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14 Giugno 2026
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14 Giugno 2026NUOVO CINEMA BACKROOMS
Stanze sbagliate, videogiochi e il luogo più oscuro di internet. Un regista ventenne scovato su YouTube. Il film del momento non è per cinefili ma ha trascinato in sala mezzo mondo. Appunti per cinematografari arrabbiati
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Forse non siamo noi il target”, dice mia moglie scuotendo la testa mentre usciamo dal cinema dopo aver visto Backrooms, circondati da frotte di ragazzini – skaters con felpe Palace, gothic girl con molto rimmel, cuccioli di maranza che si fanno i selfie, una lunga scia di patatine al ketchup nell’aria. Eravamo andati allo spettacolo del primo pomeriggio sperando di trovare un po’ di vecchi e invece no: solo qualche genitore nascosto nelle ultime file, la faccia di chi aspetta la fine di una recita scolastica. Avevo proposto un megaplex sul Raccordo – garage pieno di angoli ciechi, loop di porte col maniglione, neon, ascensori rotti, una vera “Backrooms experience” – ma mia moglie ha insistito per una sala del centro. Errore fatale. Backrooms non è un film per l’Anteo o il Troisi. Serve la periferia intorno, capannoni abbandonati, wasteland urbana. Però mi è piaciuto anche così – un po’ perché sono quello meno maturo della coppia, un po’ perché l’idea di un ragazzino di vent’anni che trascina mezzo mondo al cinema mi pare una gran cosa. Se non sapete di cosa stiamo parlando, probabilmente non aprite un social da due settimane o avete una timeline talmente tarata su guerre, legge elettorale, campo largo, che l’algoritmo ha smesso di mostrarvi il resto del mondo. Backrooms è il film del momento: un horror campione d’incassi, primo al box-office per settimane, un fenomeno catacombale nato anni fa su Internet poi arrivato al cinema per coinvolgere anche noialtri del Novecento. Generatore di una viralità incredibile: meme, thread su TikTok e Reddit, parodie, tutorial su come vederlo, campagne marketing di Ikea, McDonald, KitKat, anche Messi e Cristiano Ronaldo che scappano da qualcosa persi in una backroom, cioè un loop di corridoi minacciosi e stanze vuote. Il regista, Kane Parsons, ha la faccia pulita, un po’ da patata, vagamente sinistra – una specie di Sinner del cinema indipendente. Fino a tre anni fa girava video su YouTube dalla sua cameretta a Petaluma, California. Ora tutti a Hollywood si chiedono come abbia fatto. Tutti vogliono il loro Kane Parsons. Nel frattempo, la backroomania impazza. Tutti quanti dicono “liminale”: il critico cinquantenne, il blogger, il designer, l’influencer cinefilo, il nerd malato di Minecraft, il sedicenne hikikomori con le cuffie in testa. E via di “estetica liminale”, “horror liminale”, “spazi liminali”. La parola rimbalza ovunque, come ai tempi della liquidità di Baumann, nel frattempo passata di moda e tornata a indicare la disponibilità di cash. Non l’ho ancora vista però negli annunci immobiliari dove pure starebbe bene ( trilocale con grande ingresso su corridoio liminale). Un diluvio di tutorial, piantine, disegni per ricostruire le “geometrie impossibili di Backrooms” e tanti spiegoni su YouTube – “Cosa sono gli spazi liminali”, “ Backrooms e il Minotauro liminale”, anche un micidiale “Per una critica liminale del capitalismo” e un Liminal Space nel quartiere Ostiense, a Roma, aperto poco tempo fa, “ecosistema di culture digitali che produce immaginari speculativi”. Ci fidiamo. Nessuno mi pare abbia osato “romanzo liminale” – registriamo subito il copyright.
