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Ci sono settimane in cui le letture, scelte per caso o per dovere, finiscono per disporsi da sole lungo un’unica linea, come se i testi si parlassero alle spalle di chi li ha messi in fila. Cinque pezzi, dal 22 al 26 giugno: una città incoronata capitale del libro, uno scandalo letterario, un concerto in dialetto, il congedo da una scrittrice, la recensione di un’infanzia messa in inventario. Apparentemente non li tiene insieme nulla. In realtà raccontano, ciascuno dal suo versante, la stessa cosa: che cosa chiediamo alla parola, e che cosa la parola fa di noi quando passa dal privato al comune.
Si comincia da Pistoia, capitale italiana del libro per il 2026. Il dossier premiato parla di avventura del leggere e di coraggio di costruire il futuro, e la giuria ha coniato per esso una formula felice, «ordinario straordinario»: non l’effetto speciale, ma la rete, la qualità delle relazioni, il libro come strumento di cambiamento più che come oggetto da celebrare. È la versione virtuosa della parola: quella attorno a cui — secondo l’antica intuizione per cui è nel dialogo che nasce la comunità — un corpo sociale si riconosce. Resta naturalmente il rischio sempre in agguato in queste liturgie del riconoscimento, che la «capitale» diventi marchio, e la lettura un cerimoniale per addetti. Il libro fonda la città solo finché l’atto privatissimo di leggere torna a farsi cosa condivisa; quando si trasforma in vetrina, fonda soltanto un palinsesto di eventi.
Il rovescio esatto di questa virtù lo offre il caso Mari, ricostruito con misura da Gianluigi Simonetti su «Snaporaz». Una frase pronunciata in un pulmino, fra candidati allo Strega, trasferita dalla cronaca di un attrito privato alla gogna pubblica, e una società letteraria che, nel giro di pochi giorni, ha rischiato di sfigurare la sua edizione migliore per ragioni che con la letteratura non c’entravano nulla. Simonetti rimette al centro un’evidenza che dovremmo sapere a memoria: il libro è opera di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nei nostri risentimenti, nei nostri vizi. Confondere l’autore con l’uomo che chiacchiera in viaggio significa scambiare l’igiene morale per critica, e la denuncia per giudizio. È la stessa pulsione — travestita da virtù — che divora le comunità quando pretende la concordia per via di epurazione invece che di discussione: non concordia, ma disciplina.
Tra questi due poli — la parola che fonda e la parola che impicca — si colloca il gesto di Elio Germano per Sant’Egidio, raccontato in questi giorni anche da «Domani». «Pane ar pane»: classici del rock tradotti in romanesco, il ricavato alle mense e all’accoglienza. Il titolo è già una poetica. Dire pane al pane è restituire alla lingua la sua funzione più antica, chiamare le cose col loro nome; e il dialetto, spogliando le canzoni note della loro patina internazionale, le rivela di nuovo, tra ironia e verità. Qui la parola torna al corpo e alla strada, e soprattutto torna a essere bene da spartire: non si celebra, si dà. È la prova che la schiettezza non è rozzezza, ma una forma di giustizia espressiva — l’esatto contrario della frase rubata e brandita del caso precedente.
Poi è arrivato, sabato 20, il congedo da Slavenka Drakulić, salutata su «Doppiozero» da Nicole Janigro con un titolo che riprende e sposta il suo primo libro: dagli Ologrammi della paura agli ologrammi della sopravvivenza. Drakulić aveva fatto della malattia — la dialisi, i trapianti, l’andirivieni tra gli ospedali — non un tema, ma un metodo: il taccuino sempre in tasca, la coscienza della morte che muta la postura esistenziale, la decisione di scrivere invece di lasciarsi interrogare. Ha reso leggibile a mezzo mondo un paese «ex», una Jugoslavia a metà strada tra ovest ed est, scomparsa mentre lei la raccontava. È la terza figura della parola: quella che testimonia, che tiene in vita ciò che sta sparendo. L’ologramma è precisamente questo, un’immagine che permane, una presenza che c’è e non c’è. Sopravvivere, per chi scrive, è lasciare ologrammi.
E qui si chiude il cerchio, con la pagina del «Tascabile» sull’inventario dell’infanzia. A partire da un memoir contemporaneo si ritorna alla lezione di Infanzia berlinese: ricordare non per rivitalizzare il passato ma per inventariarlo, per renderlo maneggiabile dalla ragione e disinnescarne le trappole — la nostalgia in primo luogo. Memoria volontaria, dunque, come una «vaccinazione»: si fanno riemergere le immagini proprio per impedire che ci comandino. E un dettaglio decisivo: i fatti più strettamente biografici vanno tenuti ai margini, perché ciò che conta non è la vicenda individuale ma il sedimento sociale, lo sfondo comune in cui un bambino fa esperienza della città. È il modello opposto alla confessione. Non lo scavo nell’intimo da esibire, ma la mappa di un mondo condiviso.
Messe in fila, le cinque letture compongono un piccolo trattato sui compiti — e sulle tentazioni — della parola. La parola fonda la comunità quando si spartisce come il pane (Pistoia, Germano); la tradisce quando trasforma il privato in patibolo e scambia il pettegolezzo per verità (Mari); salva ciò che sta per scomparire quando si fa testimonianza (Drakulić); e ci protegge da noi stessi quando diventa inventario anziché nostalgia (Benjamin, e il suo erede recensito). In mezzo, una distinzione che attraversa tutti i pezzi: quella tra l’io che vive e l’io che scrive, tra la chiacchiera che inchioda e l’opera che libera, tra la confessione che si vende e la mappa che si offre.
Ne ricavo, per la mia parte di amministratore oltre che di lettore, una sola morale di metodo. Una comunità si costruisce attorno alla parola condivisa, non attorno alla parola fatta arma; e il modo più sicuro per maneggiare il proprio passato — di una persona come di un territorio — non è rievocarlo con nostalgia, ma inventariarlo con lucidità, tenendo ai margini il rancore e al centro lo sfondo comune. Dire pane al pane, e farne inventario: è tutto qui il lavoro, e non è poco.





