
I segreti della miniera del Siele. Archeologia industriale e natura «Una sfida nel cuore dell’Amiata»
7 Giugno 2026di Pierluigi Piccini
Ieri sera, all’Enoteca Italiana, in una sala interrata della Fortezza, Nada ha cantato O madre. Mentre la voce scendeva mi è tornato in mente, senza che lo cercassi, Almodóvar: non un film intero, ma quella sequenza muta in bianco e nero incastonata dentro Parla con lei, l’amante che si rimpicciolisce fino a entrare nel corpo della donna addormentata e a sparirci dentro, scegliendo di restarci. Non è una scena erotica nel senso ovvio: è un ritorno all’utero come dimora ultima, il grembo come fondo in cui morte e nascita si toccano. Mi sono accorto, ascoltando, che la canzone faceva esattamente la stessa cosa, e che era questo a tenermi inchiodato alla sedia.
Perché la prima parte di O madre è tutta soglia. Si prega senza credere, si guarda senza vedere, si è perso il coraggio davanti a un passaggio che non si riesce ad attraversare. È la stazione di partenza dell’amante prima di farsi minuscolo: la madre è ancora un fuori, un Tu invocato da lontano. Poi la canzone smette di pregare verso la madre e comincia a entrare dentro di lei. Chiede di farsi posto, piega la testa, scende — fondo, più in fondo, finché non c’è più. E lì avviene il rovesciamento che è anche quello di Almodóvar: la sparizione non è morte, è verità. È nel punto in cui ci si dissolve che si è finalmente veri, e che qualcosa torna a somigliare a una preghiera e a un respiro. Il punto di azione che all’inizio non si trovava era questo: non un fare, ma un lasciarsi inghiottire.
C’è però una differenza che ho sentito chiarissima, e che distingue le due immagini senza separarle. L’utero di Almodóvar è erotico e mortale: è l’amante che entra nell’amata, il sesso che diventa insieme tomba e grembo. Quello di Nada è filiale e tellurico. Lì dentro non c’è un amante che torna alla donna, c’è una figlia che torna alla madre, e il movimento non è soltanto carnale: è uno scavare, un premere, un affondare nella terra. È un gesto più vicino al pozzo che al letto, e a me — che vivo sopra una montagna che brucia di sotto, dove la discesa nel buio è stata per generazioni un mestiere e non una metafora — è arrivato come una cosa di casa. L’utero come miniera, come fondo del mondo. Non per nulla l’ho ascoltato sotto terra, in una stanza scavata dentro la Fortezza: il luogo esatto per un canto che chiede di sprofondare.
E vale la pena ricordare che per Nada questo non è un esercizio di stile. È materia autobiografica nuda: la madre è la grande ferita e la grande origine di tutta la sua vita, e di questa canzone ha detto che lì, finalmente, l’ha ritrovata — non un catechismo, ma il ricordo di una donna che amava le processioni, la devozione svuotata di dogma e ridotta al puro corpo che cammina e si piega. Per questo “prego ma non credo” non mi è suonato come cinismo. È la fede che resta quando è caduto il suo oggetto, e che si sposta intera sulla madre. La stessa operazione di Almodóvar quando, tolto il cielo, mette la madre al posto della Madonna. Ieri sera, in fondo, ho sentito due volte lo stesso gesto: il sacro che, non avendo più dove posarsi, si posa sul grembo.
Sono uscito dalla Fortezza con l’impressione di aver assistito non a un concerto ma a una discesa, e di esserne risalito un po’ più vero. Capita di rado che una canzone ti faccia questo. Capita, forse, solo quando chi canta non sta interpretando una madre, ma sta ancora cercando la propria.





