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La sinistra ha abbandonato due terreni insieme, e non per caso: l’accumulazione — le dismissioni, il mercato libero di scegliere — e l’egemonia, la battaglia sul senso comune, dove le cose diventano ovvie prima ancora di diventare legge. È lo stesso gesto. E si capisce guardando dove la partita con la destra si gioca davvero. Si crede di combatterla sulla superficie — i diritti, le procedure, la competenza contro l’avventurismo — ma quella superficie è il terreno che la destra concede volentieri, perché lì non c’è. La partita vera si gioca dove la destra si è installata: il possesso e il senso comune. Cioè i due terreni sgomberati dalla sinistra.
Quando la sinistra li ha sgomberati, non ha fatto sparire la domanda che li abitava. Le domande sociali non evaporano perché un partito smette di rispondere: restano, e cercano un fornitore. La forza che dissolve — la finanza che smonta il Monte, compra la vigna, recinta la lingua, precarizza il lavoro — produce due ferite che sono la stessa: toglie la sicurezza materiale e toglie il mondo condiviso, il “noi” in cui uno si riconosceva. Resta una domanda doppia: proteggetemi da questa forza, e ridatemi una comunità a cui appartenere. La sinistra, ritirata sui diritti personali, non risponde più. La destra sì — con un falso che è la ragione della sua potenza. Nomina la ferita giusta: un potere lontano e senza volto ti sta dissolvendo il mondo. Fin qui dice il vero. Poi opera la sostituzione: il colpevole non è chi accumula, è chi è diverso — il migrante, l’Europa, l’élite ridefinita come casta culturale e non economica. E come rimedio non offre una quota di possesso, offre un’appartenenza: la nazione che protegge, l’identità come “noi” ritrovato. È un falso, perché lascia intatto il nocciolo — chi possiede continua a possedere — e consegna un nemico invece di una posta. Ma occupa il vuoto lasciato dalla sinistra: dà una risposta materiale contraffatta a una domanda materiale reale.
Da qui discende tutto. Sulla superficie l’offerta della destra — protezione e appartenenza, per quanto avvelenate — batte sempre l’offerta di diritti individuali e buona amministrazione, perché almeno nomina la ferita che la gente sente addosso. Chi difende le procedure contro chi promette di ridarti un mondo perde ogni volta. La sola risposta che disinnesca quel falso tocca la stessa ferita alla radice vera: dove la destra dice “la nazione”, la sinistra deve dire “il possesso comune di ciò che ti dissolvono”. Non l’italianità del Monte, ma una banca che decide gli investimenti. Non il made in Italy come marchio, ma il controllo pubblico della denominazione. Non la sovranità digitale come bandiera, ma i dati e il calcolo come bene di tutti. Stessa ferita, stesso terreno, direzione opposta: non la nazione che protegge i proprietari, ma la collettività che cambia i proprietari. Ed è per questo che la destra ha ripreso la parola egemonia e la sinistra la trova strana. Non è un’ironia della storia, è una confessione: la destra dice in chiaro dove si trova la guerra, sul chi-forma-le-teste prima del chi-scrive-le-leggi, perché ha capito che la domanda materiale e la domanda di senso sono la stessa cosa.
C’è un livello ancora più profondo, il più insidioso perché si traveste da contrario di un’opinione: il dogma che certe cose non siano scelte umane ma dati oggettivi, verità di natura davanti alle quali la politica può solo adeguarsi. “Il mercato è natura”, “non c’è alternativa”: la mossa più potente di tutte, perché mette la posta fuori dal campo del contendibile. Non ti dice “ho ragione io”, ti dice “non c’è niente su cui aver ragione o torto, c’è solo la realtà”. Chi fa passare le proprie scelte per leggi di natura ha già vinto, perché ha reso indiscutibile la propria vittoria. Ma il mercato è una costruzione storica, e ciò che è costruito può essere costruito diversamente.
Qui però la scienza vera va difesa, distinguendola dal suo abuso. Il clima che si riscalda non è un’opinione, e la destra che nega vaccini o riscaldamento attacca l’oggettività autentica per liberarsi dei vincoli che impone. Ma oggettività non è mai stata neutralità politica: dire come stanno le cose non è dire cosa farne. Che il clima si riscaldi è un fatto; che il rimedio sia il mercato dei permessi di emissione anziché la proprietà pubblica dell’energia è una scelta travestita da conseguenza tecnica. L’inganno è sempre lo stesso: prende l’autorità del fatto e la estende di contrabbando fino alla decisione, che fatto non è. Vale sui tre recinti: lo spezzatino spacciato per razionalità di mercato, il prezzo dell’ettaro per verdetto naturale, e sull’algoritmo il camuffamento perfetto — “lo dice la macchina” — mentre dentro il modello ci sono le scelte di chi l’ha addestrato e gli interessi che serve. Il compito della sinistra è il rovescio di quello della destra: difendere la scienza dove è reale, smascherarla dove è contraffatta. Restituire alla decisione ciò che è decisione. Perché se il mercato è natura non c’è niente da possedere e niente da cambiare; se è costruzione umana, la banca, la vigna e l’algoritmo tornano a essere posta di una partita che si può giocare.
