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8 Luglio 2026Il tempo conteso. Le religioni nell’era dell’accelerazione, tra l’Anticristo di Palantir e il Dio in formato chatbot
C’è una sensazione che attraversa la nostra epoca e che le epoche precedenti, forse, hanno conosciuto solo a tratti: quella di una storia che corre più veloce di chi la abita. I cambiamenti si susseguono con una frequenza tale da non fare più in tempo a diventare oggetti storici, cioè cose che si possono guardare, nominare, capire. Il presente si ipertrofizza, si fa dittatura, mentre passato e futuro si assottigliano fino a dissolversi. È una percezione figlia della modernità occidentale, dell’illuminismo, del capitalismo industriale e della sua tecnica; ed è, come ogni percezione del tempo, una costruzione. Le società non vivono il tempo: lo interpretano. E ogni società ha il suo regime di storicità, anzi ne ha molti, che si intrecciano e coesistono, a volte dentro lo stesso individuo. L’accelerazione, allora, potrebbe essere meno un fatto che un’ottica: la lente attraverso cui l’Occidente moderno, religioso o secolarizzato che sia, guarda se stesso mentre corre.
Dentro questa corsa, le religioni occupano una posizione singolare. Nonostante la secolarizzazione, oltre otto persone su dieci nel mondo continuano ad aderire, con intensità diverse, a una fede tradizionale. E ciò che le fedi offrono non è anzitutto un catalogo di norme, ma un sistema di significato: una concezione del tempo estesa, totalizzante, che relativizza il presente dentro un disegno più ampio, dove l’origine e la fine, la caduta e la rinascita, danno spessore a ciò che altrimenti sarebbe solo cronaca. Al centro di questa architettura sta la speranza: non l’ottimismo, che è calcolo, ma la speranza come struttura, come apertura verso un mondo migliore, terrestre o ultraterreno. Nei momenti di crisi e di incertezza è questa risorsa, insieme al legame comunitario, che spinge le persone a riavvicinarsi al credere: gli studi sulla correlazione tra situazioni ansiogene e ritorno della religiosità sono ormai una piccola biblioteca. Il credere religioso, si potrebbe dire, è un modo di organizzare la fiducia nel tempo, fondato su tre elementi: un contenuto simbolico, una memoria strutturata, una tradizione che opera come filiazione.
Ma proprio perché maneggiano il tempo, le religioni sono contese. Chi vuole accelerare la storia e chi vuole frenarla ha sempre avuto bisogno del loro vocabolario. Gli accelerazionismi contemporanei ne sono la prova più vistosa: quello di sinistra, che vuole spingere il capitalismo oltre se stesso per farlo collassare, e quello di destra, formulato dagli anni Novanta in poi, che punta al crollo dei regimi liberali. Entrambi sono escatologie secolarizzate: attendono una fine che è anche un compimento.
Il caso più clamoroso di questa riformulazione politica della teologia è oggi quello di Peter Thiel. Il cofondatore di PayPal e di Palantir, mentore politico del vicepresidente Vance e sostenitore di Trump, ha tenuto tra il 2025 e il 2026 una serie di lezioni a porte chiuse sull’Anticristo: quattro appuntamenti a San Francisco nell’autunno del 2025, organizzati da una rete di tecnologi cristiani, poi repliche a Cambridge, a Parigi e infine, nel marzo 2026, a Roma, a pochi passi dal Vaticano, in un ciclo di quattro lezioni su invito, senza registrazioni. La tesi, ricostruita dalla stampa internazionale che è riuscita a procurarsi le registrazioni, capovolge l’immaginario apocalittico tradizionale: l’Anticristo del ventunesimo secolo non sarebbe lo scienziato pazzo, ma il luddista: chi vuole fermare il progresso tecnologico. In questo schema, la regolazione dell’intelligenza artificiale, le politiche climatiche e le istituzioni multilaterali diventano strumenti potenziali di una tirannia globale, e l’ordine totalizzante che si presenta con lo slogan della “pace e sicurezza” — non il caos, ma la pace imposta — sarebbe il vero volto del male. Chi accelera, dunque, trattiene l’Apocalisse; chi frena, la prepara. Le voci critiche dell’innovazione — dagli attivisti climatici ai teorici del rischio esistenziale dell’intelligenza artificiale — vengono così iscritte nel registro del male assoluto.
