
Il turismo dell’Amiata parte da un solo paese e ci torna
8 Settembre 2026
Regolare non è possedere
9 Settembre 2026Il pubblico che potrebbe venire
Seguito di “Regolare non è possedere” — che forma potrebbe avere il pubblico da riconquistare
di Pierluigi Piccini
Nel pezzo precedente, Regolare non è possedere, ho sostenuto una cosa sola: la sinistra ha perso perché ha smesso di occuparsi di chi possiede e si è accontentata di regolare ciò che possiedono gli altri. E ho promesso, senza mantenerla, una risposta alla domanda che quella tesi lascia aperta — la più difficile, e la ragione di questo secondo scritto: se il rimedio è tornare a possedere, che cosa intendiamo per “pubblico”? La domanda è ineludibile, perché senza risposta l’invito a possedere resta uno slogan, e per giunta uno slogan che evoca un fantasma: lo Stato-padrone del Novecento, verticale e spartito dai partiti, che non torna e che nessuno vuole far tornare. Il nodo, anzi, è ancora più stretto. Questo nuovo pubblico dovrebbe nascere proprio mentre la politica è nella sua crisi più nera, con i partiti ridotti a macchine elettorali leggere e la fiducia nelle istituzioni che scende insieme all’affluenza al voto. Sembra il momento peggiore. È invece la condizione stessa che rende possibile ripensarlo. Perché il pubblico di ieri — l’ho mostrato nel primo pezzo con il caso del Monte — non è fallito in quanto pubblico, ma in quanto pubblico dei partiti: proprietà dello Stato governata come bottino di corrente, opaca, senza rendiconto verso i cittadini. Se quella forma è finita, non è un lutto da piangere: è la spinta a inventarne una che non prenda la sua legittimità dalla delega — “vi abbiamo eletto, decidiamo noi” — ma dalla partecipazione di chi quel bene lo usa e lo produce. È questa la forma che provo qui a delineare, e non in astratto: mettendo in fila strumenti che, in angoli diversi del mondo, esistono già e già funzionano.
Il primo passo smonta il luogo comune su cui poggia quarant’anni di ritirata: che lo Stato, in economia, possa al massimo correggere i fallimenti del mercato, mai crearne. È falso. Internet, il GPS, il touch-screen, gli algoritmi di base, buona parte della farmaceutica sono nati da investimenti pubblici ad alto rischio, fatti quando nessun privato osava; lo Stato ha aperto la strada e ha lasciato che il profitto lo incassassero altri. Abbiamo costruito un sistema che socializza i rischi e privatizza i rendimenti. Da qui un principio semplice: quando il pubblico mette il capitale e assume il rischio, ha diritto a una quota del rendimento — non per statalismo, ma per giustizia contabile. Gli strumenti esistono già: partecipazioni azionarie, quote di proprietà intellettuale sviluppata con denaro pubblico, prestiti il cui rimborso cresce col successo dell’impresa, condizioni sulla direzione dell’innovazione invece di assegni a fondo perduto. La banca pubblica di sviluppo tedesca, la KfW, questi ritorni li incassa da decenni e li reinveste. È il rovescio del partenariato all’italiana, dove il pubblico garantisce e il privato guadagna: qui il pubblico co-investe e co-raccoglie. Non un proprietario che gestisce tutto, ma uno Stato che orienta e trattiene il valore che ha contribuito a creare.
Ma c’è una condizione senza la quale tutto questo resta sulla carta: le competenze. Possedere una banca, un modello di intelligenza artificiale, un’infrastruttura di dati e non avere in casa chi li sa governare significa consegnarsi ai consulenti privati — riprivatizzare dalla finestra ciò che si è ripreso dalla porta. Qui la ritirata degli ultimi decenni ha funzionato come una profezia che si autoavvera: si è svuotato il pubblico delle sue teste migliori e poi si è additata l’incompetenza che ne è seguita come prova che il pubblico non sa fare. E c’è la domanda che di solito chiude la discussione: se non le selezionano i partiti, le competenze, chi lo fa? È la domanda giusta, perché è esattamente lì che il pubblico italiano è morto — nelle nomine per fedeltà. La risposta non è “senza la politica”, che sarebbe un’altra illusione, ma nel separare due cose che da noi sono sempre state confuse: l’indirizzo e la selezione. Che cosa un’istituzione debba fare, per chi, con quali vincoli, è una scelta di valori, ed è legittimo che venga dalla politica, che al voto risponde. Chi sia capace di eseguirla non è materia di appartenenza: va affidato a regole proprie — selezioni pubbliche con criteri dichiarati prima e verificabili dopo, autorità con mandato più lungo della legislatura così che non dipendano dal governo di turno, reclutamento aperto anche fuori dai circuiti di partito. Nessuno di questi congegni esclude la politica per sempre; i partiti hanno sempre trovato il modo di aggirare i concorsi e lottizzare le authority. Non esiste la regola a prova di cattura: esiste un assetto che rende la cattura più costosa e più visibile, e quindi più pericolosa per chi la tenta. La garanzia ultima non è un meccanismo, è di nuovo la partecipazione — cittadini che vedono i criteri delle nomine e possono chiederne conto. Competenza e partecipazione sono la stessa questione vista da due lati: il sapere-fare è un bene comune, e come ogni bene comune si difende solo se qualcuno, dal basso, lo tiene d’occhio.
