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C’è una frase che, in queste ore, torna come un basso continuo sotto il frastuono dei numeri: la Germania sarebbe uno “Stato fallito”. A pronunciarla è chi dal fallimento trae la propria legittimazione, e proprio per questo va presa sul serio non come diagnosi ma come programma. Dichiarare fallito lo Stato è il primo gesto con cui una forza politica si autorizza a rifondarlo a propria immagine. La memoria europea conosce fin troppo bene il punto in cui la delegittimazione del sistema smette di essere critica e diventa progetto.
Il rimando a Weimar è, in queste circostanze, inevitabile e insieme insufficiente. Inevitabile perché è dalla Germania che riparte l’onda, ed è tedesca la grammatica storica del passaggio dal centro all’estremo. Insufficiente perché quella crisi maturò in un isolamento nazionale, mentre ciò a cui assistiamo ha una regia esterna che allora non esisteva. Non è un caso che la reazione più esultante non venga da Berlino ma da Mosca, dove il risultato viene salutato come una punizione inflitta ai “guerrafondai” tedeschi. Chi legge in questo entusiasmo solo propaganda sbaglia bersaglio: è la conferma che l’estrema destra europea è diventata un vettore geopolitico, uno strumento per riscrivere gli equilibri del continente dall’interno delle sue urne. La sequenza è già scritta nelle intenzioni: dopo la Germania, la Francia; dopo Berlino, l’ipotesi di un Eliseo espugnabile. Il disegno non è quello di vincere una guerra, ma di rendere l’Europa incapace di combatterla — o anche solo di volersi come soggetto unitario.
Vale la pena guardare in faccia chi ha votato così, perché è lì che si misura la profondità del problema. Maschi, giovani, impauriti: non i vinti di sempre, ma una generazione che avrebbe dovuto essere il futuro del sistema e ne è invece diventata il risentimento. La paura, quando non trova ascolto, non svanisce: cambia forma, si organizza, cerca un linguaggio che la trasformi in identità. L’estrema destra ha capito prima di tutti che la paura è la materia prima della politica contemporanea, e ha pescato dove il centro non si affacciava più: nell’astensione, in quella zona grigia di cittadini che avevano smesso di credere al voto e sono tornati alle urne solo per punire. Un consenso costruito non sull’adesione a un progetto, ma sulla delusione verso tutti gli altri.
Di questo vuoto è simbolo il cancelliere che resta in carica ma dimezzato, che non si dimette e insieme non governa, esposto al rischio di essere silurato dai suoi. È l’immagine di un centro che non tiene: non perché manchino gli uomini, ma perché è venuta meno la capacità di dare un nome alle inquietudini prima che qualcun altro lo facesse al posto suo. La destra moderata europea si trova davanti al bivio che le viene ricordato, non a caso, dalle voci più esperte del suo stesso campo: seguire l’estremismo per non perderne i voti, oppure resistergli sapendo che assecondarlo significa preparargli il terreno. Chi ammonisce guardando alla lezione di un secolo fa non fa dietrologia storica: indica che la destra di governo può morire per mano di quella d’assalto, come già le è accaduto.
Lo specchio italiano restituisce la stessa immagine, in scala minore ma con contorni più nitidi. Il partito che qui più si è identificato con quell’area vive la sua fibrillazione: una rivolta del Nord che cerca patti territoriali per sopravvivere, correnti che si contendono le spoglie di una leadership logora, l’ipotesi che l’ultimo raduno del leader sia davvero l’ultimo. E sullo sfondo la questione che nessuno vuole nominare fino in fondo: l’ambiguità verso Mosca, l’affinità di certe idee con quelle del Cremlino, la difficoltà a distinguere tra sovranità e sottomissione a un progetto altrui. Chi ha coltivato una lettura ingenua della Russia — scambiando la forza per grandezza e l’autoritarismo per ordine — si accorge tardi di non aver capito né la Russia né la propria collocazione.
Resta la domanda che i risultati tedeschi consegnano a tutta l’Europa, e che nessuna condanna morale può eludere. Il problema della democrazia europea non sono soltanto i suoi nemici: sono i suoi nemici più la sua incapacità di rispondere alla paura che li alimenta. Finché il centro si limiterà a evocare il pericolo senza offrire una direzione, continuerà a fabbricare gli elettori dei suoi avversari. L’onda nera non nasce dal nulla: nasce dal silenzio di chi avrebbe dovuto parlare, e ha lasciato che fosse la paura a farlo per prima.





