
Parte terza. La riconquista: perché possedere non basta senza egemonia
12 Settembre 2026Il Comò
Perché torno sempre a «Morte a Venezia»
di pierluigi piccini
Ho letto la notizia del restauro dell’Hotel des Bains e, invece della cronaca, mi è tornato addosso un film. Succede sempre così con le cose che ci riguardano davvero: arrivano di lato, travestite da altro — un orologio riavviato su una facciata — e ci trovano dove non ci difendiamo. Mi sono chiesto, non per la prima volta, perché quel racconto e quel film mi tengano da una vita. E per una volta provo a rispondermi sul serio, qui, dove posso.
La prima ragione è che quell’opera dà forma e dignità a un modo di stare al mondo che di solito non ha parole. Amare la bellezza senza volerla prendere; sapere che tendere la mano sarebbe distruggerla; restare sempre di un passo indietro rispetto a ciò che si potrebbe avere. Non è il desiderio pieno e non è la rinuncia: è qualcosa di più sottile, e di più solo, che quasi nessuno racconta perché è difficile persino nominarlo senza essere fraintesi. Mann e Visconti lo mettono in scena senza vergogna e senza pietà. E un’opera che nomina in te ciò che credevi indicibile ti afferra per una ragione elementare: interrompe una solitudine. Per la durata di quella musica smetti di essere il solo a conoscere quel modo di guardare.
C’è poi il fatto che sono un uomo di forma, ma di una forma che non ha mai cercato l’ordine. In tutto quello che ho studiato ho inseguito sempre l’altro: non ciò che il senso comune vede e ripete, ma ciò che eccede, che non si chiude in una categoria e non si lascia possedere. E quel racconto è il luogo in cui questa ricerca di una vita trova la sua immagine. Aschenbach non è un uomo qualunque che perde il controllo: è chi ha passato l’esistenza a cercare per via di pensiero ciò che sta oltre — l’assoluto che non si trattiene, il bello più vero del vero — e scopre alla fine che non si dà nei concetti, ma in un ragazzo che cammina sull’acqua, nel sudore che scioglie la tintura, nella morte dolce su una sdraio. Non mi commuove la resa dell’intelligenza. Mi commuove vedere dove l’intelligenza voleva arrivare da sempre, e dove solo lo sguardo, il corpo e la fine potevano portarla.
E c’è l’età, che non voglio tacere. Questo racconto a vent’anni si guarda; a una certa età si vive. È tutto costruito sul momento in cui il vedere sopravvive al prendere — quando la bellezza resta intera davanti a te e tu non puoi più raggiungerla. Dovrebbe essere umiliante, e invece è tenero, quasi nobile. Perché mi offre un modo di guardare la fine che è dolce, e — questo conta di più — riscatta un modo di aver vissuto. Mi dice che contemplare invece di possedere non è stata una mancanza: era una fedeltà. Non sono molte le opere che ti restituiscono la tua vita in questa luce, e a quelle poche si resta legati come a chi ci ha visto giusti una volta sola, ma per intero.
L’ultima ragione è che quell’opera non risolve, e io mi fido solo di ciò che non risolve. La musica non decide se è amore o commiato; la bellezza non decide se è vita o morte; la nebbia sul mare non decide dove finisca l’acqua e cominci il cielo. Tutto resta doppio, sospeso, ferito. La chiarezza, qui, sarebbe una morte anticipata. Il pezzo mi tiene perché tiene aperta la ferita, e una ferita aperta è più viva di qualsiasi guarigione. È lì, in fondo, il nodo di tutto: ho capito da tempo che la bellezza è il tempo — bella perché passa — e a questa età non è più un’idea, è una cosa che sento nel corpo. Il film non me lo argomenta. Me lo mostra. E riconoscere fuori di sé, fatta immagine, la verità che ti porti dentro inspiegata da una vita, è ciò che più di ogni altra cosa prende alla gola.
Restaureranno l’albergo. Rimetteranno in moto l’orologio sulla facciata, e faranno bene. Ma io so quale dei due orologi mi riguarda: non quello che un pulsante riavvia, l’altro — quello fermo su una sdraio, davanti al mare, che nessuna mano rimette in moto. Ho letto una notizia di cantieri e di milioni, e mi sono ritrovato a pensare che certe ore, delle nostre vite, non tornano; e che averlo capito, e continuare lo stesso a stare davanti alla bellezza, è forse l’unica forma di coraggio che mi sia rimasta.





