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28 Giugno 2026Carlo Ginzburg, potenziali virtù della IA contro i vizi della post-verità
Tra storia e antropologia L’ultima fase dei suoi studi, dedicata al proliferare delle fake news, discende anch’essa dalla necessità di riportare a galla le tracce involontarie delle intenzioni del potere
«Oggi parole come verità o realtà sono diventate per qualcuno impronunciabili a meno che non siano racchiuse tra virgolette scritte o mimate», così Carlo Ginzburg apriva un saggio del 1988, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei e il principio di realtà, poi raccolto nel volume Il filo e le tracce. Vero falso finto (2006). In quegli anni, durante l’esperienza di insegnamento negli Stati Uniti, aveva toccato con mano la diffusione di un nuovo scetticismo generato dalle teorie postmoderne e dal decostruzionismo.
La «verità» perdeva il suo carattere di certezza oggettiva e universale per diventare relativa, plurale, frammentata, legata da un lato ai linguaggi e alle rappresentazioni culturali, dall’altro al proliferare di soggetti che proponevano un proprio racconto del reale. Anche la ricerca storica ne era investita in pieno. Il tema del vero e dei fondamenti della conoscenza venne da quel momento ancora più in evidenza nella sua riflessione metodologica e nell’attività di ricerca.
A volte anche un po’ ingenerosamente, il principale bersaglio critico fu individuato in Hayden White, sostenitore dell’indistinguibilità tra narrazioni di finzione e narrazioni storiche, in nome di un comune connotato costruttivo e retorico. Sullo sfondo, però, sfruttando lo spazio aperto dal «neoscetticismo», ombre più inquietanti si allungavano: il revisionismo storico e il negazionismo dello sterminio degli ebrei, quelli che Pierre Vidal-Naquet aveva chiamato «assassini della memoria», e che per Ginzburg erano a tutti gli effetti assassini della storia.
A questi pericoli Ginzburg rispose con la fiducia nella possibilità di poter attingere a una verità sul passato (anche senza virgolette, come ha rivendicato in più occasioni anche recenti), attraverso le tracce che questo ha lasciato. La storia sarebbe dunque certamente un racconto, in cui la soggettività dello storico o della storica giocano un ruolo rilevante, ma pur sempre un racconto vincolato ai documenti, agganciato alle prove. Fu con questo spirito che, all’inizio degli anni Novanta, intervenne in difesa di Adriano Sofri e altri dirigenti di Lotta continua, accusati dell’uccisione del commissario Calabresi, dedicando alla vicenda il suo libro più militante, Il giudice e lo storico (1991).
Nonostante si sia letto anche il contrario, le posizioni di Ginzburg non erano affatto riconducibili a un positivismo ingenuo, proprio di chi ritiene che la realtà sia conoscibile direttamente, senza mediazioni. Da sempre sono stati lontanissimi da lui sia una concezione metafisica della verità, sia l’idea che la ricerca storica consista nell’accumulo di fonti, tutte le fonti possibili, da cui far discendere automaticamente l’autentica ricostruzione degli eventi. Nella sua idea del mestiere di storico (espressione ripresa dall’amatissimo Marc Bloch di Apologia della storia o Mestiere di storico), è fondamentale, al contrario, la capacità di sapere individuare e valorizzare quello che le fonti non sono disposte a dire. Per leggere le testimonianze del passato bisogna tenere conto delle intenzioni di chi le ha prodotte, ma non ci si può fermare lì, bisogna andare oltre e contro e cercare le tracce involontarie, sfuggite al controllo e all’autocontrollo dell’autore. Queste tracce interessano – lo diceva Bloch e vi è tornato più volte Ginzburg – non tanto per i loro riferimenti a dati di fatto, quanto per la luce che gettano sulla mentalità di chi le ha prodotte.
Il riconoscimento delle anomalie consente, infatti, di interrogarsi su come ha funzionato la mente individuale e quella collettiva, come si sono formate percezioni, convinzioni e opinioni diffuse. In uno dei suoi saggi più noti e citati, Ginzburg parlò di «paradigma indiziario» per definire il metodo di lavoro fondato sulla ricerca di indizi, sintomi, spie, in grado di mostrare una smagliatura nella testimonianza (Spie. Radici di un paradigma indiziario, 1979).
Stabilito il metodo, Ginzburg ne estenderà progressivamente l’applicazione, ampliando la varietà delle fonti (quelle visuali, interpretate sulla scorta di Aby Warburg, diventeranno sempre più rilevanti) e spingendo lo sguardo al di là della storia europea.
Se la verità della narrazione storica si fonda sulle fonti, nulla esclude che il falso, il documento finto che si spaccia per vero, possa essere utile e rivelatore. Un ulteriore elemento si aggiunge: la necessità di confrontarsi con le falsificazioni che, non mostrandosi per come sono, ottengono un effetto nella realtà. Posto il problema, Ginzburg, studioso della prima età moderna, non poteva non arrivare a confrontarsi con il fenomeno della propaganda politica del Novecento, quando le pratiche di falsificazione e manipolazione hanno trovato uno straordinario acceleratore nei mezzi di comunicazione di massa. Lo fece in particolare in un saggio sulla campagna inglese per il reclutamento dei soldati volontari durante la Prima guerra mondiale (ora in Paura reverenza terrore, 2015).
Proprio perché la difesa del vero è un’istanza non solo epistemologica, ma anche etica, negli ultimi anni Ginzburg ha richiamato più volte la necessità di misurarsi con la condizione del nostro tempo, segnato dalla post-verità, dalla proliferazione di fake news e, potremmo aggiungere, dall’ascesa di bugiardi patologici alle più importanti cariche politiche. Ha indicato con forza i rischi di una sfera pubblica in cui saltino le distinzioni tra il racconto di finzione e il racconto agganciato alla realtà.
La sua lezione di metodo propone una strada da seguire: ancorare i racconti alle prove, ma anche cercare le anomalie nei racconti del potere, per capire cosa ci vogliono dire, al di là delle intenzioni degli autori. Proprio nelle righe conclusive dell’ultimo libro (Il vincolo della vergogna, 2026), scrive: «Dobbiamo imparare a leggere tra le righe ogni sorta di testo; dobbiamo imparare a dimostrare la falsità delle fake news. La filologia elettronica ha (speriamo) un futuro». Un suggerimento prezioso, a cui aggrapparci e a cui dar seguito, nel momento in cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale annuncia una nuova era negli usi politici della falsificazione.





