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Cimbri in Senato definisce “premature” le domande sui territori mentre il perimetro dell’Opas è già chiuso. Siena convoca il consiglio straordinario prima del Palio: due calendari che non si parlano. Sull’unanimità come forma del lutto — e sull’unico spazio politico che resta: lavoro, archivi, patrimonio.
Il 17 giugno la conferenza dei capigruppo del Comune di Siena fisserà la data del consiglio comunale straordinario sul Monte dei Paschi. Prima del Palio, naturalmente: la seduta dovrà tenersi entro il 2 luglio, perché anche le crisi bancarie, a Siena, devono fare i conti con il calendario della Festa. Non è colore. È la misura esatta di una distanza: quella tra il tempo della città, ancora rituale e ciclico, fatto di scadenze che ritornano, e il tempo dell’operazione, lineare e irreversibile, con date che non ritornano mai — l’assemblea di Intesa il 10 settembre, la chiusura dell’Opas entro dicembre. Due calendari che non si parlano. E quando due calendari non si parlano, uno dei due sta aspettando che l’altro finisca.
Chi ha seguito questa vicenda fin dal pretesto sa dove conduce il ragionamento. Ma le giornate dal 7 giugno a oggi hanno aggiunto qualcosa che prima si poteva solo dedurre e che ora è agli atti di una commissione parlamentare. Carlo Cimbri, davanti alla Commissione banche del Senato, ha descritto il futuro del Monte con la pacatezza di chi legge un capitolato: la divisione della banca in due è “volontà delle parti”, il perimetro è definito, i numeri potranno muoversi ai margini ma non nella sostanza. E alla sola domanda che riguardava le persone e i luoghi — che ne sarà dei dipendenti, che ne sarà di Siena — ha risposto con un aggettivo destinato a entrare nel lessico di questa storia: premature.
Fermiamoci sulla parola, perché contiene un’intera filosofia del potere. Prematuro non significa illegittimo, né infondato: significa posto prima del tempo giusto. Ma qual è, per chi conduce l’operazione, il tempo giusto delle domande su Siena? Quello successivo alla conclusione, quando le risposte non potranno più modificare nulla. La domanda è prematura finché può incidere; diventerà matura quando sarà inutile. È la struttura del fatto compiuto elevata a galateo istituzionale. E bisogna riconoscere a Cimbri una franchezza che altri protagonisti non hanno: non recita la commedia del radicamento. Dice che la banca sarà divisa in due, che 635 filiali andranno alla nuova entità a marchio Monte dei Paschi destinata a combinarsi con Bper, che il resto — Mediobanca compresa, e con Mediobanca la quota in Generali — resterà a Intesa. Del Monte sopravvive il nome, applicato a un compendio aziendale. Di Siena soltanto il nome: l’avevamo scritto quando sembrava una forzatura polemica. Era una descrizione tecnica.
In questo quadro, la mobilitazione senese di questi giorni ha qualcosa di commovente e insieme di istruttivo. Maggioranza e opposizione firmano lettere identiche; si richiamano le mozioni già approvate all’unanimità — lavoratori, servizi direzionali, marchio, radicamento; si invoca il fronte istituzionale compatto. Tutto giusto, e tutto rivelatore. Perché l’unanimità, in politica, è raramente un segno di forza: è quasi sempre il segno che non c’è più nulla su cui dividersi, cioè nulla su cui decidere. I senesi hanno litigato sul Monte per generazioni — ferocemente, talvolta rovinosamente — finché il Monte era cosa loro. L’unanimità di oggi è la forma protocollare del lutto.
Eppure proprio qui si apre l’unico spazio politico reale. Se l’identità è perduta — e lo è da molto prima del 7 giugno, per sottrazioni successive — non è perduto ciò che dell’identità costituiva il fondamento materiale: il lavoro e il patrimonio. Oltre tremila lavoratori tra Siena e Firenze, più l’indotto: questa è la sola grandezza su cui la politica locale ha ancora presa effettiva, e non a caso i sindacati — che rifiutano di essere trattati come variabile di costo — sono oggi più lucidi delle istituzioni. E poi gli archivi, le collezioni, la memoria documentaria di cinque secoli e mezzo depositata a Rocca Salimbeni: un patrimonio che non si trasferisce con un accordo di scorporo e per il quale la città deve pretendere garanzie scritte, vincolanti, immediate. Non premature: urgenti.
Sul piano nazionale, il repertorio è quello consueto: l’esposto di Intesa in Consob contro Banco Bpm per la lettera della domenica, gli avvocati al posto degli analisti, e un Governo che le fonti descrivono neutrale — neutralità singolare per chi il golden power lo ha brandito quando l’azionista da fermare parlava francese, e che questa catena l’ha innescata cedendo a fine 2024 il quindici per cento del Monte a cordate accuratamente selezionate. Il terzo polo, costruito a tavolino e battezzato con la scalata a Mediobanca, viene assorbito dal primo polo a meno di un anno dal battesimo. C’è voluto un editorialista di Bloomberg per nominare l’evidenza: la strategia regge per gli investitori, ma la politica non ha quasi senso. Ne ha, invece, se si accetta che la politica italiana sul credito sia ormai una variabile dipendente: il Financial Times riferisce di resistenze romane alla fusione con Bpm per timore dell’influenza francese sugli asset strategici, debito pubblico compreso. La banca più antica del mondo come pedina in una partita franco-italiana sul risparmio: ecco il tempo maturo delle domande premature.
Il consiglio comunale straordinario si farà, e va fatto. Ma sarà utile a una sola condizione: che la città smetta di chiedere al Monte di restare ciò che non è più e cominci a chiedere — con numeri, scadenze e atti — ciò che può ancora ottenere. L’occupazione, le funzioni, l’archivio, le opere. Il resto è liturgia. E le liturgie, noi senesi, le celebriamo meglio di chiunque altro: l’essenziale è non confonderle con la politica.
Pierluigi Piccini





