Cristiano Leone difende Teodora Axente, ma tra i due emerge il filo comune della galleria londinese. E sul senso del Drappellone le ragioni di don Grassini pesano di più
Scrivo adesso, a Palio finito e dunque a palle ferme, perché è forse il momento migliore per tornare sulla polemica suscitata dal Drappellone di Teodora Axente.
Cristiano Leone ha difeso il volto della Vergine ricordando, in un lungo intervento pubblicato su Exibart, che la Madonna, nella storia dell’arte, ha avuto molti volti e non uno soltanto. Dalla Theotokos bizantina a Caravaggio, da Fouquet a Munch, Dalí, Cindy Sherman e Chris Ofili, gli esempi servono a dimostrare una tesi difficilmente contestabile: non è mai esistita una fisiognomia unica e prescrittiva della Vergine.
Tutto vero. Ma, rispetto alla polemica senese, largamente fuori bersaglio.
Il vero nodo non è il volto della Madonna
Come ha osservato Pierluigi Piccini, l’assenza di un canone fisiognomico mariano può impedire di dichiarare “illegittimo” il volto scelto da Axente, ma non dimostra affatto che quel volto sia riuscito, appropriato o coerente con la committenza senese.
E, curiosamente, è lo stesso Leone a finire per riconoscerlo. Dopo il lungo excursus storico-artistico, scrive infatti: «Il Drappellone non nasce per un museo» e ammette che è legittimo chiedersi se l’opera riesca a parlare alla comunità senese e a interpretarne il particolare rapporto con la Madonna dell’Assunta. Arriva persino a considerare perfettamente legittimo giudicarla «mal calibrata rispetto al contesto specifico del Palio dell’Assunta».
Esattamente.
Perché il problema non è stabilire se la Madonna possa avere quel volto. Naturalmente può averlo. Il problema è se quel volto funzioni in quel contesto, per quella committenza e dentro quella tradizione religiosa e civile.
A rischio di essere blasfemi, anche James Bond ha avuto molti volti, da Sean Connery a Daniel Craig. Ma a nessuno è mai venuto in mente, in nome della pluralità delle interpretazioni, di farlo impersonare da Danny De Vito.
La questione che mi interessa, però, è un’altra: in quale veste Cristiano Leone interviene nel dibattito?
La risposta di don Enrico Grassini
Se parla come esperto di iconografia cristiana, non risultano specifici titoli che gli conferiscano una particolare autorità in materia. Ben diversa è la posizione di don Enrico Grassini, direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici, dell’Archivio Arcivescovile e del Museo Diocesano d’Arte Sacra, oltre che rettore del Collegio dei Correttori delle Contrade.
Ma soprattutto Grassini ha posto la questione su un piano assai più pertinente.
Non si è limitato a criticare l’androginia del volto, né ha negato il valore del linguaggio artistico di Axente: ha anzi escluso che nell’opera vi fosse un intento provocatorio, riconducendone i tratti alla formazione dell’artista e alla tradizione figurativa orientale.
Il Drappellone e i limiti della libertà artistica
La domanda decisiva, per lui, è un’altra: può un Drappellone essere considerato espressione della libertà assoluta dell’artista? La risposta è no, perché esiste una committenza e quella committenza porta con sé la storia, la sensibilità religiosa e il sentimento di una comunità.
Grassini lo dice con una formula particolarmente efficace: il Drappellone non è semplicemente un’immagine sacra davanti alla quale si prega, ma è «esso stesso una preghiera rivolta alla Vergine».
L’artista deve dunque conoscere Siena, le Contrade e il rapporto secolare della città con la Madonna; deve, nelle sue parole, essere accompagnato in quel “viaggio dell’anima” che la città ancora propone.
È qui che la distanza fra i due interventi diventa evidente.
Leone risponde alla domanda: quanti volti può avere la Madonna? Grassini ne pone una diversa e, a mio avviso, più importante: che cosa è un Drappellone e quali obblighi comporta la sua committenza?
Leone dimostra che la storia dell’arte non prescrive un volto unico della Vergine; Grassini non lo contesta affatto. Ricorda semplicemente che la libertà dell’artista non elimina la necessità di interpretare il luogo, il rito e la comunità per i quali l’opera viene realizzata.
Su questo terreno il confronto appare piuttosto impari. E, con un piccolo rovesciamento storico, si potrebbe dire che questa volta, diversamente dal Colosseo, è il cristiano — il prelato — a mangiarsi il Leone.
Cristiano Leone e la questione dei ruoli
Forse, però, Leone interviene semplicemente come presidente del Santa Maria della Scala.
Questo sarebbe comprensibile: il museo ha ospitato Metamorfosi del Sacro, la prima personale istituzionale di Axente, progetto nato da un’idea dello stesso Leone e realizzato in collaborazione con la Rosenfeld Gallery di Londra.
Ed è qui che la questione diventa più delicata.
Axente è un’artista della Rosenfeld Gallery; la stessa galleria ha presentato a Londra anche Nuptiae Mysticae, la performance di Cristiano Leone e Marta Jovanović, quella dei novantanove voti incisi su ostie e consumati durante il rito performativo.
Non c’è in questo, naturalmente, prova di alcun illecito o favore. Il problema è un altro: la trasparenza dei ruoli.
Quando il presidente di una delle principali istituzioni culturali cittadine difende un’artista già promossa dalla propria istituzione, e quell’artista è legata alla stessa galleria che presenta anche le attività performative del presidente, è legittimo chiedersi da quale posizione egli stia parlando: da presidente, da curatore, da performer, da interlocutore della galleria? O da tutte queste posizioni insieme?
È questo il punto che mi interessa molto più del volto della Madonna.
Che la Madonna abbia molti volti possiamo accettarlo senza problemi. Ci piacerebbe soltanto che, quando prende la parola nel dibattito pubblico cittadino, Cristiano Leone ne avesse uno solo.
Articolo firmato