C’è però una parte del possesso che non va né statalizzata né lasciata al mercato. Tra i due poli che ci hanno insegnato a credere esaustivi esiste un terzo modo, funzionante: la risorsa comune governata dalla comunità che la usa, con regole e confini propri. Non l’anarchia della “tragedia dei beni comuni”, ma le comunità che per secoli hanno gestito pascoli, boschi, acque d’irrigazione — a certe condizioni, e non sempre — meglio di quanto avrebbero fatto lo Stato o il mercato. Si dirà: quelle sono risorse che si consumano, mentre la conoscenza e i dati no, anzi crescono se condivisi. È vero, e proprio qui sta il punto. Un dato, copiandolo, non si esaurisce; ma l’infrastruttura che lo custodisce, il lavoro che ne garantisce qualità e provenienza, la fatica di tenerlo aperto: quelli sì, si consumano, e vanno governati. È la cerniera che permette di trattare la conoscenza, i dati, la lingua come beni comuni e non come semplici beni pubblici — beni comuni cognitivi, che il recinto della finanza chiude e rivende per scelta, non per destino. Montalcino, così, non deve scegliere solo fra restare ai piccoli o passare ai fondi: può governare in comune ciò che vale davvero — la denominazione, il marchio, la reputazione costruita in generazioni. E le strutture per farlo esistono già, sperimentate anche se non ancora a scala: le cooperative di piattaforma, dove chi lavora e chi usa il servizio possiede l’infrastruttura invece di esserne la materia prima gratuita; i fondi di cittadinanza, che restituiscono a tutti come dividendo la rendita di una risorsa comune e che si possono estendere ai dati; i data trust, che custodiscono e governano i dati di una comunità nel suo interesse, negoziandone l’uso invece di lasciarli prendere gratis. Firma comune: non trasferiscono il possesso dal privato allo Stato, lo restituiscono a una comunità che lo governa — ed è ciò che li rende adatti a un tempo in cui dello Stato-padrone nessuno si fida.
Tutte queste forme condividono il tratto che le separa dal pubblico fallito del Novecento: non chiedono ai cittadini di delegare, ma di partecipare al governo. Non è un supplemento etico, è il meccanismo che sostituisce ciò che faceva marcire il vecchio pubblico — la fedeltà di corrente. Quello si controllava dall’interno, per appartenenza, e si è corrotto; questo si controlla dal basso, per partecipazione. Anche qui pratiche mature: il bilancio partecipativo, che mette i cittadini a decidere in trasparenza una parte della spesa; le assemblee estratte a sorte, che portano nelle scelte divisive persone comuni informate e non solo rappresentanti e lobbisti. Sono gli strumenti che rendono un possesso pubblico trasparente e democratico per costruzione, non per buona volontà di chi lo amministra — l’anticorpo che era mancato al Monte e a tutto il resto. E fanno di più che controllare: rigenerano il legame sociale che la crisi della politica ha spezzato, perché le persone tornano a sentirsi parte di qualcosa quando su qualcosa decidono davvero. Ne esce una figura precisa, ed è la risposta che nel primo pezzo mancava: un pubblico plurale — statale dove servono scala e rischio, comune dove la risorsa è di tutti, cooperativo dove conta il radicamento — che col privato co-investe invece di ritirarsi o statalizzare, che tiene in casa le competenze per governarlo, e che si legittima partecipando. Non un ritorno all’indietro né un’utopia, ma il montaggio in una figura nuova di pezzi che già esistono e funzionano, sparsi per il mondo. Tenerli insieme e portarli a scala è il compito politico: lungo, incerto. Ma almeno adesso la sinistra sa di che cosa parla quando dice “pubblico” — non il fantasma che la destra le rinfaccia e che una sua parte rimpiange, ma qualcosa che va ancora costruito e che, dopo tanto tempo, si può di nuovo descrivere.
Nota bibliografica
Sul ruolo dello Stato come primo investitore che si assume il rischio, e sul principio di socializzare non solo i rischi ma anche i rendimenti: Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore (ed. or. The Entrepreneurial State, 2013) e Il valore di tutto (2018); di Mazzucato e Henry Lishi Li, il working paper The Entrepreneurial State and Public Options: Socialising Risks and Rewards (UCL Institute for Innovation and Public Purpose, 2020).
Sul terzo modo fra Stato e mercato, il governo comunitario delle risorse comuni: Elinor Ostrom, Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action (1990), e il saggio Beyond Markets and States: Polycentric Governance of Complex Economic Systems (American Economic Review, 2010), tratto dalla lezione per il Nobel. Sull’estensione del modello ai beni non materiali — la cerniera fra risorse consumabili e conoscenza: Charlotte Hess ed Elinor Ostrom (a cura di), Understanding Knowledge as a Commons. From Theory to Practice (MIT Press, 2007).
Sul lavoro e le piattaforme possedute da chi le usa: Trebor Scholz, Platform Cooperativism (2016). Sul dividendo universale da una risorsa comune, il riferimento classico è il fondo permanente dell’Alaska: vale come dimostrazione del meccanismo — distribuire a tutti la rendita di un bene comune — non come modello della sua fonte, che lì è fossile e altrove può e deve essere altra.
Sulla partecipazione come struttura di controllo e non come ornamento: l’esperienza del bilancio partecipativo di Porto Alegre e la sua diffusione internazionale, e la letteratura sulla democrazia deliberativa e sulle assemblee di cittadini estratte a sorte.





