
Scendere nella madre
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Il nodo e la preda. Chi c’è davvero dietro l’assalto a Siena
8 Giugno 2026La versione costruita per la città, e quello che il racconto tace
di Pierluigi Piccini
C’è una versione di questa domenica di giugno già confezionata per la città, e la si riconosce dal tono prima ancora che dai numeri. È un racconto in cui Siena torna protagonista: la banca contesa da tutti, le strade che — per stare alla frase ormai iconica di Lovaglio — porterebbero di nuovo qui, la città che comunque ne esce rafforzata. Peccato che la lettera, stavolta, l’abbia scritta Milano. È Banco Bpm ad aver deliberato all’unanimità e spedito la proposta a Rocca Salimbeni; Siena la riceve, e per ora tace, in attesa del consiglio. Il destinatario travestito da autore: è tutto in questo rovesciamento lo scarto tra come la si racconta e ciò che è. Si presta alla città la grammatica di chi agisce, mentre la posizione vera è quella di chi viene agito. Essere desiderati da tutti non è la condizione del protagonista: è la condizione della preda pregiata.
E i pretendenti, in effetti, fanno la fila. Mentre Bpm bussa con il garbo del “merger of equals”, si muove anche Intesa Sanpaolo, pronta a una contromossa con Bper e Unipol. Qui il dettaglio che la versione corrente maneggia con prudenza è invece decisivo: nello schema anticipato dal Financial Times, a Bper — con il suo azionista Unipol — andrebbero le attività bancarie del Monte, mentre Mediobanca finirebbe a Intesa. Tradotto: ciò che ha reso il Monte di nuovo appetibile — l’aver inglobato Mediobanca, la quota in Generali — è esattamente ciò che verrebbe smontato e portato altrove. Il gioiello che oggi dà a Siena un peso al tavolo è la prima cosa che le verrebbe sfilata. Resterebbe il guscio retail da assegnare a Modena. Non proprio “tutto da vincere”.
Anche la formula “fusione tra pari” andrebbe trattata per l’eufemismo che è. Le nozze paritarie hanno quasi sempre un baricentro, e basta guardare chi siede nella nuova compagine: primo socio diventerebbe Crédit Agricole, poi Delfin, poi Caltagirone. Siena, come centro di potere, non compare. La promessa di “salvaguardia dei marchi e delle sedi storiche” è il classico premio di consolazione: l’insegna resta, la sede resta — sede storica, parola che si usa per i monumenti — mentre il cervello sale a nord. La città conservata come patrimonio, e le decisioni prese a Piazza Meda.
C’è infine il piano che la versione per la città legge come benedizione, e che è invece la chiave politica dell’intera partita. Il Tesoro tiene il suo residuo 4,9% durante l’integrazione di Mediobanca, ma conta su una fusione futura per uscire, e considera Banco Bpm il partner preferito. Le parole sulla “valorizzazione” del Monte da parte del governo dicono la cosa giusta capovolgendone il segno: il Monte è lo strumento di un disegno deciso a Roma — il terzo polo — non il soggetto che lo disegna. È l’ultimo atto di una de-senesizzazione cominciata col salvataggio del 2017: la banca che era il cuore dell’identità e dell’economia della città diventa pedina su una scacchiera nazionale, e la città viene invitata a festeggiare come promozione ciò che è un congedo.
In una riga: la versione costruita per la città è la storia di chi la scrive; il fatto è la storia di chi viene scritto dentro quella di un altro.





