
Le aree interne non possono chiedere solo servizi: devono governare la ricchezza che producono
8 Ottobre 2026Mps, la difesa di Lovaglio ha perso i numeri: ora conviene trattare con Intesa, e farlo per Siena
di Pierluigi Piccini
Ci sono momenti in cui una partita finanziaria comincia a trasformarsi in un esito, anche se nessuno lo ha ancora dichiarato e qualche mossa resta ancora possibile. Per il Monte dei Paschi quel momento sembra arrivato in questi giorni. Prima Delfin, poi i Benetton, ora Caltagirone hanno annunciato che all’assemblea del 29 ottobre voteranno contro le offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, cioè contro il piano con cui Luigi Lovaglio intende sottrarre la banca all’offerta di Intesa Sanpaolo. Sommati, i tre soci arrivano a circa un terzo del capitale. È una soglia che in un’assemblea straordinaria pesa più di quanto sembri. Le delibere richiedono i due terzi del capitale presente, e nessuna assemblea di una grande banca quotata vede votare la totalità delle azioni. Con un’affluenza realistica, quel terzo diventa quasi la metà dei voti espressi. Se le posizioni annunciate resteranno quelle, il piano difensivo non ha i numeri per passare.
Il dato politico, prima ancora che finanziario, sta nei nomi. Delfin e Caltagirone sono gli stessi soci che poco più di un anno fa avevano accompagnato il Monte nella conquista di Mediobanca, e attraverso Mediobanca dentro Generali. Allora si raccontò quell’operazione come la rinascita di Siena, la banca salvata dallo Stato che diventava protagonista del sistema. Oggi si vede meglio di che cosa si trattava. Per quei soci il Monte era uno strumento, un veicolo per arrivare a Trieste. Raggiunto l’obiettivo, la banca senese diventa una partecipazione da valorizzare, e l’offerta di Intesa, rilanciata il 3 ottobre con un aumento della parte in contanti, appare il modo più conveniente per farlo. Non c’è tradimento in questo, c’è la logica di chi investe. L’errore è stato di chi ha scambiato un’alleanza di convenienza per un progetto condiviso sul futuro di Siena.
Nello stesso momento si profila la chiusura anche dell’altra porta. Secondo un’indiscrezione di stampa, ancora tutta da verificare, Generali starebbe valutando un’offerta totalitaria su Banca Generali, di cui possiede già poco più della metà. Anche se l’ipotesi non si concretizzasse, aiuta a capire come stanno le cose. L’offerta del Monte su Banca Generali è vincolata al superamento del cinquanta per cento più un’azione, e quella soglia è già nelle mani di Trieste. Salire al cento per cento significherebbe togliere la banca dal mercato una volta per tutte, con una spesa sostenibile per un gruppo delle dimensioni del Leone. Il grande polo immaginato da Lovaglio rischierebbe così di perdere una delle sue due gambe proprio mentre vengono a mancare i voti per l’altra.
Sarebbe sbagliato, però, dare la partita per chiusa. I voti si esprimono in assemblea, non nei comunicati, e un blocco di un terzo può incrinarsi: basterebbe che uno dei grandi soci cambiasse posizione, davanti a una contropartita sufficiente, perché i numeri tornassero in discussione. Il management sta studiando contromosse e ha diversi strumenti a disposizione. Può rinviare l’assemblea, modificare le proposte, ristrutturare le operazioni. Si parla soprattutto della possibilità di distribuire ai soci la quota del tredici per cento di Generali detenuta da Mediobanca, un pacchetto che vale più di otto miliardi. Sarebbe un modo per offrire a Delfin e Caltagirone quello che cercavano fin dall’inizio, cioè una presenza diretta nel Leone. Ma avrebbe un costo evidente: sarebbe l’ammissione che la conquista di Mediobanca non aveva per Siena un senso industriale, se poi si finisce per distribuirne il contenuto. E non è detto che basti a cambiare il voto di chi ha già scelto il contante di Intesa. Anche l’offerta di Intesa, d’altra parte, ha le sue condizioni e le sue fragilità: soglie di adesione, autorizzazioni, un valore che dipende in parte da una Borsa in queste ore tutt’altro che serena.
Proprio perché l’esito non è ancora scritto ma i rapporti di forza sono ormai chiari, credo che la strada più seria sia la trattativa, e che vada percorsa adesso, prima del 29 ottobre. Finché l’assemblea non si è svolta, il Monte ha ancora qualcosa da offrire a Intesa: un passaggio ordinato, senza contenziosi, senza mesi di incertezza, con un consiglio che accompagna l’operazione invece di combatterla. Messina ha tutto l’interesse a chiudere presto e senza strascichi, anche perché il calendario delle due offerte è sempre stato un elemento di attrito: la chiusura di Intesa è prevista a dicembre, mentre il regolamento delle ops senesi slitta a febbraio. Dopo una sconfitta in assemblea, invece, Lovaglio avrebbe molto meno da mettere sul tavolo. Chi resiste fino all’ultimo voto e lo perde rischia di uscire senza condizioni. Chi tratta per tempo può ancora ottenerne.
E le condizioni, qui, contano più del prezzo. Un miglioramento economico per gli azionisti è possibile ed è legittimo chiederlo. Ma la vera posta per Siena è un’altra: che cosa resterà della banca in città quando sarà parte del primo gruppo italiano. Se resterà un marchio riconoscibile con una direzione che decide qualcosa, o soltanto un nome sulle insegne delle filiali. Che ne sarà dell’occupazione, del rapporto con le imprese del territorio, della presenza nelle province toscane dove il Monte è ancora la banca di riferimento. E che ne sarà di Mediobanca e della quota in Generali, un nodo che per Intesa ha implicazioni di concorrenza e di vigilanza e che proprio per questo può diventare materia di scambio.
Su tutto questo Siena non può limitarsi a guardare. Il Comune, la Fondazione e le istituzioni locali non hanno più il peso azionario di un tempo, e sarebbe inutile fingere il contrario. Hanno però una voce politica e una legittimità che nessuna assemblea può togliere. Se una trattativa si apre, è adesso che quella voce deve farsi sentire, con richieste precise e non con proclami. Altrimenti le condizioni verranno scritte tra Milano e Torino, e alla città toccherà soltanto prenderne atto. La retorica della difesa a oltranza ha avuto il suo tempo e sembra averlo esaurito. Ora serve la capacità di negoziare, che è una cosa diversa e molto più difficile.





