
Il mercato ha già un nome
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di pierluigi piccini
Sulla terra — la cosa che più definisce questa provincia — la politica ha smesso di governare e ha cominciato a presiedere: taglia nastri, promuove il marchio, benedice l’eccellenza, e lascia al mercato le uniche decisioni che contano — chi possiede, chi lavora, a che cosa serve la terra. Si amministra l’immagine di un processo che non si governa più.
È una sconfitta culturale prima che elettorale. Per un secolo la terra è stata questione politica: cadeva la mezzadria, nascevano le cooperative, il contadino diventava proprietario. Dietro, un’idea semplice: la terra non è una merce come le altre, è il fondamento materiale di una comunità — paesaggio, acqua, cibo, lavoro, casa. Trattarla come puro asset finanziario è la violenza da cui discende tutto il resto. E la politica l’ha lasciata compiere chiamandola successo, scambiando la salute del brand per quella della comunità.
La responsabilità pesa soprattutto a sinistra: è il campo che aveva gli strumenti per vedere e non li ha usati. Qui è stata a lungo l’amministratrice del modello, a suo agio con la rendita finché produceva PIL e prestigio, incapace di porsi la sola domanda che le competeva: per chi. E a Siena il paragone brucia. La città ha già visto questo film: un bene creduto ricchezza collettiva, raccontato come identità, trasformato in oggetto di finanza governato altrove, e il conto pagato dalla comunità. Il Monte è stato il primo tempo. La terra è il secondo, stesso copione.
Perché il nodo, sotto l’economia, è democratico. Quando i padroni sono lontani, una comunità non perde solo reddito: perde il governo di sé. Le scelte sul paesaggio, sull’acqua, sui contratti di chi raccoglie l’uva, sulle case che diventano stanze d’albergo si prendono in consigli d’amministrazione a cui nessun cittadino SENESE ha accesso. È un deficit di sovranità, non di bilancio.
Ecco perché gli strumenti — prelazione pubblica, banca della terra con denti, patti di filiera, presidio contro il caporalato — non sono dettagli tecnici: sono conflitti. Ognuno decide se a contare sia la rendita o il lavoro. Chiamarli “buone pratiche” è il modo più efficace per svuotarli della scelta di campo che contengono.
E ognuno ha il suo livello. L’Europa, se premia gli ettari, premia la concentrazione: finanzia il latifondo che dice di combattere. La Regione ha già gli attrezzi e li tiene spuntati: li usi come leve di potere, non come vetrine. Ai Comuni resta la leva che nessuno può togliere loro: l’urbanistica. Decidere se un podere diventa resort, quante case escono dal mercato dei residenti per finire in quello dei turisti, è l’ultimo atto sovrano di una comunità sul proprio spazio. È lì che si può ancora dire un sì e, soprattutto, un no.
Non è solo Siena: ovunque la terra è tornata l’ultima frontiera della finanza, e ovunque riaffiora l’idea opposta — che sia un bene comune e non un titolo, che il diritto di chi la abita venga prima di quello di chi la possiede da lontano. Le colline senesi sono un fronte piccolo e prezioso di questa battaglia.
Resta una scelta, e va nominata: territorio-comunità o territorio-museo. Non decidere non è neutralità: è già una decisione, quella che ogni giorno si prende per inerzia a favore della rendita. Una politica degna del nome rimette al centro la domanda che ha lasciato cadere. Non quanto vale questa terra. Ma per chi.





