza, sguardo chinato. Non opere accostate al capolavoro per fregiarsene, ma opere consapevoli di essere, anch’esse, cose davanti a cui si passa, soggette alla stessa umiltà. Sarebbe un anacronismo fecondo: la sopravvivenza di un’immagine non sta nel metterla in teca, ma nella sua forza di continuare a parlare dal proprio tempo al nostro. Il Sommo Bene è, per definizione, un tema fuori tempo — e lì sta la sua forza, non la sua debolezza.
Resta, alla fine, un gesto antico e semplice: abbassare gli occhi per guardare più in alto. Il pavimento ci insegna che il bene più grande non sta sopra le nostre teste ma sotto i nostri piedi, donato come il terreno stesso che ci tiene; e che non lo si raggiunge salendo, ma camminando, e camminando piano. Con noi cammina anche chi quel marmo lo ha reso dicibile — la filologia paziente di Guerrini, Lattanzio ritrovato parola per parola. Non lo nominano i comunicati, ma è presente in ogni passo che riusciamo a compiere senza fretta. Se la riscoperta ha un senso, è ricordarci che certe opere non si visitano. Si abitano.





