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1 Ottobre 2026Lovaglio a un mese dall’assemblea: niente piano B, Unicredit sullo sfondo e il rischio di un Monte fatto a pezzi
Ci sono interviste che servono a informare e altre che servono a spostare il terreno. Quella che Luigi Lovaglio ha concesso a Bloomberg Tv appartiene alla seconda specie. A un mese dall’assemblea del 29 ottobre, l’amministratore delegato del Monte ha detto tre cose che, lette insieme, compongono una strategia e insieme ne rivelano la fragilità.
La prima riguarda il senso del voto. Il 29 ottobre, sostiene Lovaglio, non sarà un referendum tra Siena e Intesa Sanpaolo, ma l’occasione per dare ai soci un’alternativa all’offerta di Messina e per esercitare una pressione competitiva sul prezzo. È un’impostazione abile, perché sottrae l’assemblea alla logica binaria del sì o no alla banca senese e la trasforma in una questione di opzionalità: chi vota a favore delle due offerte su Banco Bpm e Banca Generali non rinuncia a nulla, si tiene aperte tutte le strade. Ma l’abilità retorica non cancella l’aritmetica. Per superare la passivity rule servono i due terzi dei voti presenti, e senza Delfin e Caltagirone quella soglia resta un miraggio. Lovaglio si dice fiducioso, ammette però di non aver ancora parlato con loro. È un’ammissione che pesa più di qualsiasi ottimismo.
La seconda cosa detta è la più franca: non esiste un piano B. Se l’assemblea boccerà il progetto, il Monte non ha un’alternativa pronta. In una partita di questa dimensione, dichiararlo pubblicamente è insieme un atto di coerenza e un rischio calcolato. Significa dire ai soci che la responsabilità della scelta è loro, interamente. Ma significa anche consegnare all’offerente un’informazione preziosa: oltre quel voto, Siena non ha difese.
La terza cosa è Unicredit. Interrogato sulle voci di un interesse di Orcel per gli attivi che verrebbero ceduti, Lovaglio ha risposto che è un’opzione. Nessuna trattativa, precisa, solo un atteggiamento di attesa da parte di Piazza Gae Aulenti. Eppure la parola è stata pronunciata, e ha un significato preciso. Lo scenario evocato è quello dello spezzatino: il Monte assorbito da Intesa, con circa metà delle filiali da dismettere per ragioni antitrust e destinate a finire tra Bper e, appunto, altri soggetti. Lovaglio lo dice con un’immagine: la corona può diventare più grande, ma il regno più piccolo. Un campione nazionale costruito restringendo il numero degli operatori ridurrebbe la concorrenza e il sostegno ai territori.
È qui che la vicenda smette di essere soltanto finanziaria. Lo smembramento del Monte non sarebbe la fusione di due bilanci, ma la dispersione di una rete che per cinque secoli ha avuto un baricentro, un nome e una responsabilità verso un territorio. Quando si parla di filiali da cedere si parla di sportelli nelle province, di rapporti con le imprese, di credito che oggi passa per Siena e domani passerebbe per decisioni prese altrove, secondo criteri che con la Toscana del sud hanno poco a che fare.
Intanto Intesa procede con metodo: le autorizzazioni delle autorità estere hanno raggiunto il 75 per cento, e Lovaglio stesso giudica improbabile un rilancio prima dell’assemblea. Il calendario continua a giocare a favore di chi attacca, che può chiudere prima di quanto il Monte possa completare la propria manovra difensiva. È questa asimmetria di tempi, più di ogni dichiarazione, il vero campo di battaglia.
Il 29 ottobre, allora, non sarà un referendum, ma sarà comunque un giudizio. I grandi soci dovranno dire se credono in un Monte che cresce o se preferiscono monetizzare. E Siena, che da quella decisione non è rappresentata ma è interamente coinvolta, assisterà al voto sul proprio futuro da spettatrice. Anche questo è un fatto che merita di essere detto.