È qui che il nome e la sostanza si divaricano nel modo più istruttivo. Perché l’uomo che denuncia il governo mondiale della sorveglianza è lo stesso che ha costruito la rete di piattaforme e apparati di intelligence che di quella sorveglianza costituiscono il nucleo tecnico. La forza che trattiene il male, ammoniva già la vecchia teologia politica, è sempre a un passo dal diventare il male che trattiene. Thiel lo sa, lo dice, e proprio dicendolo si immunizza: la contraddizione esibita diventa armatura. Non è teologia al servizio della fede; è teologia al servizio di una dottrina del potere, che usa il lessico escatologico per giustificare l’accelerazione come necessità e la concentrazione tecnologica come catechon.
Sul versante opposto, non a caso, si è mossa la più antica delle istituzioni occidentali. La scelta del nome di Leone XIV è stata dichiaratamente un richiamo a Leone XIII, il papa che nel 1891 con la Rerum Novarum diede voce ai lavoratori travolti dalla rivoluzione industriale; oggi, ha spiegato il pontefice, la nuova rivoluzione è l’intelligenza artificiale. E il parallelo si è fatto documento: la prima enciclica del pontificato, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, è stata firmata il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario esatto della Rerum Novarum, dopo che una nota vaticana aveva già nominato senza reticenze le armi autonome letali e la sorveglianza algoritmica. Come il primo Leone collocò la dignità del lavoro davanti all’età della fabbrica, il nuovo Leone colloca la dignità della persona davanti all’età dell’algoritmo. Due teologie del tempo, dunque, si fronteggiano: una che sacralizza l’accelerazione, una che pretende di governarla. Ed entrambe confermano che la religione resta un formidabile agente di lettura — e di produzione — del cambiamento storico.
Ma c’è un terzo fronte, più silenzioso e forse più corrosivo, dove l’accelerazione non usa la religione: la sostituisce dall’interno. È la proliferazione dei chatbot religiosi e spirituali, ormai presente in tutte le fedi. Un’applicazione che permette di conversare con Gesù, Maria, Giuseppe e quasi tutti i dodici apostoli conta migliaia di abbonati paganti, e gira sull’ultima generazione dei grandi modelli linguistici commerciali; un’indagine accademica su cinque bot teologici ha rilevato che quasi tutti, interrogati, affermano senza esitazione di essere Gesù Cristo in persona. Il nome, di nuovo, senza la sostanza: la voce senza la carne, la risposta senza la testimonianza. Qui la mutazione tocca il cuore stesso del credere. Perché l’autorità religiosa si è sempre fondata sulla tradizione, sul carisma, sulla conoscenza, su una postura morale, sulla capacità di trasmettere di generazione in generazione; il chatbot la fonda sulla statistica, sulla probabilità che una sequenza di parole ne segua un’altra. Non c’è filiazione, non c’è memoria, non c’è comunità. Lo ha detto con semplicità una voce rabbinica: la nuance forse la macchina può dartela, ma la connessione emotiva no; e senza altri credenti che ti leghino alla tradizione vivente, si resta isolati. Il religare — ciò che lega, che tiene insieme il sacro e la comunità — si riduce a un’interfaccia individuale, disponibile ventiquattro ore su ventiquattro, che asseconda invece di interpellare.
Ogni religione, per durare, ha sempre dovuto misurare l’equilibrio tra tradizione e cambiamento: come accogliere il nuovo senza che il significato della tradizione ne esca alterato. È la domanda che le fedi si pongono da millenni, e che le ha rese, alternativamente, forze rivoluzionarie e forze di conservazione, mai riducibili a un’unica formula. Ma la sfida odierna ha una qualità diversa. I fondamentalismi, che nei momenti di crisi esaltano l’identità a scapito dello spirito etico delle religioni, ne pervertono l’ethos in nome della sua difesa: la retorica della preservazione diventa paradossalmente la causa della trasformazione. I chatbot fanno qualcosa di più radicale: conservano tutte le parole della tradizione e ne svuotano il funzionamento. Il tempo lungo della trasmissione, l’atto di memoria strutturato, il maestro che risponde di ciò che dice davanti a una comunità e a un Dio — tutto questo viene compresso nell’istantaneità di una risposta generata. L’accelerazione, che le religioni avevano il compito di relativizzare dentro un tempo più grande, entra così nel tempio e ne detta il ritmo.
Forse è questa la vera posta in gioco dell’era dell’accelerazione: non se le fedi sopravviveranno — l’umanità che crede resta la stragrande maggioranza — ma se sopravviverà quella forma particolare del credere che si fonda sulla memoria, sulla filiazione, sul legame. Un credere che ha bisogno di durata per esistere, in un mondo che alla durata ha dichiarato guerra. Le religioni hanno attraversato imperi, scismi, rivoluzioni, restando portatrici di un tempo altro. La domanda è se sapranno restarlo davanti a una tecnica che non le combatte, ma le imita.





