
La via e la sostanza
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19 Giugno 2026La modifica che conta non è l’uscita dal Terzo Settore, ma il compenso del Presidente, ora deciso dal Consiglio che egli stesso presiede: una remunerazione che i grandi musei italiani non riconoscono a una carica di sola rappresentanza
di Pierluigi Piccini
Esiste una verità che non si oppone alla menzogna, ma all’occultamento: la verità come disvelamento, come ciò che si sottrae all’ombra. E c’è un modo elegante di nascondere che non consiste nel mentire, bensì nel mostrare con insistenza una cosa affinché un’altra resti al buio. La giornata di Palazzo pubblico è stata raccontata così. Il titolo — addio al Terzo Settore, porte aperte a sponsor e partner — e i comunicati che lo hanno scortato hanno puntato tutta la luce sull’articolo 1, la «natura giuridica» della Fondazione, l’ente di diritto privato in controllo pubblico. Il Sindaco l’ha additato come l’aspetto più significativo dell’intervento. Il Presidente l’ha salutato come la cornice essenziale del rilancio. E mentre lo sguardo era condotto sull’insegna, la modifica che davvero pesa restava in penombra, qualche articolo più in basso.
La si trova lì dove prima non c’era nulla: un articolo nuovo di zecca, il 16, intitolato «Remunerazioni». Il suo primo comma stabilisce che le cariche di Presidente, di consigliere e di membro del Comitato scientifico possono prevedere un gettone o un’indennità «determinati, nel rispetto delle vigenti disposizioni di legge e regolamentari, dal Consiglio di Amministrazione». La formula di chiusura è la stessa di prima, ricopiata di peso dal vecchio testo. È cambiato un solo soggetto: dove c’era Assemblea, ora c’è Consiglio di Amministrazione. Nello statuto che si abbandona, l’indennità del Presidente la fissava l’Assemblea, cioè il socio fondatore, il Comune, il controllore pubblico. Da oggi la fissa il Consiglio che il Presidente stesso presiede. Chi decide e chi incassa tornano a coincidere. E perché non resti dubbio su dove sia finita la competenza, due dettagli la sigillano: nell’articolo che elenca i poteri dell’Assemblea il vecchio compito di determinare le indennità è stato materialmente cancellato — al suo posto, due righe vuote —; e l’obbligo, prima esistente, di trasmettere i bilanci al Comune almeno venti giorni prima dell’approvazione è scomparso, sostituito da un invio «ai Soci partecipanti all’Assemblea» che, con socio unico, è un invio a sé stessi. Autoremunerazione e interiorizzazione dei conti: lo stesso movimento, due volte.
Ci si chiederà perché il vecchio statuto non avesse un articolo simile. Non per dimenticanza: per natura. Quel testo nasceva come Ente del Terzo Settore, e nel Terzo Settore il compenso degli amministratori è tenuto al guinzaglio — la legge considera distribuzione indiretta di utili, e dunque vieta, ogni emolumento sproporzionato o superiore a quello praticato in enti analoghi. Per questo i compensi erano «eventuali», sobri, affidati a chi non li percepiva. Uscire dal Terzo Settore non serviva, come ho già scritto, a far entrare i privati — che potevano già esserci — né ad attrarre liberalità, fuori semmai più premiate, visto che a un’istituzione culturale a controllo pubblico spetta l’Art Bonus al 65 per cento contro il 30 del Terzo Settore. Serviva a sciogliere quel guinzaglio. L’addio al Terzo Settore e l’articolo 16 sono lo stesso atto, visto da due lati.