L’esegesi è inarrestabile. I più studiati tirano fuori Les rites de passage, Arnold van Gennep, 1909, testo fondativo del pensiero liminale – un antropologo belga che aveva in mente riti tribali e cerimonie di passaggio, non corridoi di moquette gialla e luci al neon, arruolato d’ufficio nella cosmologia delle Backrooms. Forse sarà contento anche Caracciolo: adolescenti che magari si abbonano a “Limes” per una geopolitica liminale, la soglia tra Stati, i non-luoghi del potere… ma i vecchi “nonlieux” di Marc Augé, no, quelli non si citano più. Augé li diagnosticava come sintomo fatidico della modernità: siamo passeggeri permanenti, scivoliamo attraverso architetture progettate per non trattenerci. Ma Auget era molto francese. Vedeva nei non-luoghi la perdita di qualcosa, la solitudine del flâneur, quella roba lì. Le Backrooms aspirano a essere terrificanti e virali. I non-luoghi nell’epoca dei meme.
La storia produttiva di Backrooms è molto istruttiva per i nostri cinematografari sempre a caccia di soldi ministeriali o troppo indaffarati a combattere il fascismo ai David per tirare fuori cose del genere, quelle cose che fanno crollare tutti gli alibi – hanno tagliato i finanziamenti! Il berlusconismo ha involgarito il pubblico! Gli americani hanno i soldi, invadono il mercato, soffocano i nostri film! E mai, neanche per sbaglio, un forse sono più bravi di noi.
Tutto inizia su “4chan” – per il lettore forte e attempato del Foglio: una bacheca “all anonymous” dove chiunque posta cose senza nome, né cognome; niente ego da Instagram o Substack, niente linea editoriale e regole d’ingaggio. Un brodo primordiale di Internet con il peggio della rete: nerd, complottisti, hater professionisti, scappati di casa della Alt-Right, Incel e tutte quelle subculture memetiche che tanti genitori hanno scoperto con sgomento dopo Adolescence. Succede questo: nel maggio del 2019, sul forum /x/ di 4Chan – sezione paranormale, avvistamenti UFO, case infestate, ecc…. – qualcuno posta una foto chiedendo agli utenti di condividere altre immagini che “sembrano semplicemente sbagliate”. La foto che apre il thread è leggermente obliqua. Una stanza grande e vuota, moquette color senape consumata, da brutto Motel della periferia di Rovigo. Carta da parati giallo paglierino a losanghe, quella di casa di nonna che ti mandava in loop da bambino. Soffitto basso, tubi al neon, qualche apertura sul fondo che lascia intravedere altre stanze identiche e poi ancora altre, all’infinito. La luce delle sale d’attesa degli sportelli dell’Inps. Non c’è nessuno. Nessuna finestra. Nessuna uscita visibile. Nel giro di pochi giorni, il thread esplode. Compaiono storie, mappe disegnate a mano, descrizioni di “livelli” diversi. Nasce un’intera cosmologia. Una saga Backrooms, come sempre succede quando Internet tocca un nervo scoperto – “una crepa dell’immaginario”, direbbe qui un Phd in “Teorie dei media”. Le Backrooms diventano un genere a sé: gente che disegna mappe dettagliate dei livelli (il Livello 0 è la stanza originale, poi ci sono livelli con piscine abbandonate, hotel deserti, magazzini senza fine, Backrooms “signorili”). Gente che scrive storie lunghe e articolate o costruisce videogiochi o documentari di presunti sopravvissuti. Qui arriva Kane Parsons da Petaluma che all’epoca ha sedici anni. Su YouTube carica un video di nove minuti intitolato The Backrooms (Found Footage): c’è qualcuno che filma con una videocamera amatoriale, inciampa, si ritrova catapultato in una versione delle Backrooms – quei corridoi gialli, quel neon, quella moquette. Qualità degradata, analogica, sporca. Come i video delle telecamere di sorveglianza degli anni Novanta. Partono le visualizzazioni. Ad oggi, duecento milioni, come i dollari che ha incassato sin qui il film, uscito poche settimane fa e già diventato il più grande incasso della A24, la casa di produzione che ha scovato