A chi obietta che l’egemonia è roba di novant’anni fa si risponde con una constatazione: chi vince, oggi, quel concetto lo pratica. La destra che dilaga in Europa non ha vinto con programmi economici migliori — spesso non ne ha — ha vinto lavorando vent’anni sul senso comune: media, piattaforme, un lessico, il confine del dicibile spostato, e dietro quel confine è passata la politica. Ha cambiato le teste prima delle leggi, mentre la sinistra si convinceva che bastasse governare bene e certificare diritti. È invecchiato l’apparato — le sezioni, la stampa di partito, il partito di massa — non il principio: che nelle società complesse non si comanda solo con la forza dello Stato, ma organizzando il consenso nella vita quotidiana. E proprio perché gli strumenti sono cambiati — non più il volantino ma l’algoritmo, non più il comizio ma il flusso continuo — quel principio è più attuale di prima. È vecchia la parola, non la cosa.
La sinistra ci ha provato in due modi, sbagliati entrambi. Con la quarantena morale — il cordone sanitario, l’indignazione, la destra impresentabile — che non tocca la ferita e conferma all’elettore il sospetto di essere disprezzato: gli dimostra in diretta ciò che la destra gli dice, che sei l’élite che lo guarda dall’alto. E con la rincorsa: giocare anche lei sicurezza, confini, identità, con tono più mite. Ma adottando il linguaggio dell’avversario ne certifichi la verità, e sulla domanda giusta per lui l’elettore sceglierà sempre l’originale, non la copia. Falliscono per la stessa ragione: nessuna delle due va dove la ferita è.
Ci si contrappone facendo alla destra ciò che la destra ha fatto a noi: contendendole lo stesso terreno con il contenuto opposto. Prima cosa, nominare la ferita giusta e dare il colpevole vero. Non è il migrante che ti ha chiuso la fabbrica, delocalizzato il lavoro, comprato la casa come asset: è la finanza che smonta il Monte, il fondo che rileva la vigna, la piattaforma che ti usa senza pagarti. La rabbia c’è ed è legittima; la questione è dove la indirizzi, e la sinistra l’ha lasciata a chi la punta contro l’ultimo della fila invece che contro il primo. Seconda cosa, rispondere al bisogno di appartenenza, non solo a quello di protezione. È qui che la sinistra ha il blocco più forte, perché teme che parlare di “noi”, di comunità, di radici sia già cedere alla destra. Errore che le costa carissimo: il bisogno di appartenere è reale, e se lo lasci scoperto lo riempie l’identità etnica. Il “noi” da costruire non è quello del sangue e del suolo, è quello del lavoro condiviso, del territorio, del destino comune di chi la crisi la subisce insieme — aperto e non escludente, ma pur sempre caldo, non l’astrazione fredda dell’individuo titolare di diritti. Bisogna offrire un’appartenenza migliore, non rinunciare all’appartenenza. È qui che passa la linea tra popolo e populismo: il populismo dà un’appartenenza contro qualcuno, il popolo un’appartenenza attorno a qualcosa da possedere insieme.
Resta la scala, e chiude il cerchio con la seconda parte. Il paradosso della destra dilagante è che è un’internazionale di nazionalisti, coordinata oltre i confini mentre predica a ciascuno la chiusura nel proprio. La risposta deve pareggiare quella scala: europea, perché continentali sono il capitale che dissolve, il clima che cambia, le migrazioni che nessun muro ferma, le piattaforme che nessuno Stato singolo condiziona. Una risposta nazionale a un problema transnazionale è perdente per costruzione — ma lo è anche una tecnocrazia continentale senza radici popolari, la Bruxelles delle regole senza il popolo del consenso. E non è un sogno da convegno: l’Europa, quando ha voluto, il debito comune per la pandemia e i fondi per l’energia li ha emessi davvero. Lo strumento esiste; manca la volontà di puntarlo contro la finanza invece che a rimorchio. Il blocco da costruire non è la rianimazione di quello di ieri, ma i soggetti di adesso: il lavoro cognitivo precario, la generazione che porta il peso della crisi ecologica, i territori svuotati dalla finanza, chi produce valore nelle piattaforme senza possederne nulla. E il cantiere dove tutto questo diventa concreto è la transizione ecologica: non la contabilità del sacrificio — che la consegna alla destra, pronta a farne il nemico dei ceti popolari — ma il grande progetto che tiene insieme possesso pubblico dell’energia e delle reti, lavoro nuovo, sicurezza materiale e futuro condiviso. L’unico luogo dove protezione, appartenenza e possesso si offrono nello stesso gesto, in positivo.
Perché la crisi, da sola, non trasforma niente: il capitale che si autodivora è inerte finché non c’è un soggetto organizzato che lo colga e gli dia direzione. Intervenire sull’accumulazione per redistribuire la ricchezza, come l’Italia ha saputo fare, è la metà materiale del compito; vincere la battaglia delle idee è l’altra. Una senza l’altra è o virtù impotente o ingegneria senza popolo.
È qui che si decide la partita: non sulla superficie dove oggi la si combatte — i diritti da certificare, le regole da scrivere, l’esistente da amministrare — ma sui due terreni che la sinistra ha lasciato andare per primi, il possesso e il consenso. Riprenderli è un lavoro lungo, di posizione, e non è affatto detto che riesca. Ma è l’unico che si svolga sul campo dove si vince o si perde davvero. Tutto il resto è presidio del confine, mentre dentro le mura decide qualcun altro.
(fine)





