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6 Agosto 2026
Il 2021 del Monte: la trattativa, non gli appelli
6 Agosto 2026di Pierluigi Piccini
C’è un momento, in ogni assedio, in cui l’assediato smette di combattere per vincere e comincia a combattere per non arrendersi. Il Monte è arrivato a quel punto, e il gesto che gli resta — l’unico davvero praticabile — è vendere Generali per premiare i propri soci: non più una dote da portare all’altare, ma l’argenteria di famiglia messa sul banco dei pegni.
Riavvolgiamo. Fino a dieci giorni fa quel 13,3% di Generali, detenuto per il tramite di Mediobanca, un pacchetto da circa otto miliardi, era una carta d’attacco. Serviva a Lovaglio, in tandem con Castagna, per costruire l’alternativa all’OPAS di Intesa: monetizzare la partecipazione, distribuire un dividendo straordinario ai senesi, addolcire così la fusione con Banco BPM. Il terzo polo doveva presentarsi con la dote in mano. Poi quella strada si è chiusa di colpo. Il consiglio del Banco ha deliberato all’unanimità di interrompere le consultazioni con Siena, e Castagna ha archiviato il Monte come capitolo concluso, precisando che la decisione era stata assunta dal suo solo cda, con voto unanime, compresi i consiglieri espressi dal Crédit Agricole. Ma il regista vero è proprio il socio francese, che salito al 29,3% di Piazza Meda ha messo in chiaro come nulla si faccia contro di loro né senza di loro. Il Banco guarda ora alla fusione con la controllata italiana d’oltralpe, e per Intesa la strada resta spianata.
È il rovesciamento che conta. Caduta la funzione offensiva, alla quota Generali resta soltanto quella difensiva e remunerativa: non più dote per le nozze, ma ultima cartuccia per restituire valore ai soci del Monte e tenere la banca, da sola, sopra la soglia dell’offerta di Ca’ de Sass. È l’unica ipotesi ancora seriamente sul tavolo, e il mercato la sta già prezzando. Del resto Messina ha sigillato ogni altra uscita: ha escluso il rilancio del prezzo — «zero possibilità», ha tagliato corto — avvertendo però che una distribuzione straordinaria costringerebbe a rivedere il concambio. Tradotto, la sola mossa capace di intaccare la convenienza dell’OPAS è esattamente quella, e sul piano procedurale è pure la meno impervia, perché per un dividendo attinto alla cessione basterebbe l’assemblea ordinaria, la maggioranza dei votanti, senza il quorum dei due terzi.
Qui però si annida il paradosso. Vendere Generali significa smontare, appena conquistato, quell’asse Mediobanca-Generali che era la ragione industriale dell’intera manovra; e significa toccare un nervo di interesse nazionale, perché Generali è custodita dal governo come cassaforte del risparmio degli italiani e del debito pubblico, con la priorità dichiarata che la quota finisca in «mani sicure». È il rovescio esatto dell’argomento che qui abbiamo sostenuto sul potere speciale: là il golden power doveva proteggere il Monte dall’assalto, qui rischia di attivarsi in senso opposto, a difesa di Generali dalla dismissione decisa dal Monte medesimo. La stessa arma, girata di centottanta gradi.
Ma il punto che mi preme è un altro, ed è il consueto: la distanza tra il nome e la sostanza. Un anno di risiko, un consiglio preso quasi con la forza, l’assorbimento di Mediobanca, e l’esito — se la lettura è giusta — è che alla banca più antica del mondo non resti che cedere l’argenteria per convincere i propri azionisti a non consegnarsi. Non un disegno industriale, dunque, ma una liquidazione di dote: il Monte come nome che si difende dissipando la sostanza appena accumulata. Chi conosce Siena sa che è la sua tentazione ricorrente, scambiare il possesso di un simbolo per il possesso di una cosa.
Restano i tempi, convitato di pietra. L’assemblea straordinaria di Intesa è fissata al 10 settembre, le autorizzazioni attese entro dicembre, e sullo sfondo il Tesoro potrebbe accelerare già ad agosto la cessione del suo 4,86% residuo: il segnale, forse il più eloquente, di quale porto lo Stato consideri ormai il più sicuro. Perché quando il primo a mollare gli ormeggi è l’azionista pubblico, la difesa non è più una strategia. È un congedo.





