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7 Ottobre 2026Rinviare l’assemblea o alzare la maxi-cedola non salverà il piano di Lovaglio: ora Siena chieda a Intesa impegni scritti
Pierluigi Piccini
In un fine settimana la partita sul Monte dei Paschi ha cambiato natura. Sabato Intesa Sanpaolo ha alzato la parte in contanti della sua offerta. Domenica Delfin ha annunciato che conferirà all’Opas l’intero 17,6 per cento e che il 29 ottobre voterà in modo coerente con le condizioni dell’offerta, cioè contro il piano difensivo di Luigi Lovaglio. Il socio che pochi mesi fa aveva salvato l’amministratore delegato oggi gli volta le spalle.
A Siena si ragiona ora su due contromosse: ritoccare la maxi-cedola da quattro miliardi, uno in contanti e tre in azioni Generali, oppure rinviare l’assemblea. Nessuna delle due risponde alla domanda vera, cioè dove sia oggi la maggioranza per approvare il piano.
Il rinvio è la mossa più rischiosa. Messina ha trasformato il 29 ottobre in un referendum. Se il piano del Monte passa, Intesa si ritira. Se viene bocciato, l’offerta resta, a un prezzo più alto. Spostare la data adesso significherebbe sottrarsi al giudizio nel momento in cui è stato reso esplicito, con la regola di passività che impone cautela e il ministero dell’Economia che ha già detto che a decidere deve essere il mercato. Ho sostenuto più volte che il tempo è decisivo e che chi governa il calendario governa la partita. Ma il tempo serve se lo si usa per costruire un’alleanza o un nuovo socio. Senza una maggioranza alternativa, il rinvio prolunga soltanto l’incertezza, e l’incertezza la pagano piccoli azionisti e dipendenti.
Alzare la cedola è ancora più problematico, perché tocca la sostanza della banca. Si userebbe il patrimonio del Monte per comprare il consenso contro un’offerta concorrente. Per di più, la distribuzione scatta solo se almeno una delle due acquisizioni va in porto. Promettere di più su un piano che senza Delfin ha meno probabilità di riuscire non rafforza nulla. Il confronto tra gli 1,25 euro in contanti di Intesa e gli 1,208 della cedola è improprio, perché il primo va a chi esce e il secondo a chi resta. Ma il nodo è proprio questo: chi resterebbe si troverebbe in una banca più povera di capitale e con un futuro appeso a due operazioni incerte.
Ora l’ago della bilancia è Caltagirone, con il suo dieci per cento e i rapporti già incrinati con Lovaglio nell’ultima assemblea. Ma Siena non può limitarsi a fare il tifo per l’uno o per l’altro. Intesa parla di investimenti sul territorio e di nuovi poli toscani. Sono impegni o materiale da offerta? Il momento per chiederlo è adesso, finché Messina ha bisogno del consenso. Le istituzioni senesi, a partire dal Comune e dalla Fondazione, dovrebbero pretendere impegni scritti e verificabili: occupazione, centri decisionali, presenza del marchio, rapporto con le imprese del territorio. Dopo il 29 ottobre il potere negoziale della città si ridurrà a zero, e resterà soltanto la gratitudine del vincitore, che in finanza è una moneta senza corso.





