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Novant’anni dopo il fiero podestà, l’Opas non ripete il 1936: lo rovescia. E l’esempio di Bargagli Petrucci, letto fino in fondo, smentisce chi oggi difende il marchio mentre lascia uscire la banca.
L’articolo di Michele Taddei ha due meriti che gli vanno riconosciuti prima di ogni obiezione. Il primo è aver colto, in una conversazione apparentemente innocua, un sintomo: quando Tommaso Marrocchesi Marzi — il cognome ha due erre, e conviene cominciare dalla precisione — dice che l’operazione su Mps “piace a tutti”, al Mef, al Pd, a Forza Italia, a Fratelli d’Italia, al Nord e al Sud, non confessa un complotto, descrive una convergenza reale. Il secondo è la domanda che ne discende: cosa stanno facendo davvero, a Roma, gli uomini e le donne che governano, e il deputato del territorio? È una domanda legittima, e Michelotti — deputato e coordinatore regionale di Fratelli d’Italia — è la persona a cui porla.
C’è poi un fatto che dà ragione alla preoccupazione di fondo, e che la verifica conferma senza margini. Carlo Cimbri lo ha detto a chiare lettere: la banca che nascerà dalla combinazione con Bper si chiamerà “Banca Monte dei Paschi”, e dal nome, dopo oltre quattro secoli, cadrà la parola Siena. Il marchio resta, la città scompare dall’insegna. È la ferita vera, ed è documentata.
Ma è proprio qui che l’impianto di Taddei si incrina, e si incrina nel punto su cui poggia: l’analogia con il 1936. Perché quell’episodio, evocato come bandiera, dice l’esatto contrario di ciò per cui viene arruolato.
Si rovescia, intanto, la polarità. Nel 1936 la minaccia veniva dallo Stato. Mussolini accentrava, e Siena si difendeva contro Roma, rivendicando prerogative locali. Oggi la minaccia viene dal mercato, e l’unico schermo concepibile è precisamente lo Stato: il golden power, l’indirizzo del Tesoro, l’azione del governo. Allora ci si difendeva da Roma; oggi si dovrebbe pretendere che Roma difenda. Taddei lo intravede quando chiede conto a Fratelli d’Italia, ma non registra che quella domanda smonta il parallelo invece di reggerlo. Il podestà fiero contro il centralismo e il sindaco che invoca l’intervento centrale stanno ai due lati opposti dello stesso tavolo.
Si rovescia, soprattutto, la posta. Il 1936 fu una battaglia sul controllo di una banca che restava sé stessa: chi nomina la Deputazione, dove sta la sede e la direzione, come si ripartiscono gli utili. La riforma, per inciso, non tolse a Siena quel che la memoria oggi le attribuisce: a Roma andarono il presidente e tre deputati, al Comune ne restarono quattro — e fu quella maggioranza, perduta e poi riconquistata nel 1939, l’oggetto del contendere. Bargagli Petrucci si dimise per le prerogative, non per l’etichetta. La sua formula più celebre lo dice meglio di qualunque parafrasi: il Monte, scrisse, “non solo non era più di Siena, ma neppure era più il Monte”. Distingueva il nome dalla cosa. E combatteva per la cosa.
L’Opas fa l’opposto. Non sposta le nomine: dissolve il soggetto, lo taglia in due, ne disperde la sostanza. La direzione generale, le funzioni centrali, il corpo dell’istituto: è questo che cambia padrone e baricentro — non un consiglio d’amministrazione, ma l’organismo. Salvare il marchio mentre la banca esce dalla porta è precisamente ciò che il fiero podestà rifiutò di fare. L’episodio del 1936, letto onestamente, non è il vessillo della retorica identitaria: ne è il rimprovero.
Da qui discende il limite del pezzo, che è un limite di metodo. Gli strumenti del 1936 non sono trasferibili. Un podestà, dentro lo Stato corporativo, poteva dimettersi, rifiutare le nomine, fare anticamera in Banca d’Italia, lavorare ai fianchi un potente del regime. Niente di tutto questo ha un equivalente di fronte a un’offerta pubblica regolata dal diritto societario ed europeo. Le dimissioni di un podestà erano una leva dentro un sistema politico; i “viaggi a Roma e le memorie scritte” che Taddei auspica oggi sono gesti, non leve, se non si nomina lo strumento giuridico-finanziario capace di fermare l’operazione. Ed è qui che l’unica frase non banale di Marrocchesi Marzi — chi mette trenta miliardi sul piatto? — andava presa di petto, non liquidata. Si moralizza, con l’eroe e i possibili colpevoli, esattamente dove si dovrebbe indicare il meccanismo.
Aggiungo due cautele, perché un argomento solido non ha bisogno di forzature. Quel “piace anche a Fratelli d’Italia” stride meno di quanto sembri: nel 2021 Marrocchesi Marzi fu il candidato del centrodestra unito, Fratelli d’Italia compreso, non un uomo di Salvini convertito. E la storia che ai 1.700 della direzione tocchi Modena è, allo stato, una proiezione: il perimetro lo si conoscerà solo a operazione perfezionata, e la stessa “vittoria” del 1939 maturò non malgrado ma grazie alla crisi del Monte, quando Roma si trovò volentieri a mollare un asset ferito. Anche l’eroismo civico, a guardarlo da vicino, aveva la sua convenienza.
Resta il punto, che è semplice. I fatti reggono; è la morale che se ne trae a non tornare. La lezione di Bargagli Petrucci non è “salviamo il nome”. È l’opposto: si difende la cosa, perché un nome senza la cosa è soltanto un’insegna su un museo per turisti distratti. Chi oggi si accontenta del marchio, e lascia andare la banca, non somiglia al fiero podestà. Somiglia a chi, allora, l’avrebbe lasciato volare verso altri lidi.




