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Le sculture di Davide Rivalta a Piancastagnaio non sono soltanto un intervento artistico: diventano una riflessione sulla convivenza con il selvatico, sull’identità dei territori e sul futuro delle aree interne.
Ci sono opere che chiedono di essere ammirate e opere che chiedono di essere vissute. I lupi installati a Piancastagnaio da Davide Rivalta appartengono alla seconda categoria. Non si impongono come monumenti, non cercano una centralità celebrativa, non dominano lo spazio dall’alto di un piedistallo. Al contrario, stanno a terra. Occupano lo stesso livello delle persone che attraversano il paese. Ed è proprio questa scelta a renderli interessanti non soltanto dal punto di vista artistico, ma anche sociale e culturale.
Nel racconto di Pierluigi Piccini emerge un dettaglio significativo: l’artista arriva personalmente sul posto e partecipa alla collocazione delle sue opere, scavando la terra e scegliendo con attenzione orientamento, luce e posizione. È un gesto che restituisce all’arte una dimensione quasi agricola, materiale, territoriale. L’opera non viene semplicemente posata; viene piantata, come un albero o una vite. La scultura non occupa uno spazio neutro, ma entra in relazione con il luogo che la ospita.
Il vero tema, però, non è la scultura in sé. È il lupo.
Negli ultimi decenni il lupo è tornato a popolare vaste aree dell’Appennino e dell’arco alpino. Dopo essere stato vicino all’estinzione nel secondo dopoguerra, oggi la sua presenza è nuovamente diffusa in gran parte del territorio italiano. Questo ritorno ha riaperto conflitti antichi: quelli tra allevatori e predatori, tra tutela della biodiversità e attività economiche, tra paure collettive e necessità ecologiche.
Sull’Amiata questi temi non appartengono alla teoria. Fanno parte della vita quotidiana. Il lupo è una presenza reale, osservata nei boschi e nei pascoli, discussa nelle aziende agricole e nei piccoli centri abitati. Per questo motivo la scelta di collocare proprio dei lupi nel cuore del paese assume un valore che va oltre la semplice operazione artistica.
L’opera di Rivalta agisce infatti come una sorta di dispositivo culturale. Costringe chi passa a prendere posizione. Non necessariamente a esprimere un giudizio, ma almeno a fermarsi. La domanda che molti si pongono – “che senso ha?” – è già il primo risultato dell’opera stessa. In un tempo dominato dalla velocità e dalla distrazione, fermarsi a interrogarsi sul significato di una presenza inattesa nello spazio pubblico rappresenta già una forma di partecipazione.
La forza di questi animali di bronzo sta anche nella loro ambiguità. Non sono minacciosi, non sono addomesticati, non sono simboli rassicuranti. Camminano. Attraversano. Sembrano appartenere contemporaneamente al bosco e al paese. È una rappresentazione che rompe una contrapposizione molto radicata nella cultura occidentale: quella tra natura e civiltà.
Per secoli il lupo ha incarnato l’alterità assoluta. Nelle fiabe, nelle leggende e nell’immaginario popolare è stato il volto della paura. Eppure oggi il suo ritorno pone una domanda nuova: è possibile abitare un territorio condiviso con altre forme di vita senza trasformarle necessariamente in nemici o in oggetti da controllare?
La riflessione richiama alcuni dei principali filoni del pensiero contemporaneo sull’ecologia e sulla relazione tra esseri umani e ambiente. Filosofi come Baptiste Morizot hanno parlato di una vera e propria “diplomazia con i viventi”, fondata sulla capacità di costruire forme di coesistenza tra specie diverse. Analogamente Donna Haraway ha elaborato l’idea delle “specie compagne”, sottolineando come identità e relazioni si costruiscano reciprocamente nel tempo. Queste teorie trovano nei lupi di Piancastagnaio una sorprendente traduzione concreta.
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione. Le aree interne italiane vengono spesso raccontate esclusivamente attraverso le categorie dello spopolamento, dell’invecchiamento e della marginalità. Sono territori descritti per ciò che perdono. L’installazione dei lupi suggerisce invece una prospettiva diversa. Mostra che un piccolo centro può diventare luogo di produzione culturale contemporanea, capace di dialogare con questioni globali come la sostenibilità, il rapporto con il selvatico e la ridefinizione degli spazi pubblici.
In questo senso i lupi di Piano non sono soltanto un’opera d’arte. Sono una metafora civile. Parlano della capacità di una comunità di confrontarsi con ciò che appare estraneo senza respingerlo immediatamente. Raccontano la possibilità di trasformare la paura in osservazione e il conflitto in convivenza.
Forse è proprio questo il loro significato più profondo. Non chiedono di essere amati. Chiedono semplicemente di essere riconosciuti come parte di un paesaggio che cambia. E ricordano che vivere un territorio significa anche imparare a condividere lo spazio con ciò che non abbiamo scelto noi.
Fra qualche anno, come osserva Piccini, quei lupi potrebbero diventare una presenza abituale, quasi invisibile. Saranno entrati nella memoria collettiva del paese. E proprio allora l’opera avrà raggiunto il suo risultato più importante: non essere più percepita come un oggetto estraneo, ma come un elemento naturale del paesaggio umano di Piancastagnaio.