E qui occorre alzare lo sguardo dal documento e guardare il Paese, perché il punto non è giuridico soltanto. Ho impiegato un quarto d’ora a verificarlo, fonti alla mano. I grandi musei statali autonomi — gli Uffizi, Brera, Capodimonte, la Galleria Borghese, le Accademie, la Reggia di Caserta, una sessantina in tutto — non hanno un Presidente remunerato per la semplice ragione che a dirigerli è il Direttore, e per regolamento sedere nel loro consiglio «non dà titolo a compenso, gettoni, indennità o rimborsi di alcun tipo». La Fondazione Palazzo Strozzi, gemella del Santa Maria per impianto, dichiara nei propri dati di trasparenza che «Presidente e amministratori non percepiscono compensi»; il suo Presidente è onorario. Il Museo Egizio di Torino, secondo museo più visitato d’Italia, fondazione a controllo pubblico identica nella struttura alla nostra: la Presidente, alla voce compenso, ha rinunciato; l’intero consiglio è gratuito; gli unici retribuiti sono i revisori. Una sola eccezione, in tutta la ricognizione: il MAXXI di Roma, dove il Presidente è pagato — e bene, oltre novantamila euro di base, centoquarantamila nell’anno che ho potuto leggere. Ma lì il Presidente governa: è figura esecutiva, con deleghe operative, non di rappresentanza. Il criterio che separa l’uno dagli altri non è il prestigio del museo: è la natura della carica. Si paga un presidente che dirige, non un presidente che rappresenta.
Ed è qui che il nuovo statuto inciampa, ed è più grave del previsto, perché tenta una via che nessuno percorre: un Presidente di sola «rappresentanza istituzionale, relazionale e strategica» (art. 18) reso però remunerabile (art. 16), accanto a un Direttore, vertice operativo, a sua volta retribuito. Non si dica, per onestà, che il Presidente «fa tutto»: il Direttore, sulla carta, esce perfino rafforzato — gli spettano la programmazione scientifica e museale, la direzione del personale, i poteri di amministrazione, e l’art. 17 vieta al Consiglio di ingerirsi nella gestione, «demandata al Direttore». Il difetto è più sottile, e dimostrabile comma in mano: lo stesso atto — la proposta strategica — è affidato a due organi. L’art. 18 fa proporre al Presidente «gli indirizzi strategici e le linee di sviluppo»; l’art. 19 fa proporre al Direttore «il piano strategico di sviluppo culturale». Stessa materia, stesso destinatario, due proponenti. E un terzo comma decide chi vince: l’art. 17 stabilisce che il Consiglio «opera sulla base delle proposte strategiche formulate dal Presidente», mentre il Direttore deve muoversi «in costante raccordo con il Presidente», che per giunta fissa l’ordine del giorno. La proposta del Direttore non corre dunque parallela: passa sotto. Non è coabitazione, è gerarchia. La figura operativa viene sovrastata esattamente dove la riforma fingeva di emanciparla.
Al MAXXI, almeno, la concentrazione è coerente: una sola testa esecutiva, pagata, senza un direttore forte che le faccia ombra. Il Santa Maria fa l’opposto: due teste, entrambe retribuite, che si contendono lo stesso terreno. Ne paga il costo — un presidente dominante e remunerato — senza incassarne la chiarezza; e insieme sostiene la spesa del doppio vertice senza la nettezza della separazione tra indirizzo e gestione. È il peggio dei due modelli, non la somma dei loro pregi. C’è un’ironia, in tutto questo, che vale la pena di nominare: la confusione tra chi indirizza e chi gestisce era esattamente ciò che andava sanato, e che pareva sanato — gestione al Direttore, controllo al Consiglio. Salvo riaprirla, identica, al piano di sopra, quello delle proposte strategiche. La sovrapposizione non è stata rimossa. È stata promossa di grado.
Messi insieme, questi elementi compongono la verità che il titolo non dice. Non si è cambiata natura per accogliere partner, e nemmeno per salvare i conti. Si è ridisegnato chi comanda e chi viene pagato, travestendolo da questione di «natura giuridica». Si proclama il controllo pubblico all’articolo 1 mentre la sostanza — i compensi, i bilanci, il primato sull’indirizzo — migra all’interno, lontano dal socio pubblico che quel controllo dovrebbe esercitare. Conosco da vicino che cosa quel luogo abbia rappresentato, e quanto sia stato costruito tenendo insieme l’apertura e la salvaguardia della sua natura pubblica. Non era mai stato un problema di chi far entrare. Era, ed è, una questione di a quali condizioni, per quale fine, e a vantaggio di chi.
La verità, qui, non era stata nascosta mentendo. Era stata nascosta mostrando altro. E un atto amministrativo, se lo si legge davvero come un atto — nei rinvii, nei verbi, nelle righe lasciate vuote, nelle competenze che traslocano da un organo all’altro — non occulta nulla. Bastava leggerlo. Su questo, e non sull’insegna del Terzo Settore, l’aula avrebbe dovuto pronunciarsi.