Kane Parsons su YouTube. Dopo il successo del primo corto, il ragazzino ne fa uscire altri. Parsons usa Blender – un programma di grafica 3D open source che chiunque può scaricare. Costruisce gli spazi, poi li sporca, poi li fa sembrare dei filmati trovati in una cantina. Il risultato è qualcosa che non sembra fatto in casa, ma non sembra nemmeno fatto a Hollywood. Nulla di nuovo, direte voialtri del Novecento. Il solito Blair Witch Project. Sì, no, insomma. Anche perché The Blair Witch Project era trent’anni fa e le cose da allora sono un po’ cambiate. Per esempio, trent’anni fa non c’era la A24, che ha visto quei video, li ha fatti diventare un film, poi un fenomeno social gigantesco, con una campagna Ikea perfetta (mobili e lampade del Catalogo che affogano nelle backrooms o spuntano minacciosi alla fine un corridoio). La A24 – che si chiama così in onore della Roma-L’Aquila, perché lì, tra Tivoli e Tagliacozzo, il fondatore ebbe l’illuminazione – paga gente per guardare YouTube tutto il giorno. Cerca registi nei canali minori, nei video girati in camera, negli esperimenti di ragazzi senza agente né produttore. Se vuoi trovare qualcuno capace di portare gente al cinema non lo cerchi nelle Film School dove ti spiegano che quelle sette ore e mezza di Satantango “non hanno un minuto di troppo” e ti mettono in guardia dal mercato che ti “ruba l’anima”. In Backrooms non c’è cinefilia. Inutile affannarsi coi paragoni, le genealogie, i Maestri, le scuole, le tendenze. Tutto quello che trovate lì dentro viene fuori dai videogiochi e da YouTube, però è anche un ponte con i vecchi horror – Shining su tutti, che magari Parsons neanche ha visto chi lo sa. Ma quei corridoi, quella moquette, sono un Overlook Hotel fatto a pezzi e risputato in forma di meme. Tutti invece tirano fuori Lynch e “lynchano”, ma basta guardare la locandina del film: Renate Reinsve con la faccia schiacciata contro una parete, gli occhi spalancati, la faccia del terrore, la stessa di Shelley Duvall intrappolata nel bagno dell’albergone di Kubrick. La grande idea di Parsons è stata però ambientare il film nei primi anni Novanta o qualcosa del genere. Un presente vicino ma annebbiato nei ricordi. Soprattutto, un’epoca senza smartphone. Sbarazzarsi del cellulare è una delle prime cose da fare per scrivere un horror senza che lo spettatore stia sempre lì a ripetere in continuazione, ma perché non chiama qualcuno, la polizia, il marito, i genitori. Comunque, nelle Backrooms non prenderebbe. Ancora meglio se la A24, in omaggio alle sue origini abruzzesi, facesse una versione italiana, quindi più perfida, in collaborazione con Poste italiane invece di Ikea: c’è il wifi ma non ti fa entrare, ti manda un codice OTP sul numero che non hai più, “l’utente risulta già registrato”, il link per reimpostarla è scaduto, salta la luce, rumori nel buio. Aiuto!
Ma le Backrooms non fanno paura per il mostro. Fanno paura perché lo spazio è sbagliato. Perché il corridoio non finisce come nei brutti sogni. Perché hai già visto quella moquette da qualche parte e non riesci a ricordarti dove. Fanno paura – soprattutto – per quella carta da parati. E qui, volendo, si apre un mondo. Una filosofia della carta da parati, un inno all’horror vacui: da Jean Papillon, inventore del papier peint prima della Rivoluzione ai nostri anni Settanta, climax e tripudio della carta da parati industriale, passando da Oscar Wilde moribondo in una camera d’albergo a Parigi che dice, “o va via quella carta da parati o vado via io”. Nel 1892, Charlotte Perkins Gilman, scrittrice, poetessa, economista americana, scrive The Yellow Wallpaper, raccontino che mette insieme horror e carta da parati: una donna in cura è rinchiusa in una stanza con queste pareti gialle, poi la carta da parati comincia ad animarsi, diventa un labirinto di pattern in cui si nasconde un’altra donna imprigionata, insomma un incubo.
