
Dieci voci per il Martini più intimo
20 Settembre 2026
La «visione umanistica» che vale per le macchine
20 Settembre 2026Scrittori statunitensi Sprofondato nella sua apatica vita coniugale, un uomo decide di non rincasare e intraprende un lungo viaggio in auto: «Il resto della nostra vita», da Stile libero
«Quando nostro figlio aveva dodici anni, mia moglie ebbe una relazione con un tale Zach Zirsky, un tizio che aveva conosciuto alla sinagoga»: comincia così, con la cronaca succinta di un adulterio, Il resto della nostra vita (traduzione, ottima, di Federica Oddera, Einaudi Stile libero, pp. 248, € 18,50), ultimo romanzo di Benjamin Markovits e sua terza opera tradotta in italiano, dopo Esperimento americano e il memoir Un gioco da grandi (entrambi pubblicati da 66th and 2nd). Il protagonista del libro, Tom Layward, non reagisce quasi al tradimento subito dalla moglie Amy, e si limita a concludere un patto con sé stesso: decide di aspettare che i suoi due figli, Michael e Miriam, detta Miri, diventino grandi, prima di prendere qualunque decisione sul proprio matrimonio. «Quando Miriam andrà al college, mi ero detto, potrò andarmene anch’io. Forse questa era solo l’ennesima illusione, ma mi ha aiutato a tirare avanti nei primi mesi dopo la confessione di Amy su Zach, e per il bene dei ragazzi abbiamo finto che andasse tutto bene».
Siamo lontani dal «grande respiro» di Esperimento americano, nel quale Markovits raccontava la storia di Robert James, genio della finanza che, a caccia di investimenti e di fama, acquistava centinaia di proprietà abbandonate nel centro di Detroit per creare un «modello Groupon di gentrificazione», scatenando una ridda di violenze tra «nuovi coloni» Wasp e vecchi residenti afroamericani. Se in quello che rimane il suo romanzo più noto Markovits optava per una narrazione corale e prendeva di petto le contraddizioni e la degenerazione dell’America contemporanea, nel Resto della nostra vita ripropone un modello di romanzo borghese al quale la narrativa degli Stati Uniti è arrivata relativamente tardi, e che ha probabilmente nella quadrilogia di Rabbit Angstrom, di John Updike (non a caso citato esplicitamente in una pagina del libro), il suo modello più compiuto.
Come Rabbit, Tom è un uomo che ha accettato una serie di rinunce e di compromessi, apparentemente senza fatica. Quando ha conosciuto Amy era impegnato in un progetto di dottorato sulla narrativa americana degli anni Sessanta, e lo ha abbandonato senza esitazioni per iscriversi alla facoltà di giurisprudenza e costruirsi una carriera più redditizia come docente e consulente per studi legali. Il sogno di scrivere un libro sul basket giocato per strada (una passione, quella per la pallacanestro, che lo accomuna ulteriormente a Rabbit) è rimasto ben chiuso in un cassetto, e anche dopo l’adulterio, puntualmente confessato, Amy lo rimprovera sistematicamente per la sua freddezza, la sua totale assenza di passioni («Tu non provi niente in nessun situazione», gli dice), la sua indole rinunciataria.
Quando Michael, il primo figlio, si è ormai trasferito a Los Angeles, e anche Miri si appresta a lasciare la propria famiglia per frequentare l’università a Pittsburgh, per Tom arriva il momento delle possibili scelte. Accompagna la figlia in auto fino alla sua destinazione per aiutarla nel trasloco, lasciando Amy a casa, e decide di non tornare a New York ma proseguire in un viaggio che lo porterà prima a South Bend, in visita al fratello Eric, poi a Detroit, dove vive il suo vecchio amico e sodale Brian Palmetto, a Las Vegas, per ritrovare l’ex fidanzata Jill, e infine a Los Angeles, ospite di Michael. Durante il viaggio, Tom tiene il cellulare spento per non farsi raggiungere da Amy, ma le parla di continuo, nella mente, come se, per alcuni aspetti fondamentali, non avesse mai veramente lasciato la sua casa, e la sua famiglia.
Non c’è traccia, nelle peregrinazioni di Tom, di quell’elogio della fuga, di quella dimensione salvifica e rigenerante del viaggio che, da Hemingway a Kerouac fino allo stesso Updike, ha attraversato e segnato per decenni l’immaginario americano. «Non ho idea di cosa sto combinando», spiega Tom subito dopo aver staccato il cellulare. «Dopo aver accompagnato Miri al college, ho semplicemente continuato il viaggio». Un viaggio che è in larga parte un’immersione nel passato, se è vero che, perfino nelle tappe intermedie, durante le quali deve fermarsi in un albergo o in un motel, Tom punta sempre sulle catene delle quali aveva usufruito nel corso dei suoi viaggi con la famiglia. E se è vero che tenta di riprendere il suo vecchio progetto narrativo, che «prevedeva di girare per l’America a bordo di una macchina malconcia e di fermarmi in varie città, grandi e piccole, dove giocare in modo spontaneo in qualche campo del posto, famoso o meno, per poi scrivere sulle persone che avrei incontrato», le «partite spontanee» di basket si riducono a due in tutto, e Tom non riesce a scrivere neanche una riga.
Il viaggio di Tom, insomma, non è tanto una fuga dall’abitudine e dalla routine borghese, quanto una sua replica. «Mi sentivo molto giù», dice infatti il protagonista, subito dopo aver deciso per la fuga. «Privo di una casa. Miri se n’era andata, Michael stava a Los Angeles. Non avevo un lavoro al quale tornare. Il letto era fatto, ma con ogni probabilità non lo cambiavano da anni; tutto aveva un’aria polverosa. Eppure si segue comunque la routine abituale: lavarsi i denti in bagno, piegare i vestiti, appoggiarli sulla seggiola». È come se il sogno trasgressivo del maschio bianco americano, e la scelta stessa di fuggire, fossero condizionati e minati all’origine da una realtà nella quale regna sovrano il politically correct e dove la ricerca della libertà personale deve fare i conti col rischio dello stigma sociale. Un solo esempio, che riguarda proprio l’amatissimo basket: Tom rischia di perdere il proprio posto di docente per aver fornito una consulenza legale a Terry Kirkland, socio di maggioranza dei Denver Nuggets, accusato di avere creato un ambiente di lavoro ostile per le donne e per i membri delle minoranze.
E il vecchio amico Brian Palmetto, che di Kirkland era uno stretto collaboratore, mette in contatto lo stesso Tom con Todd Gimmell, un giocatore di basket rigorosamente bianco che sostiene di essere stato vittima di discriminazioni razziali da parte dei suoi colleghi neri.
Il resto della nostra vita è un romanzo borghese aggiornato ai nostri tempi, che ha le sue principali qualità nella scrittura, limpida ed elegante, e nella perfetta messa a fuoco dei personaggi: che si tratti di Tom ed Amy – e delle loro dinamiche di coppia –, dei due figli, del fratello Eric, attore fallito, degli amici Brian e Sam, dell’amore giovanile Jill. Soprattutto, contro ogni logica apparente, il lettore scopre di non poter fare a meno di amare il protagonista, per la luminosa qualità di autoanalisi e per il disincanto con il quale guarda alla sua stessa fuga.
Più che nelle partite a basket, negli incontri occasionali con un’umanità forse più autentica rispetto a quella, altoborghese, cui ha scelto di legarsi, Tom scopre la sua vera natura, il suo «posto nella scala dell’universo» entrando in un Supercenter Walmart: «un mondo che offre un gran numero di possibilità, tutte pressoché identiche e non molto attraenti».





