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14 Giugno 2026Tajani: il governo abbandona Siena al suo destino
C’è un modo antico di intervenire negando di intervenire, di prendere posizione mentre si dichiara di non averne alcuna. Il vicepremier lo esegue con mano sicura, e conviene seguirne il movimento, perché è un movimento istruttivo.
Si parte da un principio che nessuno potrebbe contestare: governo e politica fanno le regole, non scendono in campo “con la maglia di una delle parti”. A valutare sono le autorità — Consob, Agcm, Bce, Banca d’Italia — non il ministro. È la liturgia della neutralità, il muro pulito tra chi detta le norme e chi giudica i fatti. Se non che, costruito il muro, l’oratore lo scavalca nella stessa frase. “Credo che il governo l’abbia gestita molto bene”: ecco già un giudizio, e un giudizio di parte, su una vicenda che lo stesso governo dichiara di non aver guidato. Si elogia la propria regìa nell’atto in cui si nega di aver diretto alcunché. La maglia che si era detto di non indossare è già addosso.
Poi viene il passaggio decisivo, quello sul golden power. Il ministro lo esclude: “non credo proprio che si vada in questa direzione”. E come lo giustifica? Con l’argomento più nazionale che esista. L’operazione, dice, potrebbe dare vita al primo o secondo gruppo dell’Eurozona, rafforzerà Mediobanca, avrà “base azionaria italiana”, attenzione alle “imprese tricolori”, e lui, da ministro che si occupa di commercio estero, ricorda che l’export è il quaranta per cento del Pil. Qui occorre fermarsi, perché l’inversione è perfetta. Il golden power esiste per una ragione sola: proteggere ciò che è strategico per l’interesse nazionale. Tajani lo depone, e lo depone invocando l’interesse nazionale. Tira fuori il tricolore per spiegare perché ripone lo scudo. Nazionalizza il lessico e denazionalizza il potere. La nazione evocata al massimo grado retorico, azzerata sul piano degli strumenti: tutta bandiera, nessuna leva.
Si dirà: è un’intervista, esprime un’opinione. È qui l’equivoco più sottile. La parola di un ministro su un’operazione in corso non descrive, agisce. Dire in pubblico “il governo ha gestito bene” e “non si andrà verso il golden power” non è raccontare il tempo che fa: è orientare gli attori, rassicurare un fronte, segnalare una direzione ai mercati e alle controparti. Mentre dichiara di non essere arbitro, fischia. Mentre dice di astenersi, dispone. E lo fa con la grammatica giusta: “a quanto pare”, “potrebbe”, “credo”, “non credo proprio”. Il condizionale e il dubitativo travestono una decisione da previsione meteorologica. Si decide fingendo di osservare.
C’è poi la cornice, e merita un rigo. Il sistema bancario, dice, è sano: ha superato la crisi del 2008, è cresciuto, si è consolidato. E la prova di questa salute sarebbe proprio Mps. Ma Mps non è la cicatrice di quella crisi: ne è la ferita mai chiusa, il soggetto che non si è più rimesso in piedi da solo. Presentare il suo assorbimento come dimostrazione di salute è rovesciare i termini: non è il sistema che ha guarito il malato, è il malato che scompare dentro un corpo più grande, e la sua scomparsa viene chiamata guarigione. Si dimette il paziente perché il paziente non c’è più.
E qui torna ciò che andiamo dicendo da mesi. “Rafforzerà Mediobanca”, dice il ministro: cioè il centro che assorbe la periferia, la decisione che si concentra altrove, l’architettura che si sposta su Milano e sull’Eurozona. La “base azionaria italiana” è la bandiera consolatoria stesa su un movimento che è, nella sostanza, di de-territorializzazione. Si agita il tricolore proprio mentre si recide il legame con un luogo. È la solita operazione: si conserva l’etichetta e si dissolve la cosa.
Resta un dettaglio che vale più di tutto il resto. L’articolo è incolonnato sotto una parola: Siena. È la sua provenienza, il suo recapito. Eppure in tutto il ragionamento del ministro Siena non compare mai. Compaiono l’Eurozona, l’export, il Pil, le imprese tricolori in tutto il mondo. Della città che dà il titolo alla colonna non si dice una sillaba. Ed è questa, alla fine, la cosa: non c’è ostilità, non c’è scontro, c’è una rinuncia. Il governo, per bocca del suo vicepremier, ripone lo scudo, gira lo sguardo altrove e lascia che la città vada dove la portano i numeri di un’operazione decisa lontano. Di Siena, ancora una volta, soltanto il nome — e nemmeno quello davvero: solo un timbro in cima alla pagina, sotto cui si firma, senza dirlo, un abbandono.