E’ una paura da glitch, dicono ora i guru della Gen Z. Una paura da errore di sistema, da livello di videogioco in cui sei finito per sbaglio e non c’è uscita nella mappa. Sta di fatto che una generazione cresciuta dentro una parata di schermi ha sviluppato un horror tutto suo – e potrà anche non piacerci, per carità, però è in grado di sintonizzarsi con loro, come raramente riesce al cinema. Non so neanche se effettivamente questi ragazzini il film lo vedano. Di sicuro non nel senso che intendiamo noi: i miei vicini in sala, tutti sui sedici anni, l’aria da Beavis and Butt-Head, avevano una marea di schermi accesi: uno giocava a qualcosa sul telefono poi ogni tanto guardava il film, gli altri parlavano, sgomitavano, commentavano eppure si divertivano, alla fine hanno anche applaudito. Boh. Certo è che Parsons e la A24 sono riusciti a far diventare virale un film – impresa oramai disperata. Ovunque sono spuntati nastri adesivi a forma di porta sui muri (il segnale di una Backroom). Persino ad Avellino. Ho amici architetti che da giorni non pensano ad altro. Nelle riunioni in studio disegnano piantine impossibili, intrecci di corridoi che non portano da nessuna parte. Provate voi a fare un film che mette insieme il post-metallaro e l’architetto che guarda Parsons come un uomo del Rinascimento, un piccolo Piranesi di TikTok. Però il successo del film forse ha a che fare anche col Covid, che è ancora lì, fresco nella memoria collettiva, anche se remoto e confuso. Quanti uffici deserti, hall di albergo, piazze e corridoi vuoti abbiamo ancora in testa.
Backrooms come una riattivazione catartica della pandemia, cosa che forse lo rende più vero e prossimo.
Ho parlato con un po’ di studenti, ventenni come Parsons, aspiranti cineasti come lui. Mi hanno detto che da anni seguivano il fenomeno su TikTok e che il film non aggiunge nulla, anzi leva persino un po’ di magia (“era meglio TikTok” è il nuovo “era meglio il libro”). Qualcuno però dice che “sono solo invidiosi, perché uno venuto fuori da YouTube ha fatto un film con due lire e ha sbancato il box-office”. Ma il Parsons italiano si fatica anche solo a immaginarlo, alle prese con bandi, Tax-Credit, costretto a infilare il “messaggio” nel film per sfilare a testa alta ai David. Ma Backrooms è più un’installazione che un film horror – e così andrebbe visto, anzi “attraversato”, “sentito”, quelle cose lì. Senza badare troppo a spiegoni e spiegazioni. Chi se ne frega! Un horror performativo. Sarebbe stato perfetto come padiglione alla Biennale di Buttafuoco, di sicuro più bello e divertente di quello russo.
Tutti dicono “liminale”: il critico cinquantenne, il designer, l’influencer cinefilo, il nerd malato di Minecraft, il sedicenne hikikomori Inutile affannarsi coi paragoni, i Maestri,lescuole.Mac’èunpontecon i vecchi horror, “Shining” su tutti, che magari Parsons neanche ha visto Ilsuccessodelfilmforsehaachefare anchecolCovid.Quantiufficideserti, hall di albergo, piazze e corridoi vuoti abbiamo ancora in testa Il Parsons italiano si fatica a immaginarlo, alle prese col Tax Credit e costretto a infilare il “messaggio” nel film per sfilare a testa alta ai David





