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10 Ottobre 2026Il Nobel per la pace a Navi Pillay: un premio al diritto internazionale mentre le sue istituzioni sono sotto attacco
Il Comitato norvegese ha scelto, tra 287 candidature, una giurista sudafricana di 85 anni, Navanethem Pillay, motivando il premio con il suo impegno per la pace e per il diritto internazionale. È una scelta che pesa più di molte altre degli ultimi anni, perché arriva nel momento in cui quel diritto viene apertamente contestato da chi dovrebbe esserne garante. La biografia di Pillay attraversa il secolo: cresciuta sotto l’apartheid, prima donna non bianca ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal, difensore degli oppositori del regime, poi giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, dove contribuì a stabilire che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio e crimini contro l’umanità. Seguono la Corte penale internazionale e l’incarico di Alto commissario Onu per i diritti umani. Infine la presidenza della Commissione d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati, che nel 2025 ha concluso che a Gaza Israele ha commesso genocidio.
Su quest’ultimo punto il Comitato ha scelto la prudenza: ha esaltato il lavoro di una vita, ma ha preso le distanze dalle conclusioni sulla Palestina. Questa cautela non ha impedito le reazioni. Netanyahu ha accusato il Comitato di aver perso la bussola morale, mentre da ambienti governativi israeliani sono arrivate accuse di antisemitismo di una violenza verbale che dice molto del clima. Poche ore dopo l’annuncio, Trump ha scritto che il premio era stato svilito, nella stessa giornata in cui la Casa Bianca inaspriva le sanzioni contro i giudici della Corte penale dell’Aja. Pillay, dal canto suo, ha usato le prime parole da premiata per denunciare gli attacchi alle istituzioni giuridiche internazionali.
Il senso politico del premio sta qui. Per secoli il diritto internazionale è stato una faccenda tra Stati, e la giustizia penale internazionale è nata come giustizia dei vincitori. La svolta del dopoguerra ha introdotto l’idea che anche il singolo, capo di Stato o generale, possa essere chiamato a rispondere dei crimini commessi. Quell’idea, lenta e imperfetta, applicata quasi sempre ai deboli e quasi mai ai potenti, oggi rischia di essere smontata proprio quando comincia a toccare chi finora ne era esente. Premiare Pillay significa ricordare che la pace non è il silenzio delle armi imposto dal più forte, ma un ordine fondato su regole che valgono per tutti. Lo ha detto anche il segretario generale dell’Onu, osservando che la pace deve poggiare su principi durevoli e non sulla volontà dei potenti.
Non va sopravvalutato quello che un premio può fare. Un ricercatore di Uppsala ha osservato che non cambierà nulla sul terreno, e ha ragione. Il valore della scelta è simbolico, e però i simboli contano quando il linguaggio pubblico viene progressivamente svuotato. Chiamare le cose con il loro nome, anche quando il nome è terribile, è il primo atto di una giustizia possibile. Pillay lo ha fatto per tutta la vita, dai processi contro l’apartheid alle aule del Ruanda fino a Gaza, con un metodo che i suoi sostenitori riconoscono: raccolta delle prove, rigore delle procedure, rifiuto dei doppi standard. È questo che irrita i suoi avversari, molto più delle sue opinioni.
C’è infine una lezione per l’Europa, che di fronte alle sanzioni americane contro la Corte dell’Aja ha scelto la via del dialogo e del basso profilo. Se il diritto internazionale è davvero un pilastro dell’identità europea, il Nobel a Pillay è anche una domanda rivolta a Bruxelles e alle capitali: da che parte state quando le regole vengono messe sotto accusa?





