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Si discute di intelligenza artificiale in due lingue: quella della scienza e quella della Chiesa. Tutte e due lasciano fuori l’unica domanda che conta — chi possiede il calcolo.
di Pierluigi Piccini
Sull’intelligenza artificiale parlano oggi, a Siena come altrove, due discorsi che non si incontrano mai. Il primo è quello della scienza: la sovranità europea sui dati, l’interoperabilità dei sistemi, lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari come traguardo, l’intelligenza artificiale messa al servizio di vaccini più efficaci. Il secondo è quello dell’enciclica: la dignità della persona, la nuova torre di Babele, una tecnica che «non è neutrale» e va orientata al bene. Sono due impianti nobili. E sono, tutti e due, fermi alla superficie. La dimensione giusta è un’altra, ed è materiale: non l’uso, non i valori, ma la proprietà. Provo a dirlo nel modo più semplice.
Cominciamo dalla scienza. La parola d’ordine è sovranità: standardizzare i formati, rendere i sistemi interoperabili, non lasciare che i dati europei finiscano altrove. È giusto e perfino necessario. Ma guardiamo di quale sovranità si tratta. È sovranità sul formato, sul protocollo, sul dato. Non tocca chi possiede il calcolo che quel dato lo legge, i modelli che lo valorizzano, l’infrastruttura su cui tutto gira. Si può essere perfettamente sovrani sui propri dati e interamente dipendenti per l’operazione che li rende preziosi. Il dato è la materia prima; la sovranità sulla materia prima non è la sovranità sui mezzi. Questo è il primo limite, ed è insidioso perché ha la forma di un successo: si scambia la standardizzazione per sovranità.
Il secondo discorso, quello dell’enciclica, l’ho già discusso e non lo rifaccio per intero. Basti l’essenziale: parla all’uso e all’anima — orienta, custodisci, discerni — ma lascia la proprietà fuori dalla porta, e la lascia fuori proprio nel giorno in cui invoca la Rerum Novarum, che nei rapporti di forza ci entrava davvero, chiedeva regole e redistribuzione, non solo conversione dei cuori. La dignità è invocata, la proprietà è taciuta. Secondo limite.
Messi uno accanto all’altro, i due limiti sono lo stesso limite. Entrambi i discorsi trattano la tecnica come un oggetto: qualcosa da standardizzare, da una parte, qualcosa da orientare, dall’altra; e in tutti e due i casi l’uomo resta esterno, davanti a una cosa già fatta. La domanda che apparterrebbe a entrambi e che nessuno dei due pone è invece una sola: chi possiede il calcolo. E qui serve il passo che né la scienza né la fede compiono. La «nuvola» sembra senza luogo, e ciò che sembra senza luogo spinge il discorso verso l’alto — la dignità astratta — o di lato — i formati. Ma anche la nuvola ha un corpo: minerali, energia, acqua di raffreddamento, suolo su cui si costruisce. E quel corpo sta su un territorio, dentro una comunità. Nel momento in cui all’infrastruttura si restituisce il suo corpo, il calcolo torna materia di proprietà, di titolo, di restituzione. Smette di sorvolare i territori come fossero intercambiabili e torna a poggiare su uno.
Che la posta sia questa, e non i formati, lo ha mostrato un fatto recente. Una lettera del Dipartimento del Commercio statunitense, un venerdì pomeriggio, ha ordinato la sospensione dei modelli più avanzati di un’azienda di intelligenza artificiale per ogni cittadino straniero; non potendo distinguere gli utenti per nazionalità, l’azienda li ha spenti per tutti, nel mondo intero, in poche ore. L’interruttore del più potente strumento di cognizione collettiva si è rivelato in mano, insieme, a un privato e a uno Stato: basta una procedura amministrativa perché si spenga per il pianeta. Questo è il livello che conta, ed è esattamente quello che i due discorsi non raggiungono. La sovranità di cui si parla nei convegni è quella dei formati; la sovranità vera si è mostrata, in negativo, per lettera.
Resta da dire che cosa farebbe un ragionamento all’altezza. Non la nazionalizzazione, categoria novecentesca inapplicabile a un settore globale e distribuito. Non la sola regolazione dall’esterno, necessaria ma insufficiente, perché chi regola insegue sempre chi possiede. Ma la partecipazione diretta: un soggetto pubblico che entra nella struttura proprietaria dell’infrastruttura alimentata dalle risorse del territorio che la ospita. Gli strumenti esistono — la società benefit, l’impresa à mission, figure né puramente pubbliche né puramente private. Manca la volontà di applicarli alla frontiera più avanzata del capitalismo. E manca perché la domanda sulla proprietà è stata dismessa come residuo: la politica l’ha smessa di porre, la Chiesa avrebbe la tradizione per riporla e si limita all’esortazione.
La domanda, invece, è semplice, e finché nessuno la pone resta sospesa sopra ogni discorso sull’umano e sui vaccini: il calcolo è un bene comune. O impariamo a trattarlo come tale — dandogli un corpo, un luogo, un titolo — o ci accorgeremo troppo tardi che la sovranità l’avevamo già consegnata. Non di nascosto: alla luce del sole, per lettera, continuando a chiamarla con il nome sbagliato.





